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lunedì 8 novembre 2010

BIO BIO

bio bio... che?
vado avanti imperterrito con la serie di approfondimenti sul bio logico e dinamico.
buona lettura.

5)Carissimi,
La necessità soprattutto da parte di produttori di aree vocate ed economicamente redditizie, di recuperare il patrimonio vitivinicolo, in progressiva depauperazione per l’uso disinvolto di trattamenti chimici, li ha spinti a riconsiderare i sistemi di gestione agronomica dei propri vigneti che nel frattempo, quasi a segnalare il profondo disagio fisico, cominciavano ad ammalarsi e morire talvolta per antiche malattie endemiche ma mai mortali come la flavescenza dorata.
prateria di graminacee a 2000 m slm
L’ abbandono della chimica non ha significato però la nascita di un movimento unitario di produttori né  gli stessi hanno abbracciato le certificazioni biologico o biodinamico che non danno indicazioni soddisfacenti sulla produzione del vino, sulle fermentazioni, sugli affinamenti etc.
Il mosaico dei comportamenti dei produttori è complesso, c’è chi applica protocolli ristrettissimi di coltivazione con o senza certificazione e poi vinifica in maniera tecnologica; viceversa chi produce uve convenzionalmente (in certe aree di fatto non c’è bisogno di grandi interventi fitosanitari se si escludono rame e zolfo) e poi applica vinificazioni sperimentali o artigianali e ovviamente chi fa entrambe le cose in modo “naturale”.
Alcuni produttori nel corso degli anni hanno sentito il bisogno di creare delle associazioni, dotate di disciplinari di produzione, per emanciparsi dallo status quo, io ne ho contate quattro: Vini Veri, Triple A, Renaissance, Vinnatur. una Babele dalla quale è impossibile uscirne.
Vini Veri è stata fondata da Teobaldo Cappellano (scomparso nel 2008) viticoltore di Serralunga d’Alba (CN), personaggio esuberante con chiare idee sulla sostenibilità degli interventi agricoli, produttore di Barolo e Barolo Chinato superlativi.
Vinnatur vede tra i suoi soci attivi Angiolino Maule della Az.Agr. Biancara a Gambellara (VI) uno tra i primi che si rese conto della necessità di cambiare e malgrado si definisca ex pizzaiolo i suoi bianchi Gambellara doc a base garganega (come il vicino Soave) sono sempre esperienze liquide e Fabrizio Iuli di Montaldo di Cerrina (AL) produttore di Barbera e Nebbiolo (fuori zona).
Triple A conta tra i suoi soci Arianna Occhipinti di quel di Vittoria (RG) piccola e giovane produttrice di Frappato, Nero d’Avola e olio dei Monti Iblei DOP di qualità indiscutibili che è bio certificata ma non lo mette in etichetta.
I disciplinari di queste associazioni sono talvolta discutibili e hanno derive mistiche però manifestano una indiscussa necessità di tutela sia dei loro prodotti sia dei loro consumatori. I produttori  di “vini naturali” sono piccoli se non piccolissimi (la dimensione media aziendale non supera i 9/10 ha) e si sono convertiti al naturale per scelte etiche compresa la ferma volontà di radicarsi nel terroir che in questo caso definerei milieu agro-culturale, sfruttando e sviluppando le potenzialità dei vitigni “autoctoni” e/o dei vini tradizionali.
Il pericolo incombente è che in un prossimo futuro queste realtà possano essere travolte da un’inondazione di prodotti bio certificati di aziende dai fatturati stellari (che proprio per questo potranno senza problemi affrontare le spese di conversione e certificazione bio) che cavalcheranno l’aspetto modaiolo-emotivo del biologico ignorando etica, terroir, sperimentazione, tradizione.
Per questo tutti i produttori che ho citato guardano con disinteresse alle certificazioni perché non li tutela a sufficienza dalla scaltrezza del marketing moderno.
Un’ altro aspetto che li pone in situazione di sudditanza o per lo meno di debolezza è la scarsità di referenti scientifici e di prodotti naturali per il trattamento del vigneto; bisognerebbe che i produttori naturali facessero sistema e ripensassero alle modalità con cui fare agricoltura sostenibile cercando di coinvolgere le università, i centri studi agronomici e finanziarli affinchè sviluppino ricerche sia di base sia applicate sui prodotti alternativi ai pesticidi.
Oggi a parte il centro per la viticoltura sostenibile di Panzano in Chianti  di R. Mazzilli alle richieste d’aiuto dei produttori e di soldi per la ricerca risponde solo l’industria chimica.
In realtà i pochi studi condotti aprono scenari interessantissimi e ricchi di potenzialità, è ormai in uso con ottimi risultati il latte o i latto fermentati addizionati con farine e tisane per contrastare l’oidio (malattia fungina), protocollo applicato da A.Maule della Az. Agr. Biancara a Gambellara (VI) che su indicazioni del francese M. Barbaud ha anche sviluppato una tecnica innovativa di compostaggio vegetale “modello foresta” con ottimi risultati.
Interessanti anche le sperimentazioni sul diserbo “allelopatico” ottenuto con l’aspersione di macerati di piante le cui tossine inibiscono la crescita di altre specie.
C’è ancora molta strada da fare.

