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mercoledì 8 aprile 2015

Volevo bere G Punk di Nadia Verrua

di Vittorio Rusinà

Volevo bere G Punk, il grignolino su fecce fini di Nadia Verrua, ma non c'era, allora Andrea Gherra mi suggerisce Vino Rosso dove confluiscono le uve di grignolino 2012/2013 (è la prima versione sperimentale di G Punk, mi dirà poi Nadia) è super, bella dritta.
Amarena griotta pesca gialla nettarina, fieno, fregola matura, ciliegia cotta, acerbo, sapido, salino, salsedine, conchiglie, salmastro, dolce, fruttato, la mandorla del nocciolo di pesca, garofano, lampone, ramassin, resina, polvere, cenere.
Immenso, è il Grignolino come Dio comanda.

Una sera, ad inizio primavera, da Banco a Torino

martedì 3 febbraio 2015

Lo champagne naturale Bulles de Comptoir

di Vittorio Rusinà

Raro è raro ma lo champagne naturale esiste.
Era tanto che non bevevo champagne, è un vino che conosco poco, è un vino a tratti sopravvalutato, è un vino che ha subito tanti danni dall'industrializzazione dei metodi di produzione, ma qualche sera fa mi è stato offerto dall'amico, con enoteca in Leinì, Cristiano Devià da Banco a Torino e non ho saputo "resistere".
Bellissima etichetta per questo champagne, distribuito in Italia da Stefano Sarfati e prodotto dal giovane Charles Dufour a Landreville, nella Cote des Bar.
Charles Dufour ha un approccio naturale sia in vigna che in cantina, le fermentazioni sono con lieviti indigeni e alla sboccatura non vengono aggiunti solfiti.
Questo champagne extra brut si chiama Nouveau Souffle ed è indentificato con #3, da uve pinot noir, chardonnay e pinot blanc.
Una gran bella bevuta.
Mai più così tanto tempo senza champagne!


www.bullesdecomptoir.fr


martedì 25 novembre 2014

Bruno Duchene e La Luna

di Vittorio Rusinà


"Sono arrivati i vini di Bruno Duchene!" così gli amici di Banco scrivevano qualche giorno fa su Facebook, butto un'occhiata, ah che belle etichette, sono incuriosito. Prima di me si butta sulla preda Luigi, non lo sa ancora ma Bruno ha vigne su terreni di scisti (che sono la passione segreta del capo del Bar), e mi manda un feedback positivo. Ok vado anch'io.
Anche Simona di Banco mentre scelgo di bere La Luna 2013 (90% grenache e 10% carignan) mi sussurra "è buonissimo", ci siamo dunque.
Sul tavolo nei piatti di latta bianca: insalata capricciosa, uovo rotto con peperoni, acciughe, capperi&co, tagliolini con burro e nocciole, zabaione con salame di cioccolato, meringa con pere al forno e nocciole caramellate al masala (una droga per me).
Seguono le note di due ore di degustazione di uno dei più buoni vini rossi che abbia assaggiato quest'anno.


 

Pungente al naso, caldo, pepe, melograno, rosmarino, alloro, carne, sangue, erbaceo, lavanda, resina.
Lavanda sì lavanda, foglie di menta, di eucalipto, costante la resina.
Fin da subito grande beva, dopo un'ora raggiunge la perfezione.
Asprezze marine, acqua di mare sugli scogli, iodio (le vigne sono su terre di scisti vicino al mare).
Poi campoi di fiori, resine di conifere, fieno, erbe, amarene, griotte
Alla fine splendido equilibrio fra alcool e corpo materico, incredibile la leggerezza, la sottigliezza. Un vino vivo, un vino col KI, un vino mai uguael a se stesso, un vino che ti porta a danzare nel bicchiere e nella vita che ti circonda.

