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martedì 10 marzo 2015

Metti una sera per caso al Tabarro....

di Cristian Quarantelli

Ieri sera per caso al Tabarro ho scoperto tre vini fantastici grazie ai consigli dell'oste, persona squisita ma di cui ora mi sfugge il nome e per questo chiedo scusa, sempre gentile e disponibile pronto a farti assaggiare qualsiasi vino prima di farti scegliere il preferito. Il grande Diego ieri sera non era presente.

Il primo vino, un Syrah di Aldo Viola, di Alcamo... il vino che non ti aspetti... boom... la freschezza e l'eleganza del rodano e i profumi della macchia... il tutto fa da sfondo a una beva incredibile. Bellissima scoperta.


Il secondo vino un Corbières bianco a base grenache gris principalmente e un pò di grenache blanc di Maxime Magnon, un piccolo produttore della Languedoc. Questo 2013 è un vino da dimenticarsi in cantina, grandissima acidita, sorso pieno ma dritto come una lama.. i dodici mesi nel legno si sentono e si devono amalgare ma gia ora è un bicchiere di grande soddisfazione. La cosa che mi ha colpito particolarmente è il colore verde e limpidissimo del vino.



Infine l'ultimo vino, il più estremo, un vino che definirei "La Bella e la Bestia"... Il Roc di Domaine Vinci, dall'estremo sud della Francia a due passi dai Pirenei. Grenache e Carignan senza solfiti aggiunti... al naso ruggisce in bocca accarezza. Un vino sul filo del rasoio tra la bestialità dei profumi e l'eleganza e la ricchezza della bocca.
Assolutamente da vedere le foto sul loro sito http://www.domainevinci.com/




Insomma tre vini vivi, tre belle scoperte da approfondire.
A presto!
Cristian

TABARRO 
Mescita e dispensa - Posto di ristoro
Strada Farini 5/b - 43100 Parma
 




martedì 25 novembre 2014

Bruno Duchene e La Luna

di Vittorio Rusinà


"Sono arrivati i vini di Bruno Duchene!" così gli amici di Banco scrivevano qualche giorno fa su Facebook, butto un'occhiata, ah che belle etichette, sono incuriosito. Prima di me si butta sulla preda Luigi, non lo sa ancora ma Bruno ha vigne su terreni di scisti (che sono la passione segreta del capo del Bar), e mi manda un feedback positivo. Ok vado anch'io.
Anche Simona di Banco mentre scelgo di bere La Luna 2013 (90% grenache e 10% carignan) mi sussurra "è buonissimo", ci siamo dunque.
Sul tavolo nei piatti di latta bianca: insalata capricciosa, uovo rotto con peperoni, acciughe, capperi&co, tagliolini con burro e nocciole, zabaione con salame di cioccolato, meringa con pere al forno e nocciole caramellate al masala (una droga per me).
Seguono le note di due ore di degustazione di uno dei più buoni vini rossi che abbia assaggiato quest'anno.


 

Pungente al naso, caldo, pepe, melograno, rosmarino, alloro, carne, sangue, erbaceo, lavanda, resina.
Lavanda sì lavanda, foglie di menta, di eucalipto, costante la resina.
Fin da subito grande beva, dopo un'ora raggiunge la perfezione.
Asprezze marine, acqua di mare sugli scogli, iodio (le vigne sono su terre di scisti vicino al mare).
Poi campoi di fiori, resine di conifere, fieno, erbe, amarene, griotte
Alla fine splendido equilibrio fra alcool e corpo materico, incredibile la leggerezza, la sottigliezza. Un vino vivo, un vino col KI, un vino mai uguael a se stesso, un vino che ti porta a danzare nel bicchiere e nella vita che ti circonda.

I vini di Bruno Duchene non sono distribuiti in Italia, si trovano da Banco a Torino (Andrea e Pietro, i proprietari, sono amici di Bruno)
Le vigne di Bruno Duchene si trovano a Banyuls in Francia al confine con la Spagna, in quella terra che è chiamata Catalunya da una parte e dall'altra.

lunedì 12 novembre 2012

Io ero nato da quattro anni e ...di Tirebouchon e mia postfazione




Io ero nato da quattro anni e alla Tenuta Migliavacca, su dai Brezza, sul bricco alto a San Giorgio Monferrato si era deciso di provare a coltivare la vigna e i cereali con il metodo biodinamico, perchè a dare la chimica nei campi si erano gonfiate le braccia e i visi ai lavoranti, il medico del paese diceva che era colpa della chimica e il papà di Francesco decise di chiedere l’aiuto del professor Garofalo di Suolo e Salute, e da allora son passati 48 anni, quarantotto anni!
Francesco Brezza è assai lontano dall’idea di vignaiolo con la camicia bianca aperta  che va di moda oggi sulle riviste del settore, beh poi non potrebbe visto che è sempre in giro fra vigne, campi e stalla, la preziosa stalla fornitrice di letame.