Vino consigliato:
Produttore Salvo Foti a Randazzo (CT), il vino il  Vinu Jancu IGT Sicilia 2008.
Vino bianco a base carricante, riesling renano f.di p., grecanico e minnella,vigneto ad alberello etneo con 10.000 ceppi ettaro su terreni vulcanici a 1.200 m slm, lavorazioni eseguite a mano, vinificazione con macerazione in tini aperti senza lieviti industriali e senza controllo delle temperature.
Colore limpido giallo paglierino di media intensità, nessuna ossidazione, naso affascinante sfaccettato e multiforme, ricordi di vini contadini, agrumi molto maturi ma amari come il pompelmo, il comquat; resine, erbe officinali in bocca è strano e scontroso conferma il pompelmo e la sua amara causticità, una mineralità da pietra calda, un velo tannico e una lunghezza notevole, impressionante ma non  per tutti, chi ama bianchi freschi, fruttati e dissetanti si astenga. Bevuto su caprini e pecorini delle Haut Alpes francesi e poi su una trota fario, li sovrastava è vino da Ragusano DOP, da canestrato di pecora o da Piacentinu.

Produttore Camillo Donati ad Arola (PR) , il vino “Il mio Sauvignon”, 2009 IGT Emilia. Vino frizzante ottenuto con rifermentazione naturale in bottiglia. Siamo nella zona dei lambruschi e dei bianchi frizzanti ma questo prodotto è più complesso, scontroso, non esalta i toni varietali e si attesta su profumi e sapori più evoluti di arance e pompelmi amari vaghi sbuffi di resine (erbe aromatiche, fiori secchi e fieno) forse un velo tannico che rinforza una tendenza amaricante.
Richiede attenzione a chi lo beve e importanza nei cibi che accompagna perchè ha la forza di spazzarli via con una intensità aromatica e il connubio acidità-alcool-bollicine di indubbia energia.
Non è filtrato e ha colore intenso sul giallo paglierino carico di indubbio fascino e nei primi bicchieri ha una spuma vivace che allieta l’occhio.
Da bere su dei formaggi come tome di montagna non troppo stagionate, tome di pecora o capra, sul Montebore o la Sola. Da provare su lasagne ricche magari vegetariane o su una pasta coi broccoli e salsiccia.

Per chi ama leggere consiglio:
Maurizio Gily, “La rivoluzione dei vini naturali”, pg 18 e sgg, in “Porthos. Ribelle, nobile, disperato” n° 35 inverno-primavera 2010, Roma, Porthos Edizioni s.r.l.
Franco Ziliani, “Teobaldo Cappellano,polemista per professione, vignaiolo per hobby”, sul blog “Vino al Vino”

Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi                                                                                                                         fracchiagiardina@gmail.com


giovedì 4 novembre 2010

imbottigliatoall'originesiforsedipende

Vi segnalo un interessante e inquietante articolo sul recepimento da parte dell'italia con l'art 3 del DM 23/12/09  del regolamento CEE 607/09 che norma anche le diciture e le modalità con cui si può scrivere in etichetta le dizioni "imbottigliato all'origine" etc etc, una nuova possibilità per mentire legalmente sul blog di Fabio Rizzari e su lavinium.
Il problema che alberga nelle leggi sui prodotti alimentari è che sull'argomento legiferano persone lontane dalla biologia e dalla natura le quali hanno i loro tempi e i loro spazi per far crescere ciò che non è solo merce ma vita. La perdita totale del concetto Olistico della produzione agricola, la deterritorializzazione e la compressione temporale dei cicli fanno il resto.
E' nostro dovere educare chi suo malgrado ha perso il contatto con la natura.
luigi

un'orto per tutti

mercoledì 3 novembre 2010

c'è post per te

Treundiciduemiladieciripensamentisulblogsottounapioggiapetulante
orto di un dilettante allo sbaraglio
Dedicato alle donne e ai neoappassionati
Le insalate (sono un ortolano bio-dilettante) malgrado siano a 1360 m slm e le temperature siano state tutt’altro che miti, sono in ottime condizioni, il freddo le ha tinte di rosso, verde e marrone squillanti, le foglie sono croccanti, il sapore ottimo. Ho sparso dei microbi starter (rigorosamente bio qualcosa) sul terreno che ho poi preparato con il grufolatore a piede di cinghiale, un attrezzo che abbiamo fatto su misura in un pomeriggio uggioso, con la forgia e l’incudine, il fabbro del paese ed io.
Mentre tiravo, sbuffando come un cinghiale (da cui il nome), l’asta dell’attrezzo infernale, pensieri, come flash si accendevano nel mio cervello. Chi voglio che legga il blog? Che informazioni voglio trasmettere? Come voglio parlare di vino? Come vuole sentir parlare di vino la gente? Ma la gente vuole veramente sentir parlare di vino? In due settimane mi sono già preso troppo sul serio?
Intanto inizia a piovere, guardo sconsolato i broccoli che non c’è l’hanno fatta (trapiantati troppo tardi), allineo gli atrezzi, chiudo il cancelletto e ritorno a casa pensando al blog e ai temi proposti da Stefania che per sua sfortuna ma mia immensa fortuna è mia moglie e mia Musa ispiratrice.
Il mio blog non può essere un luogo solo per addetti ai lavori, deve invece allargare la base della fruizione e portarlo più vicino alle donne (principalmente e in sub-ordine agli appassionati di cucina), che come in uno strano gioco di contrappasso sono ottime cuoche (sia per tradizione sia per il ritorno alle tradizioni, inpreziosite da tecniche moderne) ma rifuggono il mondo del vino per, credo, un eccesso di tecnicismo e una interpretazione militar-confessionale del fenomeno (se non ci credete venite alle lezioni AIS, si fa l’alzabandiera prima di iniziare). Con tutto ciò non è che non bevano (sicuramente spendono meno degli uomini) e che non regalino vino anche tra di loro, solo che pochi hanno cercato di parlare a quel mondo con parole adeguate.
Non disperate ci sono io che fugherò ogni dubbio su cantina, abbinamenti e servizio.
Se  vi parlano di profumi di zagare sfido io quel sommelier o giornalista a riconoscere anche solo l’arancio (inteso come pianta) e comunque se lo dicono di un bianco non si può contestare.
Non fatevi fregare, i profumi che si sentono nitidi (magari voi ne sentirete qualcuno in più di me) sono il fico, la vaniglia, il caffè (ricordo una sensazione netta e prolungata di caffè appena macinato nell’HARYS annata non ricordo di Giacolino Gillardi produttore in quel di Farigliano (CN), sempre un bel bere), la salvia, e la pipì di gatto nei peggiori Sauvignon, gli altri sono forzature. Ai corsi AIS eravamo in tre a sentire talvolta profumi di trementina di gemme di pino in certi rossi molto evoluti, il “sergente istruttore” non ha mai accettato questa nostra definizione perché la riteneva inesatta e lesiva nei confronti del vino, noi tre uscendo ci scambiavamo un cenno di solidale complicità e continuavamo a sentire odore di trementina, ad una degustazione di Sangiovese, un Brunello di Montalcino di gran blasone (giuro non ricordo il produttore se no l'avrei scritto, si che l'avrei fatto) al naso profumava di cipolla anzi di “minestra di cipolle in guardiola di portineria”, pessimo per quasi tutti i presenti, per i conduttori della degustazione era la mirabile e inarrivabile polvere di Montalcino!
Il vino profuma e i suoi profumi piacciono e si abbinano sia ai cibi sia ai nostri stati d’animo e i nostri stati d’animo fanno in modo che un profumo che ci piace stia bene con tutto, perché ci piace, amen.
Un gioco continuo di forzature e accostamenti il più delle volte mutuati dalla soggettività e dalla voglia di sperimentare o confermare i propri gusti.
Però ci sono due cose che non bisogna fare se no mi incazzo (forse anche tre o quattro).
La prima (se fosse per me mi fermerei a questa che però punirei con l’ergastolo) è: non abbinate dei vini Frizzanti secchi (<33 g/l di zuccheri residui, perdonate il tecnicismo) con i dolci! Non si può fare è una mostruosità e un gesto offensivo nei confronti del vino e del dolce. Per dolci delicati si può godere di uno Champagne o un Metodo Classico Demi Sec (33-50 gl di zucchero), chi ama l’aromaticità ci sono i Moscati, le Malvasie anche rosse, il Brachetto (che è stupendo sulle fragole) sempre frizzanti o in vendemmia tardiva. In caso di dolci impegnativi come i millefoglie, le cassate, le meringate, con crema pasticcera, panna e anche con presenza di cioccolato ci sono decine di passiti dall’Erbaluce, Riesling, Sauvignon (che mantengono una netta acidità e freschezza) ai Moscati di Strevi, Loazzolo in Piemonte a quello di Scanzo docg a Bergamo ai Moscati rosa in Trentino e A. Adige a quelli Calabresi a quelli Siciliani: i famosissimi Passiti di Pantelleria, il Moscato di Noto e l’ormai raro Moscato di Siracusa ai Sardi Moscato di Sorso Sennori e il Moscato di Cagliari.
Senza dimenticare il COF Picolit docg e il Ramandolo docg in Friuli, lo Sciacchetrà in Liguria, i Vin Santi docg della Toscana, il vino Santo del Trentino, il Recioto do Soave docg, l’Albana di Romagna docg.
Perché allora assasinare un dolce, un vino, un palato con abbinamenti impossibili e pessimi dal punto di vista organolettico.
Si avvicina Natale quindi, Ragazze, stupite gli invitati offrendo un sontuoso panettone artigianale (se lo comprate senza canditi cancellate il mio indirizzo dalla barra dei preferiti! È un ordine) abbinato ad un Marsala Superiore Oro “Vigna la Miccia” di Marco De Bartoli, i canditi vanno a nozze con profumi agrumati del vino che smorza con il suo vento salmastro la dolcezza del burro e delle uova.