I vini di Bruno Duchene non sono distribuiti in Italia, si trovano da Banco a Torino (Andrea e Pietro, i proprietari, sono amici di Bruno)
Le vigne di Bruno Duchene si trovano a Banyuls in Francia al confine con la Spagna, in quella terra che è chiamata Catalunya da una parte e dall'altra.

venerdì 11 luglio 2014

la cuite, il gatto nero e il banco. il nuovo, la storia e il contemporaneo. a torino sotto un cielo di piombo fuso

1°tappa

La Cuite
Siamo in tre, seduti ai tavolini di ferro de La Cuite, una bottiglia di Champagne di Demarne Frison e dei tacos piccanti, fuori come in un Blade Runner sabaudo piove, una cortina d’acqua oscura le vetrine, chiacchiericcio assordante.
Siamo a San Salvario il quartiere dalla movida e delle multietnie torinesi, Alessandro Gualano patron del locale, si muove come un furetto e mesce birra, vino, cocktail, i ragazzi e ragazze di sala scivolano agili fra i tavolini.
Si sente pulsare una vitalità pazzesca, rumori, brandelli di discorsi aleggiano nell’aria, si percepisce una sensazione di evento tribale officiato da una comunità variegata e ondeggiante.
Qualcosa a metà fra una musica tecno e i canti degli sciamani.
Ci si perde, aiutati dall’alcol, in una espansione sensoriale.
Il locale recente ma non recentissimo è un luogo cult per l’aperitivo e le chiacchiere.
Impossibile non incrociare volti noti.
Beviamo e parliamo e festeggiamo e il vino è il medium della convivialità, un grimaldello che rompe le corazze che tutti noi indossiamo ogni giorno per proteggerci dall’ambiente esterno.
Usciamo, abbiamo appuntamento con il quarto commensale al Gatto Nero, strisciamo lungo i muri ottocenteschi per evitare il monsone che imperversa sulla città, una persona ci guarda, da un balcone verandato con teli di plastica e tende verdi, irto di bandiere e vasi di fiori come dalla cabina di pilotaggio di un esausto peschereccio alla deriva.
Il nuovo

2°tappa

Il Gatto Nero
La storia della ristorazione torinese, nato nel 1927 (in un'altra sede) si è spostato in un brano di città figlia del boom economico.
Porta in legno massiccio, nessuna movida, un tranquillo quartiere residenziale austero e kitch come sanno essere le città contemporanee, figlie dell’espansione continua, incontrollata e fiduciosa nei mezzi umani, tecnici e economici.
Ci apre Andrea Vannelli, terza generazione alla guida del locale, in giacca bianca, immacolata, dall’abbottonatura alta da cui spunta una cravatta, di un eleganza d’antan, l’ambiente è silenzioso, emana professionalità e buon gusto.
Andrea e Gil Grigliatti (prendetevi due minuti per leggere anche il suo post di ieri) ci raccontano della grande influenza che questo ristorante ha avuto sulla ristorazione torinese, una storia di altri tempi, tempi lontani ormai (adesso due anni pesano come ere geologiche) di quando i Vannelli erano venuti al nord da Altopascio e hanno costruito ed insegnato ai torinesi una cucina fatta di leggerezza e olio e pesce e carni che ha dato uno scossone alla tavola tradizionale torinese.
L’insalata calda di mare ne è un esempio (un piatto copiato da tantissimi ristoranti della città) e noi con quella abbiamo iniziato il percorso, da commozione! Baccalà mantecato con patate dai sapori nitidi ed equilibrati, gli spaghettini “alla Peppino Fiorelli” (cantante napoletano che veniva a Torino per registrare le sue canzoni all’EIAR ora RAI che nacque proprio a Torino, all’ombra della Mole) e che dire dei paccheri al ragout di costata lungamente cotto e ridotto alla quintessenza dei sapori carnei, le patate a fiammifero che mi hanno ricordato quelle di Balthazar a New York.
La cantina di Andrea è una miniera da cui compaiono un metodo classico sardo di vernaccia e nuragu Marzani e poi Chateau Musar 91 bianco e un 97 rosso per finire con Vermouth americano "Veiturin" Marenco degli anni ’50, moscato passito Cinzano anch’esso del 50, moscato di Siracusa di Mansio.
Stupiscono (non dovrebbe essere così ma spesso all’accoglienza si dedica poca attenzione) la competenza in sala, il servizio attento ma disinvolto senza affettazione.
Merita un cenno l’arredo progettato da un giovane Pietro Derossi architetto torinese, mio docente al Politecnico di Torino a cui devo molto della mia formazione e approccio all’architettura. Pareti in mattoni a vista, banconi in legno e acciaio inox e ferro con sedute integrate, schermi, balaustre cesellate su misura per gli spazi del locale, il soffitto della sala contiene, integrandolo, l’impianto di condizionamento e le bocchette di aspirazione dell’aria sono su disegno (uno dei primi casi di progettazione totale degli interni sia architettonici sia tecnici), sedie danesi di una eleganza incredibile.
Un progetto globale che andava dalla progettazione architettonica, agli arredi, alle ceramiche, alla cucina ispirato dalla volontà di questa famiglia di offrire il meglio per i propri clienti.
La storia