Il letame è tutto per la vigna “lei ti dà l’uva e tu devi darle qualcosa in cambio” mi dice Francesco, io ascolto attento, mi rendo conto di sapere poco, di essere ormai diventato troppo cittadino, di entusiasmarmi di fronte ai fiori di campo come se non li avessi mai visti in vita mia.
Tutto intorno al bricco ci sono vigne di barbera, grignolino, qualche filare di freisa, alberi di caki e di mele, orti, campi dove si coltivano grano e orzo, boschi e prati…giù in fondo il fiume Po possente, lontano le Alpi…a 2 km in linea d’aria c’è anche l’Eternit la maledetta fabbrica che ha causato e continua a causare tante morti fra la gente di queste colline, bieca invisibile assassina, perfetto simbolo dell’avidità e dell’arroganza dell’uomo.

Qui tanti anni fa si raccoglievano e si facevano seccare le foglie delle viti per Weleda che le usava nei suoi cosmetici, qui si continua a produrre e vendere uva barbera per una azienda tedesca di succhi di frutta (in Germania c’è un alto consumo di succo di uva).

Con gli amici Luigi Fracchia e Niccolò Desenzani si assaggiano i vini dalle botti, ancora fermentano, e poi si passa alle bottiglie: memorabili una Barbera Superiore del 2003, una del 2005, una Freisa del 2008, perfetti il Grignolino e la Barbera del 2011…il tempo sembra fermarsi, in cantina scorre la magia quasi eterna dell’amicizia davanti ad un bicchiere di vino.

Quella alla Tenuta Migliavacca è stata una visita densa, densa di paesaggi, di umanità, di odori, di emozioni, di vento, di verità, non la dimenticherò mai, così come non dimenticherò mai i cani che inseguono la nostra macchina che scivola via sul viale della cascina, Fulmine ci accompagna fin quasi alla fine del mondo, il suo mondo, cane coraggioso!
Due considerazioni:
1) la biodinamica non è una moda, esiste da molto, ha cura della terra e dell’uomo che la coltiva, i suoi prodotti sono da tenere in grande stima.
2) i vini di Tenuta Migliavacca da uve di agricoltura biodinamica, utilizzano lieviti indigeni e non sono filtrati, sono tutti di grande qualità e dati i prezzi onestissimi (da 4.50 a 6 euro in cantina) io ne consiglio un gran uso (grignolino e barbera si possono comprare anche sfusi). 
Tenuta Migliavacca Azienda Agricola di Francesco Brezza
in San Giorgio Monferrato (AL) - tel. 0142781767 - sempre al lavoro 365/365

Postfazione  
Francesco Brezza involontariamente o volontariamente o per destino è uno di quelle persone che presidiano e abitano il limite.
Geografico perché la sua azienda è sulla cima dell’ultima collina a nord est che separa il Monferrato dalla pianura padana e il Po scorre alle sue pendici e il mondo lì cambia e si vede, basta guardarlo, annusarlo.
È come in cima ad un bastione di una fortificazione e lì sotto c’è Casale Monferrato e la curva che fa il Po verso sud per raggiungere il Tanaro, alle spalle increspature verdi di colline a saturare l’orizzonte, come un esercito schierato.
Una Finis Terrae (Tirebouchon dixit).


Agricolo perché con sforzi e fatica incarna la figura del contadino di collina archetipico diviso e integrato fra prati, cereali, allevamento, vigna e cantina.
E per fare questo, il concetto così contemporaneo e demoniaco di specializzazione professionale è un non sense perché bisogna saper fare tutto, compreso il falegname, il meccanico e ahimè il burocrate.

