Al centro della visuale una bottiglia Modello Bordolese sormontata da una figura a 3/4. La figura infila nel collo della Bordolese un tira-fuori-i-tappi e tira fuori il tappo e se lo porta al naso e non dice niente e fissa un punto alle mie spalle. La figura mi viene vicina e ora è tutta intera e versa un dito di vino e mi rassicura che effettivamente è il vino che ho scelto alzandomi la bottiglia all'altezza del naso e leggo Badde Nigolosu che probabilmente è una forma di insulto in sardo e Google Translate mi riporta Fatti I Cazzi Tuoi. Dico Ok e ci sono ora 4 figure a mezzo busto e una intera che mi fissano e capisco che è il mio turno e mi do un tono grattandomi il naso e agito il bicchiere per 3, 4 secondi e butto il naso dentro e ricomincio ad agitare il bicchiere e resto col naso dentro, agito e naso, e deve essere trascorso un po' di tempo perché il 1° mezzobusto a destra mi chiede che cazzo sto facendo e io rispondo che mi alleno per quando avrò il Parkinson e...
e intanto respiro e qualche schizzo di Romangia Rosso Tuderi 2003 delle Tenute Dettori mi finisce sul naso, questo perché l'ho quasi letteralmente infilato (il naso) nel bicchiere suppongo per un singolare desiderio inconscio di entrare nel bicchiere che è, come si dice, una metafora ma in questo caso è più una necessità derivata dalla botta di odori che arrivano e
e intanto ripenso alla mia storia personale con i vini delle Tenute Dettori, una storia controversa e affascinante (in effetti, le storie lineari risultano generalmente poco affascinanti, perlomeno per scriverci sopra qualcosa). Ci inciampai letteralmente addosso una decina di anni fa. Un amico enotecario era riuscito ad averne qualche bottiglia in un modo che non volete sapere. Era anche abbastanza emozionato (nota 1), finalmente gli pareva di aver trovato qualcosa di interessante dall'Isola e voleva coinvolgere gli amici, avere pareri, capire se avesse preso un abbaglio o preso una botta in testa che gli aveva precluso ogni analisi sensoriale. Perché li aveva assaggiati al volo e gli erano piaciuti e gli erano sembrati diversi dal solito. Perché, è bene ricordarlo, allora in Continente arrivavano robette tipo il Vermentino Aragosta o robone tipo Turriga e Marchese di Villamarina. L'Isola era più un'ideale che una realtà nel bicchiere.
I vini però non emozionarono. Piacquero mediamente molto ma senza che scattasse la scintilla. Di sicuro piacque molto il progetto, l'idea dietro quei vini, l'orgoglio isolano (universale) di trasmettere la verità (nota 2) del frutto unito alla propria terra. Un'idea selvaggia e anche i vini parevano selvaggi, spesso squilibrati e brucianti (nota 3), come rinchiusi dentro una detonazione perenne. Ma qualcosa in sottofondo avvertivi.
La prima scintilla fu il Chimbanta 2004. L'energia grezza veniva incanalata e l'uva Monica prendeva la scena. Frutto e morbidezza, speziatura e rotondità, il Rodano in Sardegna (Rayas-style).
E intanto l'Isola stava diventando Dei Famosi (n.b.: si ammette che è uno schifo di gioco di parole), nel senso che stavano venendo fuori robe sensazionali tipo Panevino, Montisci, Sedilesu, etc etc., e intanto aspettavo ancora la bottiglia Dettori che scaldasse il cuore, che infiammasse l'animo. Era come vedere un grande saltatore in alto, un atleta dalle enormi potenzialità che mancava sempre di scavalcare l'asticella per poco, ad un niente dal record.
Salta, ragazzo, salta, pensavo.
Se sono qui è naturalmente per un lieto fine. Perché l'asticella è stata superata. Tuderi 2003, ora, in pieno 2013, è quel campione che aspettavo. 3 anni fa (un'era geologica nella vita di un degustatore) scrivevo così a proposito del Dettori Rosso 2007: "Un vino che picchia duro[...] Un punker che vorrebbe fregarsene delle convenzioni e delle mode ma che forse dovrà tornare ad ascoltare del folk per fare la sua incisione migliore. Dopo l'elettricità, aspettiamo l'unplugged."
Ed eccolo l'unplugged. Eccoci diretti al cuore della
e tutto questo è solo smontare un giocattolo. E' come spiegare perché quel giocattolo è così divertente. E io bevo e torno bambino e voglio solo starmene a giocare senza pensare a niente. Sono sul diretto Romagna-Romangia. E sono felice.
Nota 1: tocca ammettere che un parametro come l'Emozione è intrinsicamente non paradigmizzabile. Limitiamoci a dire che un degustatore di una certa esperienza prova tale fitta al cuore (o coup de coeur) in un numero sempre più ristretto di volte man mano che gli anni passano e il numero di bottiglie assaggiate tende a ∞. Questo non significa che da un certo punto in poi si diventi cinici e impermeabili agli stimoli e rigidi come un baccalà, diciamo che si tende ad esaurire il numero di Prime Volte (es. la prima volta che si assaggia un nebbiolo tradizionale, la prima volta di un Bordeaux, la prima volta di quel grande vino di quel produttore, etc etc) e, certamente, a diventare più obbiettivi e sereni nel giudicare qualcosa, chiamatelo bagaglio d'esperienze o come diavolo vi pare. E l'intrigo di fattori che portano a riprovare una, appunto, Emozione è una specie di Babele fenomenologica di certo non riassumibile in poche righe di commento; quello che un degustatore/divulgatore può fare, al limite, è tentare di descriverla e renderci partecipi di quella emozione in una specie di gioco di distanziamento e immersione totale, di descrizione il più possibile oggettiva sui parametri e le sensazioni olfattive e di empatizzante trasposizione della vertigine provata. Non sembra una cosa facile.
Nota 2: questo termine è scottante come un 7 agosto 2013. Per cautela si intende sostituire l'articolo determinativo la con l'indeterminativo una.
Nota 3: beh, si era anche in pieno periodo Vinone Morbidone.