Se non lo trovate (la produzione non è confidenziale ma è un po’ di nicchia) potete acquistare senza tema d’errore il  Marsala Superiore Ambra Semi secco “Targa Riserva 1840” della Florio o il dolcissimo Marsala Superiore Riserva Oro Dolce di Buffa.

La prossima volta vi dico cos’altro non bisogna fare.
Buona degustazione
luigi

lunedì 1 novembre 2010

BIO BIO

bio bio... che?
vado avanti imperterrito con la serie di approfondimenti sul bio logico e dinamico.
buona lettura.

 

viti a piede franco a Sampieri (RG)
 

4)Carissimi,
il ritorno all’humus, alla terra è diventato un obbligo per i viticoltori se vogliono perpetuare questa magia della fermentazione, cercando profondità espressiva nei loro vini e longevità nelle loro vigne. Devono ritornare alle pratiche antiche (come il sovescio, la produzione di compost, le lavorazioni manuali, l’inerbimento), riscoprire eventualmente il rapporto millenario con gli animali per limitare le emissioni di co2,  per limitare il costipamento del terreno e i danni alle radici delle piante.
Un altro tema legato al “naturale” e alla ricerca della qualità che sta a cuore sia ai coniugi Bourguignon (agronomi francesi tra i primi a riportare l’attenzione verso il suolo in agricoltura) sia a certi produttori è il ritorno all’impianto di vigneti a piede franco. 
Questo ritorno è ora possibile (ma sempre molto complesso) grazie alle tecniche colturali bio che danno fertilità e intensa attività microbica al terreno, forza vegetativa e sanità alle piante le quali possono assorbire i danni provocati dalla fillossera (acaro americano che attacca le radici della vite).