Un guardiano del faro nella notte del Monferrato.
Luigi




mercoledì 18 aprile 2012

#vinicolki0 arriva inaspettato di Niccolò Desenzani

arrivando a Torino


Non un giorno perfetto perché un po’ di negligenza per il sublime ci sta tutta.
Finalmente dopo mesi di rapporti twitterari, un paio di incontri più o meno fugaci, riusciamo a organizzare un pranzo a Torino.
C’è Vittorio Rusinà alias @tirebouchon che è il sostegno che chiunque vorrebbe avere. Immensa saggezza, profonda conoscenza, totale umiltà. Il suo è un ruolo fondamentale: è un agitatore di anime e da queste fa scaturire il meglio.

Vittorio Rusinà @Tirebouchon


C’è Luigi Fracchia de gliamicidelbar.blogspot.com, palato fine in fermento di curiosità e penna spesso sublime nel suo mix di agronomia, sovversività e poesia.

Luigi Fracchia @LuigiFracchia

Si aggiunge anche Davide Marone, studente tardivo di enologia, già tecnico delle telecomunicazioni al servizio della capitale sabauda.
Davide Marone @dmarone31


La scelta del luogo è scontata: il Consorzio: miglior carta vini del mondo, che io sappia. E luogo d’elezione per i miei amici torinesi che qui sono come a casa, in perenne tenzone sfottona con i due giovani bravissimi gestori (Pietro Vergano e Andrea Gherra).
-          Se avessi preso io la telefonata avrei detto a Frakkia che non c’era posto!
-          Dài portaci la carta dei vini, o vuoi dircela a voce (parecchie centinaia di etichette ndr)?

io @ndesenzani

Ci siamo giunti io e il Fracchia dopo un giro turistico per i dintorni, nel centro torinese, dove le passioni di architetto di Luigi sono emerse chiaramente. Ne ho avuti vicini di architetti e c’è un furor che li prende quando raccontano di opere a loro care, che io invidio davvero. Perché hanno accesso a un sapere che è sfaccettato, interdisciplinare, preciso. Umanesimo e tecnica.
Ma il tempo non è tanto e tutto è sfiorato.
Dunque finalmente ci sediamo e la scelta dei vini è mezzo improvvisata, mezzo sognata, mezzo pensata… mezzo qualcos’altro così facciamo due! Luigi ha deciso di portare una bottiglia di Soldera del ’69 (che scopriremo essere un ’79, l’indomani: errore di vergatura di Luigi). Non si sa se sia Rosso o Brunello perché le etichette si son perse sotto la sabbia dove furono riposte. Va aperto, ma va anche aspettato.
Un consulto confuso e l’interazione con l’oste portano a un esordio con il Serragghia bianco di Gabrio Bini.


Insieme arriva la prima tranche di antipasti, con una tartare al coltello e un nido di insalata capricciosa.
Questo zibibbo dagli aromi di pompelmo rosa e dalla polpa sapida e lievitosa accompagna alla grande.
Si decide di proseguire con un vin de soif (vino tipicamente giovane, beverino e poco impegnativo nel gergo francofono ndr), un cabernet franc del 2011, Appellation Saumur-Champigny, di Thierry Germain. Ancora vinoso e giovane e acerbo sarebbe da lasciar lì e ribere il giorno dopo, perché comunque è dinamico nel bicchiere.



Si passa dunque al Rouge Fruit di Anne Marie Lavaysse, probabilmente il 2010, che con il suo carattere fresco e un po’ speziato, e una dirittura in bocca che non si penserebbe possibile in un vino figlio di sedici diversi vitigni, si rivela perfetto sui fritti che arrivano come seconda tranche di antipasti. Un fiore di zucca a regola d’arte, un piccolo pezzo di semolino dolce, ché siamo in Piemonte, acciughe fritte, e salate su crostino di burro. Un pezzetto di animella, che mi è piaciuto nonostante non ami quella parte, e altre gourmandise.


