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martedì 24 aprile 2012

il Ciliegiolo e i luoghi di Maremma, La Busattina e Antonio Camillo

Ciliegiolo.
Maremma, la Toscana che volta le spalle al Sangiovese?


 
Ho letto ultimamente che alcuni critici non vedono di buon occhio il proliferare di vini da vitigni autoctoni riscoperti.
Vedono in questo accanimento una strategia per lo più di marketing volta alla diversificazione dei prodotti.
A sostegno della loro tesi dicono che quando si degustano li si paragona a varietà più conosciute e nelle descrizioni compaiono paragoni del tipo “nebbioleggia” o “pinoteggia”, per cui sarebbe inutile, a loro dire, faticare a fare dei vini che sembrano o occhieggiano ad altri già consolidati.
Non è che mi sia fatto un’idea a riguardo però il fatto che si paragoni un vino nuovo, per rendere comprensibile l’esperienza ad altri, ad un patrimonio di sensazioni condivise non mi pare indice di discredito, bisogna solo aver pazienza e bere il nuovo vino fino che “autoctonicheggi” in perfetta autonomia.


Vagheggiavo intorno a pensieri di questo genere mentre assaggiavo due Ciliegiolo di maremma, vitigno a me totalmente sconosciuto ma dal nome piuttosto invitante.
Il primo che ho aperto è quello di Emilio Falcione de La Busattina, un Rosso Igt Maremma Toscana 2007.
Alcool 14,5% vol.
Cupissimo di colore e di profumi terrosi e affumicati.
Con aperture floreali, acidulate di ciliegie, officinale.
Introspettivo, chiuso, austero, fresco con una certa imponenza strutturale.
Tannino piuttosto corrosivo ma piacevole, ampio e mutevole, viola e liquerizia, minerale.
Un vinone direi ma molto bevibile.



Il secondo è quello di Antonio Camillo il Vallerana Alta 2009 Igt Maremma Toscana, lo stesso vino che va a comporre in blend con sangiovese e grenache il Capatosta 2009, Morellino di Scansano Docg di Poggio Argentiera.
Colore molto più scarico, rubino.
Alcool 13,5% vol.
Frutta fresca intensa, ciliegia e ribes e melograno spremuti e dolci, succulenti.
Rose rosse carnose e folate di timo.
In bocca morbido e fresco, meno imponente.
Tannini lievi e leggero amarostico.
Molto piacevole anche lui.

Due vini dallo stesso vitigno, da vigneti collinari allevati il primo con metodi biodinamici, il secondo in maniera tradizionale e con molte piante a piede franco.
Due vini buoni, molto buoni, eleganti ma molto diversi (al di là delle comprensibili differenze del millesimo).
Emilio Falcione mi ha detto che il Ciliegiolo si presta in base alla maturazione delle uve e alle vinificazioni a dare vini diametralmente differenti.

Poi confronto i protocolli produttivi dei due vignaioli e scopro che più o meno sono realizzati in maniere simili.
Fermentazioni con lieviti autoctoni in fermentini di legno con macerazioni prolungate di quattro settimane e affinamento di un anno in legno medio grande.
Al chè vado in confusione, controllo dove sono ubicati i vigneti e vedo che uno è a San Martino sul Fiora (GR) e l’altro a Montiano (GR) e mi dico che il Ciliegiolo ha una capacità di leggere i luoghi incredibile e di declinare le sue caratteristiche organolettiche in base alle caratteristiche pedoclimatiche di provenienza.
Avrò pensato giusto?
Ben vengano autoctoni con queste capacità!
Glu glu vanno giù.
Bonne degù.

Luigi

PS
Il primo nebbioleggia
Il secondo grenacheggia
Così per capirsi.

Vallerana Alta e Corrado il vignaiolo