La tesi dei Bourguignon è duplice la prima è economica legata al fatto che da quando sono state piantate vigne innestate su piede americano la produzione di uva è raddoppiata a fronte di un diminuzione dei ceppi per ettaro quindi sostengono si sia trattato di un mero espediente  tecnico per innalzare la produttività che si è trasformato in una pandemia.
La seconda è legata al fatto che il  vigneto europeo si è sviluppato nei secoli principalmente su terreni calcarei, coi quali la vite europea ha grande affinità per cui l’apparato radicale tende a cercarlo approfondendosi e diffondendosi in maniera ottimale (dicono che nella Champagne prefillosserica, con vigneti di 20.000 e più ceppi per ettaro, si facessero vini rossi con colorazioni intense, proprio per la bassa produttività e la capacità di estrazione di sostanze dal suolo) mentre il portainnesto per reazione di incompatibilità al calcare tende a sviluppare radici avventizie superficiali che non si legano intimamente al terroir; inoltre l’innesto crea problemi vascolari fra le due piante per cui si accorcia sensibilmente la vita media del vigneto e quindi la sua capacità di produrre frutti di qualità (è ormai assodato che la qualità delle uve è funzione non trascurabile dell’età della pianta).
Barbera su piede americano a Casorzo (AT)

In parallelo sono sparite centinaia di varietà di vitigni che fino ad allora concorrevano nella produzione dei vini ed ha reso decisamente più complicata e destinata all'opera di botanici-vivaisti la propagazione delle varietà, sradicandole dal loro territorio di appartenenza e dalla sfera di influenza del viticoltore (uno dei primi casi di globalizzazione e di diminuzione della biodiversità non così lontano dagli ogm e le politiche delle multinazionali sementiere).
Secondo altri produttori e degustatori il portainnesto, inoltre, influisce sulle qualità organolettiche perché tenderebbe a semplificare ed indurire le caratteristiche gusto olfattive del vino apportando quel carattere vegetale e foxy tipico delle uve americane, limitando anche l’ampiezza e la capacità evolutiva del vino.
Nella gestione quotidiana però il vigneto franco di piede è più delicato ed esigente e i viticoltori devono sviluppare una maggiore sensibilità ed attenzione verso le proprie piante.
In Francia, sotto la supervisione dei coniugi Bourguignon, D. Dagueneau (tragicamente scomparso nel 2009) in Loira ha piantato una parcella di Sauvignon Blanc  e produce L’Asteroide, P. Charlopin in Borgogna nel 2001 una di Pinot Noir e M. Graillot a  Crozes L’Hermitage nel Rodano nel 2007 quasi un ettaro di Syrah con una densità di 20.000 ceppi ettaro.
In Italia una azienda Sarda la Perda Rubia di Nuoro ha selezionato viti di “Canonau” franche di piede, Teobaldo Cappellano (scomparso nel 2008) e suo figlio viticoltori di Serralunga d’Alba  producono un incredibile rosso da un vigneto di Nebbiolo varietà Michet a piede franco, il Barolo Otin Fiorin (Piè Franco-Michet).
Frank Cornelissen e Vini Biondi in Sicilia sull’Etna con più facilità, su terreni sfavorevoli alla fillossera, hanno vigneti e reimpiantano certe parcelle su piede franco.
I vigneti di priè Blanc a 1.000 m slm della doc Valle d’Aosta sottozona Blanc de Morgex e de la Salle sono franchi di piede.

Per oggi può bastare.

Per chi ama leggere consiglio:
Claude Bourguignon, intervista a, “Claude Bourguignon, seriez-vous l’amis de la phylloxera ?”, 2008, Vinum, la revue europèenne du vin.

Vini consigliati per ristorarsi dopo la lettura. Mettete mano al portafogli e compratevi:
Produttore D. Daguenau il vino L’Asteroide 2004
Con molto meno
Produttore Perda Rubia il vino il Perda Rubia 2002 rosso classico in edizione limitata.

buona bevuta e buona lettura
luigi    
                                                                                                                   fracchiagiardina@gmail.com