Nel frattempo è stato aperto anche un Arbois Pupillin di Overnoy del 2005.
Ma è tempo di agnolotti e per loro, come l’oste suggerisce (più che un suggerimento sembrava un ordine categorico), ci vuole la barbera!
Dunque apriamo la 2006 di Ratti, che io ho portato da Milano.
Il vino viene sottoposto alla critica inflessibile e severa di Luigi e Davide che dapprima ne rilevano con i loro nasi di segugi, odor di stalla, e poi una certa imprecisione in bocca. In effetti appena aperto è un po’ scomposto. Ma piano piano con l’ossigenazione riuscirà ad ammaliare Davide e a convincere Luigi. E’ un vino che fa discutere. E’ archetipico. E’ anche pieno di difetti. Ma l’acidità insieme ai sapori rustici lasciano un’interminabile impronta sul palato. E non c’è dubbio che per gli agnolotti questo fosse il vino.
Finalmente ci avviamo verso una pausa di meditazione: arriva il Soldera, in ottima forma. Piacevolissimo, aperto, molto bevibile. Regge gli oltre trent’anni molto bene, senza acciacchi. Chapeau.



Sulla sua coda partono i taglieri di formaggi.
Non ho voglia di sforzarmi di descriverli e ricordarmeli. Ma sono un’apoteosi di piacere e l’Overnoy, con i suoi aromi di fermenti quasi lattici, e la profondità e la freschezza ossidativa, arriva in tavola col tempismo giusto ad accompagnarli fino a un centrale boccone di comté d’alpeggio che commuove nel suo abbinamento con il vino. Chiude un gorgonzola un po’ violento che non troverà degno contraltare alcolico. D’altra parte solo un vino dolce l’avrebbe accompagnato a dovere.
Luigi


Finiamo con del ruhm.
Vittorio e Luigi mi accompagnano a Porta Susa giust’in tempo per prendere l’Eurostar che in molto meno di un’ora mi porterà alla stazione Garibaldi di Milano, dove mi sveglio per fortuna da un sonno etilico quasi catalettico.
Sono stordito. Abbiamo decisamente esagerato. Ma penso che ogni tanto sia giusto. Aspettavo questo giorno da tanto tempo.
Tengo duro e vado in Centrale a recuperare la bicicletta con la quale mi dirigo in garage a prendere la macchina. Devo raggiungere la mia famiglia a una festa di compleanno nel sud della città.
Sono accompagnato da Radiotre a un volume imbarazzante, con una trasmissione splendida che dapprima mi propone Mingus, poi Les Claypool per poi arrivare fino alla goccia d’acqua di Chopin. Con una serie di collegamenti tanto improbabili quanto azzeccati. E penso che è un po’ come la serie di vini che abbiamo bevuto a pranzo.
Torniamo finalmente a casa.
Adesso le bimbe sono a letto e io scrivo sdraiato sul divano e penso che non è una giornata perfetta solo perché abbiamo un po’ esagerato, la testa un po’ mi pesa.
A volte è il piccolo prezzo che si paga per una grande felicità.
Ho solo una gran voglia di vedere ancora questi nuovi amici.
Aggiungo posticcia questa riga l’indomani, dopo un ottimo risveglio,  ascoltando la goccia di Chopin e ripensando alla bella giornata di ieri.
Alla prossima.

Niccolò

Breve postfazione.
Ho volutamente mantenuto il titolo #vinicolki, anche se come ci fa notare Niccolò poi non ritorna nel testo, perché mi piace e perché tutti i vini bevuti quel giorno rientrano in questa categoria non categoria inventata da Vittorio.
Ho pubblicato con piacere questo resoconto perché (un po’ per il mio sfrenato ego) dalla dimensione privata e particolare dell’evento, forse, si possono trovare degli spunti pubblici e universali.

i cuochi del Consorzio


insalata capricciosa

venerdì 24 febbraio 2012

#vinocolKi merlot 2007 le due terre prepotto

E mi ritrovo a bere molto, forse troppo, e poi a parlare degli stessi*.   