3°tappa

Il Banco vini e alimenti
È appena finito di piovere la città è lucida come l’acciaio e dopo il Gatto Nero ci dirigiamo verso il cuore romano di Torino.
Del Banco sapete tutto: si beve, si mangia, si compra per asporto vini e alimenti.
C’erano Fabrizio Iuli e Paolo Veglio la meglio gioventù del vino piemontese, non è raro incontrare produttori che tirano tardi da Pietro e Andrea.
C’erano anche altissimi e biondissimi e anglofoni dee jay reduci dal Kappa FuturFestival.
L’occasione giusta per bere ancora qualcosa chiacchierando con i “reduci della notte” ed infatti escono come conigli dal cappello una Vigneron di Cantillon, un Ansonaco 12 di Carfagna e una Besiosa 13 di Crocizia.
Consumate all’aperto, appoggiando i bicchieri sulle sedi impilate e pronte per essere rimessate, malgrado l’ora tarda e la molestia di noi avventori, Irene Carfagna (si avete letto bene! Lei è la figlia di del produttore dell’Ansonaco) scivola come su binari oliati di simpatia, cortesia, professionalità, una parola per tutti e mai un cenno di stanchezza nel volto o un irruvidimento dei gesti, chapeau! Il miglior acquisto del Banco!
Stare al di là del banco non è un ripiego, un sublavoro ma è, se lo si fa bene, una professione complessa  che deve nutrirsi di vocazione, competenza e allegria.
Il contemporaneo


giovedì 12 giugno 2014

Banco a Torino

di Vittorio Rusinà


Banco io pensavo fosse da un'altra parte, cioè di fianco al Consorzio e di fronte al Banco dei Soldi e invece no, non era lontano ma era nella via dei Mercanti di fronte a quello che era (non c'è più) uno dei più vecchi ristoranti cinesi di Torino.
Un tratto di via tranquillo, quasi appartato rispetto alla confusione delle vie vicine del centro. Tavolini all'esterno ok, ma il pezzo forte è il bancone su cui appoggiarsi grazie ai trespoli, bere, mangiare qualcosa (cucina sempre aperta, caso rarissimo) e parlare con i vicini o con i "banchisti". 
L'altra sera ci faccio un salto con gli amici Patrick Ricci che al lunedì è di festa e Luigi Fracchia, una cosa buttata lì all'ultimo minuto (io ero già seduto a cena a casa con un bicchiere di Particella 928 fresco davanti al piatto quando d'improvviso squillò il telefonino...il resto è questa storia qui). 
Ai tavoli all'esterno riconosciamo Guido Zampaglione di Tenuta Grillo, via a stappare insieme un suo Sauvignon, il Solleone (in sintonia con il clima) ed è subito un "banana matura, pera, pera, un filo di ananas" urla Patrick (è alla fine del corso di primo livello amicidelbar, bisogna capirlo). Di fianco a Guido c'è anche Igiea la signora del riso dei Beni di Busonengo, interessante soffermarsi tutti insieme a parlare della coltivazione del riso, del trapianto delle piantine, dell'uso indiscriminato di fitofarmaci, dell'acqua che dovrebbe essere sorgiva. Poco più in là c'è anche Eugenio Signoroni uno degli artefici della Guida alle Birre d'Italia di Slow Food con lui e altri si chiacchiera di lambic e acidità varie, ben presenti qui da Banco (gran numero di bottiglie di Cantillon sugli scaffali) insieme a due spine in questo momento dominio di Montegioco.
Sul vino non si discute, gran vini naturali anche rari come lo Zibibbo Integer di Marco de Bartoli che beviamo a ruota del Solleone insieme a un gran piatto di formaggi che sono uno dei punti di forza del Banco.
La serata si conclude con l'acidità tagliente di tre calici di L'Insolite, da uve chenin, Loira.
Gran posto Banco, posto per tante cose, non solo per pranzare o cenare, ma anche per comprare specialità gastronomiche fresche, bere una birra, un calice di vino, un lambic, lo spaghetto di tarda sera, la merenda, due chiacchiere con Andrea e Pietro che si alternano alla guida di un posto che non tarderà a diventare punto di riferimento, la stoffa, e anche qualcos'altro, c'è.