Capita che ci sia un qualcosa da festeggiare.
All’improvviso, senza possibilità di pianificare un acquisto o una scelta ponderata.
Scendi in cantina, fai un po’ di valutazioni, pensi, cogiti.
Prendi una magnum, poi, non fidandoti né del tappo né della flora microbica dell’infernot**.
Arraffi una bottiglia di un produttore che già conosci, così come una ruota di scorta.
Arrivi a casa del festeggiato col bottiglione, lo apri, lo versi, lo annusi.
Morto, il vino dentro è defunto.
Ti deprimi e vedi una crepa, invisibile ma definitiva, negli occhi del popolo adorante.
Che non ti chiama più maestro.
Allora, con le palpitazioni, apri la seconda.
Che non c’entra niente col frittino di merluzzo.
E la zuppa di cozze in potage Parmentier.
E’ un Merlot.
Lo fai assaggiare agli altri, perché oramai la tua prosopopea è già a casa sotto le coperte.
Scruti negli sguardi dei commensali.
Sorridono e tu ti distendi, ti rilassi un po’.
Annusi e senza remore deglutisci.
Uno schiaffo di profumi intensi.
Terrosi e fungini e pepati.
Tabasco, ma di quello buono che sa di peperoncino.
Una acetica impertinente pizzica le narici.
E lo bevi fino a che non vedi il fondo della bottiglia e la fine delle tue paure.
Derive bordolesi nel bicchiere.
Verticale di acidità e piccantezze vegetali.
Tannini rotondi come i sassi della gironda.
Nessuna indulgenza a morbide e facili piacevolezze.
Da conquistare e che conquista.
Il Merlot 2007 di Le Due Terre ti ha salvato e ha salvato la serata.
Anche se l’invisibile crepa è lì e ha ormai incrinato la tua credibilità sociale.
Bonne degustation


Luigi

*produttori non vini, è il terzo post che dedico a Silvana Forte e Flavio Basilicata, aspettatevi il quarto e nel frattempo mettetevi qualche loro bottiglia in cantina, caso mai vi invitassero all’ultimo ad una festa di compleanno. Ecco il primo e il secondo post.
**in piemontese è il termine che indica la cantina dedicata ai vini pregiati.

mercoledì 15 febbraio 2012

moscato d'Asti docg arcese 2010 bera gianluigi

Moscato d’Asti Docg 2010, Bera Vittorio e Figli, Canelli (AT).



Gianluigi Bera e il sacrificio di un terroir.
E’ vignaiolo calato in un territorio affetto dalla “sindrome del moscato”* malgrado ciò ha da sempre applicato metodi di coltivazioni biologiche.
In un ambiente votato alla produttività massima col minimo sforzo, ha sempre mirato alla qualità.
E al mantenimento di una certa continuità tecnica col passato.
Ho bevuto due suoi vini nel corso della stessa sera e scegliere quello di cui parlare è stato difficilissimo.
Per cui accennerò a tutti e due ma il campione, il vino hors cathegorie è il
Moscato d’Asti docg.
Profumatissimo di mosto e uva moscato.
Carnoso di mieli e foglie di salvia.
Goloso.
Grassoccio.
Leggero raspo vegeto-acido.
Dolce.
Però mantiene come d’incanto una cotè scontrosa, quasi irrisolta, che da bevanda dolciastra lo traghetta verso livelli di eccellenza e profondità assoluta.
Non sprecatelo sul dolce.
Stilton e buona compagnia.
O anche solo abbinato a quattro chiacchiere un po’ alticce di fine serata, aspettando con indolenza il momento più volte rimandato del rientro.
Proviamo a lasciarne qualche bottiglia in cantina.
Secondo me può dare belle sorprese.




Arcese 2010 bianco
Un blend di cortese, sauvignon, favorita, arneis.
Profumi delicati, citrini, di timo, vegetali.
Mineralità educata.
Affumicato di incensi (Tirebouchon dixit).
Naso francese.
Saporito quasi salato.
Giocato sul filo sottile che divide la delicatezza e l’eleganza dal peso.
Sapore, sensazioni ondivaghe che dal salino vanno al vegetale all’amarostico.
E in bocca lasciano una pienezza gustativa.
Che se ne infischia dei sapori pseudo dolci.
Bonne degustation


Luigi

*produzioni al limite superiore del disciplinare, ottenute con tutti i mezzi più sbrigativi possibili limitando al minimo indispensabile le ore lavoro ettaro per massimizzare i guadagni derivanti dalla vendita di un uva ben remunerata dai 1,30 a 1,80 euro al Kg.


mercoledì 25 gennaio 2012

scaccialupo 2006 barbera igt PV sacrafamilia #vinicolki

Scaccialupo 2006, Barbera Oltre Po’ Pavese, Sacrafamilia



Ho voluto, volontariamente, ignorare il complesso incipit di Mercandelli sui vini biotici.
Volevo che fossero le sensazioni, le percezioni a parlare.
Non quel fascinoso mondo alchemico, spirituale, magico che traspare dagli scritti sul sito e dall’articolo comparso su Porthos 35.
So che esiste tutto ciò ed è stato il motore primo che mi ha spinto alla ricerca del vino.
Però poi la bottiglia era lì sola sul tavolo.
Con la sua grafica molto cool e intrigante.
Ma non c’era un corpus teolologico che l’introducesse.
Solo il vociare degli avventori e il parlare esotico di tre ragazze giapponesi.
Il vino nei bicchieri.
La mano sullo stelo.
I profumi che uscivano.
Impetuosi direi e fascinosi e mutevoli.
Forse anomali e mi tornavano in mente le parole di Mercandelli.
“Le mie vigne fotografano terra e cielo (vado a memoria)”.
Immaginavo me stesso sdraiato tra i filari e gli occhi puntati verso il cielo.
Calore e sapido di terra e radici di genziana o rabarbaro o china (decidete voi).
Si intrecciano in un costrutto solido, masticabile.
L’amarognolo mitigato da dolcezze di acino fresco con la sua buccia linfatica.
Una corsa parallela.
L’officinale e le spinte eteree quasi da bottega di erborista.
Lunghissimo e goloso.
Elegante.
Impossibile fermarsi nella bevuta.
Vittorio Rusinà lo ha proclamato vino col KI.
Unico residuale dubbio il prezzo non proprio economico.
Però abbiamo speso di più e per vini peggiori.
E poi io di posizionamento e marketing ne capisco poco e quel poco che intuisco, bevo per dimenticarlo.
Ringrazio il ristorante Consorzio per averci ospitato, sfamato concedendoci chicche casearie delle terre d’Albione e anteprime culinarie e per averci sopportato sino a mezzo pomeriggio.
Bonne degustation

Luigi

Vino acquistato sul sito Palatifini a 69,00 euro, sito dal quale mi rifornisco, da anni oramai immemori, di un pesto da campionato del mondo.
Adesso vado a rileggermi i “vini biotici” e l’articolo portosiano.




lunedì 19 dicembre 2011

cirò 2009 'avita francesco de franco_

Cirò classico superiore 2009, ‘A Vita, di Francesco Maria De Franco, Cirò marina (KR).


Gaglioppo in rigorosa purezza.
E per mantenerla questa purezza Francesco ha provato a combattere contro i vitigni “migliorativi”.
Inseriti nella docg nell’ultimo anno.
Il suo concetto, che ho fatto mio da tempo è:
perché non lavorare con le cultivar presenti sul territorio, facendo ricerca e selezioni massali da vecchie vigne, preservando la naturale diversità genetica intraspecifica delle piante?
Perché, perché?
Perché affidarci a piante con storie di evoluzione in territori lontani e climi incomparabili a quelli in cui vengono calate?
Per fare vini scuri, densi, morbidi, adatti a tecniche enologiche a la page?
Ebbene il Cirò di Francesco, persona di onestà intellettuale e gentilezza ormai rare, non è così.
Dalle sue vigne a cinquanta metri di quota, affacciate sullo Ionio.
Produce con mano leggera sia in campo sia in cantina un solo vino il Cirò.
In cui c’è freschezza da vendere con acidità inizialmente impetuosa e scontrosa esaltata da sensazioni vegetali e tannini un po’ ruvidi.
E’ vino di colore chiaro e brillante quasi emaciato considerando che proviene da vigne con le radici nel mare.
E il calore abbacinante che non  scende neanche la notte.
Però come spesso succede la coevoluzione, il legame intenso con il territorio fa si che i vini non siano caricaturali, gonfi di anabolizzanti.
Eterea eleganza mista a rusticità ben condotta ne fanno un vino che frutteggia ma ha già in nuce sentori complessi.
Si sentono davvero i frutti di bosco, le fragoline.
E poi un po’ alla francese del fieno e leggero vegetale rinfrescante.
Legno di liquirizia, amabili dolcezze di incensi e macchia ci fanno intuire lontane terre di quasi oriente.
Da cui amiamo pensare provenga il Gaglioppo.
Francesco De Franco.
Segnatelo sulla Moleskin ne sentirete parlare ancora.
La Calabria ha bisogno di gente come lui gentile, onesto ma tenace, un guardiano della terra.
Fa anche un ottimo rosato d’antan per palati robusti e non massificati
Bonne degustation.

Luigi


venerdì 16 dicembre 2011

vinicolki rosso di cerasa 2009 guccione

Rosso di Cerasa 2009, Az. Agr. Guccione, Monreale (PA).