Banco, Via dei Mercanti 13f, Torino
http://www.bancoviniealimenti.it/




martedì 10 giugno 2014

Un po’ di Francia nel bicchiere, parlando del più e del meno con Patrick Ricci al Banco vini e alimenti

Mi è sempre piaciuto avere delle posizioni iconoclaste e ho sempre guardato più ai cattivi maestri che agli insegnanti.
Per cui la pomposità dell’approccio “colto” al vino mi irrita, ne leggo una volontà di erigere barriere fra savant e non savant, con tutto il corredo di linguaggio tecnico e spocchia. I corridoi veronesi del Vinitaly sono la casa preferita dai soloni paludati in giacca e cravatta regimental che si aggirano come papi etilici seguiti da codazzi di groopies e lacchè e da produttori e distributori che ne baciano la mano.
Dispensatori di sapere, scrigni di conoscenza, difesi da spocchia e alterigia.
Comunque sia, qualche giorno fa in attesa di Patrick al Banco vini e alimenti ho organizzato un piccolo viaggio in Francia.
Nel bicchiere naturalmente!
Una degustazione da strada.
Molto rilassante.
Molto stimolante.
Inizio piano, incuriosito dall’Insolite che anni fa non mi aveva convinto.




Ne prendo un bicchiere e annuso, due parole al banco con Christian Bucci (l’importatore di cotanto vino) e poi a degustare “scientificamente” nel dehor per godere del primo caldo e delle bellezze a passeggio (spettacolo discreto ma nulla da paragonare al defilè di modelle che ci ha riservato la visita a Milano da Vinoir!).
L’Insolite 2013 di Domaine des Roches-Neuves, Saumur è una lama affilata, lo Chenin che mi piace, zero ossidazioni, freschezza citrico balsamica, sale e residuale florealità (è giovanissimo!).
Mi seggo nel dehors e assaggio, pesco due nocciole incrostate di spezie piccanti, mi alzo e annuso, faccio due passi e roteo il bicchiere che esplode in un luccichio colpito da un raggio di sole (Patrick è in ritardo!).
Mi distraggo al passaggio di…
Ops! Il vino è finito e…l’ho bevuto tutto.


foto di Pietro Vergano

Ci mettiamo a tavola e ordino il secondo passo in Loira il Petit Buisson 2012 di Thierry Puzelat, Clos du Tuè Boeuf, un sauvignon della Touraine.
Curioso, atipico, bei profumi quasi resinoso-mentolati ma cade un po’ in bocca, manca di freschezza di scatto e la sapidità è un po’ imbrigliata da ossidazioni zuccherose. Intanto parliamo e mangiamo e anche questo secondo vino sparisce insieme ad un polpo alla gallega (ah! I vini galleghi di Muradela).
Non pago voglio fare ancora un giro in Francia, intanto la discussione langue e lo struscio pure, decido per un salto in Borgogna, a Chabis dai coniugi De Moor con l’Aligotè plantation, che assaggiai la prima volta da “Rino” a Parigi ma ormai Giovanni Passerini ha chiuso e il Plantation mi ha un filino deluso così come il Petit Buisson d’altronde.




Seduti nel dehor ce la scialiamo al sole, con un venticello fresco che ci accarezza ma è ora di tornare a lavorare, un caffè* e via!
Kempè


Luigi

*ottima arabica di Lady Caffè, qui al Banco si beve uno dei migliori caffè di Torino.

Banco vini e alimenti.
Via dei Mercanti 13/f
10122 Torino
http://www.bancoviniealimenti.it/