Nerello Mascalese e Perricone.
Il rosso di punta di Francesco Guccione.
Etichetta vergata a mano da cui evinco di aver scolato la centottantesima bottiglia di duemilacinquecentosei prodotte nel duemila e nove a.d..
Forse dovrei consultare un esperto di Qabbalàh.
Nell’eremo di C.da Cerasa il lavoro di amanuense aiuta Francesco a rilassarsi e perdersi nella natura e nel buio della notte.
Delicato di colori, intenso di profumi.
Mi ha ricordato certi vini dell’etna.
Sarà il nerello con quel profilo aromatico caratteristico.
Così profumato di pesche, di melone, vegetale.
Magro e affilato.
Educato e bevibile.
Saporito e sapido.
Figlio delle notti fredde di Contrada Cerasa a più di seicento metri di quota.
Io godo nel bere vini come questi che sradicano e invertono i luoghi comuni.
Un vino siciliano con colori chiari, alcolicità vellutata, acidità nervosa, profumi freschi.
Da dipendenza e io, sospettoso, ne avevo presa una sola bottiglia.
Sono già in scimmia.
Glu glu è andato giù.
Bonne degustation.


Luigi


Ho scritto questo post con una certa ritrosia, perchè è il terzo che pubblico sui vini di Francesco in meno di un anno.
Però mi è piaciuto così tanto.
La memoria della pace che mi aveva instillato non scemava.
Ho poi letto cose turpi (del tutto ingiustificate e diffamanti) su lui e i suoi vini e ho deciso.
Di scriverne a parziale ammenda.

Se volete leggere del Girgis Extra.
Se volete leggere del Lolik.

lunedì 12 dicembre 2011

arbois pupillin 2003 overnoy chardonnay

Arbois Pupillin 2003, Domaine Pierre Overnoy, chardonnay.
Vin de resistance.
Jura Francia.

Salina di Arc-et-Senans

Ad Arbois nacque Pasteur il primo studioso moderno del mistero della fermentazione alcolica.
A Salins-les-Bains e ad Arc-et-Senans ci sono antiche saline con vesti illuministe, opera di Claude Nicolas Ledoux il più visionario, utopico e lisergico architetto dei lumi.
Raccontano di un occidente arcaico e di una cultura che segnerà l’intera Europa.
Tutto intorno foreste, dalle quali si traeva combustibile per le attività delle saline.
Pascoli dai quali nasce uno dei Gruyère, formaggio medioevale di origine monastica, più interessanti di Francia il Comtè.
Una macina di sessanta centimetri di diametro che sprigiona profumi e sapori di erbe inebrianti.
Capace di stagionare fino a tre anni e oltre, di una grassezza e untuosità che solo i migliori Vin Jaune riescono a sgrassare.
Vigneti.
Una piccola enclave di vigneron arroccata in questo luogo, con alle spalle il massicio del Jura davanti la Borgogna, resiste alle tentazioni di omologazione del gusto.
E continua a produrre vini ante Pasteur.
Come se l’illustre concittadino e i successivi formidabili successi dell’enologia non li toccassero.
Mi piace pensare che la salinità che esprimono questi vini derivi dalle acque termali del sottosuolo.
Mi piace pensare che le ossidazioni e acidità vertiginose servano a sgrassare la bocca dal Comtè d’etè di ventiquattro mesi.
Mi piace pensare che il folle Claude Nicolas Ledoux bevesse Vin Jaune guardando le maestranze costruire la salina.


E’uno chardonnay vinificato normalmente senza velo di flor.
Senza botti scolme.
In riduzione.
Ha profumi caldi di frutta e lontani refoli ossidativi, salini.
Ha una freschezza incredibile, l’acidità sale impetuosa, raschiante poi si allarga più morbido.
Una burrosità marginale e inaspettata.
Come polpa di pera matura ma asprigna.
Ruvido.
Poi si abbandona su florealità esauste e languide.
Così insolente, sbilanciato e scorretto da essere superlativo.
Lo abbiamo bevuto in accompagnamento alle ostriche.
Il sale di terra ha incontrato l’oceano.
Schiaffi salmastri

L’esatto opposto dell’archetipo di chardonnay.
E’ stato proclamato unanimemente vino col Ki.
Non ci sono solfiti aggiunti.
La bottiglia è finita molto in fretta.
Bonne degustation



Luigi


mercoledì 7 dicembre 2011

_anidride solforosa SO2 biossido di zolfo_

Chi è l’amico della solforosa?

Non mi importa che faccia o no male.
Gli effetti che ha sul mio corpo li scopriranno molto dopo la mia dipartita.
Mi chiedo solo perché la si usi, da quanto e con quali risultati organolettici?
In realtà se lo è chiesto molto prima di me Michel Le Gris ed è dal suo libro che ho rubato a mano bassa questi pensierini che ho il piacere di sottoporvi.
Da quando si usa?
Con certezza dal settecento o giù di lì e si usavano micce di zolfo con cui si fumigavano le botti prima dei travasi.
Non si aggiungeva direttamente nel mosto o nel vino.
Si è cominciato ad aggiungere acido solforoso ai mosti ai primi del novecento.
Subito i vignaioli cominciarono ad accusare problemi nel far partire la malolattica.
Nei vini rossi penserete.
No! Nei bianchi,  Alsaziani per giunta.
Quelli che ora sono vinificati con generosi zuccheri residui e profumi fruttati, senza malolattica, imbottiti di solforosa.
Quindi prima dell’uso dell’acido solforoso i bianchi Alsaziani venivano stabilizzati con la malolattica e il frutto era preservato facendo affinamenti corti in botti grandi e poi subito bottiglia.
E comunque si aprivano Riesling del 1843 in ottime condizioni.
Ops.
Allora spiegatemi e convincetemi perché oggi, per bere un bianco devo anche ingurgitare 100/120 mg/l di solforosa.
E’ una tassa sulla modernità sensoriale?
Siamo sicuri che i bianchi debbano essere fruttati e floreali e freschi.
Oppure, visto che sono tutti così, non abbiamo possibilità di scelta?
Antisettica e antiossidante l’anidride solforosa ha modificato il profilo organolettico dei vini negli ultimi ottanta anni.
Eppure anche prima si facevano grandi vini.
Siamo figli della solforosa e dell’errore concettuale che sottende all’intervento sanitario preventivo.
Il suo effetto sui vini è di amplificare certi profumi primari semplificando molto il corredo olfattivo, esclude le ossidazioni, brillanta e vivifica i colori.
L’uso preventivo è stato esteso a molte tappe del processo produttivo.
Ammostatura in primis e qui viene usata per una pratica che io non riesco ad accettare concettualmente.
La sanificazione del mosto che poi deve essere inoculato con i lieviti selezionati per fermentare.
Insomma neutralizzo i microorganismi  già presenti nel mosto per poi metterne altri provenienti da selezione genetica (per maggiore chiarezza, i microrganismi nel mosto all'inizio sono non saccaromices provenienti dalle bucce, i saccaromices, principali responsabili della fermentazione, sono pochissimi numericamente e l'inoculo avviene attraverso le attrezzature e gli ambienti di cantina, quindi i saccaromices sono lieviti di cantina.)
I lieviti selezionati sono resistenti alla solforosa, alcool alto produttori, glicerina alto produttori, composti aromatici alto produttori, acido acetico basso produttori, composti solforati basso produttori etc. tutto tabellato nelle schede tecniche delle ditte produttrici.
Territorio, entità tanto invocata dove sei finita?
(Mi è stato detto più volte da illustri produttori: ”per me i lieviti non sono territorio, perché sono in  cantina e non in campo!” Si vede che hanno i vigneti a Treviso e le cantine in Svezia).
Svinatura.
Travasi.
Imbottigliamento.
Nei vini bianchi inibisce la malolattica e sbianca il colore.
Nei rossi favorisce l’estrazione dei coloranti dalle bucce, però magari, poi non parte la malolattica e allora bisogna inoculare i vini con i batteri lattici selezionati (e questi sono carogne inaffidabili, perché la solforosa proprio non la sopportano, neanche i ceppi selezionati).

Non farà male, non sono certo io a dirlo, non ne ho titolo, però:
E proprio questo ciò che vogliamo?
Un vino costruito pezzo a pezzo come un prodotto industriale secondo i gusti del marketing?


Libro consigliatomi da Lucia Galasso alla quale devo anche molti spunti di riflessione e furtarelli intellettuali.
M.Le Gris, “Dioniso crocifisso. Saggio sul vino nell’era della sua produzione industriale”, DeriveApprodi, Roma, 2010