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Visualizzazione post con etichetta Francia. Mostra tutti i post
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giovedì 17 settembre 2015

Petill' Gris 2011, Domaine Pente des Coutis

di Daniele Tincati
 


Era un po’ di tempo che volevo assaggiare questo vino.
Le condizioni necessarie per una buona bottiglia c’erano tutte: il Pineau D’Aunis in primis, una vera ossessione degli ultimi tempi, da quando assaggiai il mitico Le Verre des Poetes 2009 di Emile Heredia, vicino di casa del domaine in questione, e del quale segue ed aiuta le vinificazioni.
Poi la rifermentazione in bottiglia, altra mia fissazione, da deformazione cultural-regionale.
Così ho acquistato un paio di bottiglie, quelle che ho trovato, il 2011, anche se, essendo un Vin de France non può riportare l’annata in etichetta, ma questo si deduce dal numero del lotto di imbottigliamento.
Così stappo la prima, ma non scocca la scintilla.
Il vino è marcato dai sentori classici del Pineau D’Aunis, spostato sulle note amare di radici, che ne condizionano in effetti la chiusura gusto olfattiva, non particolarmente gustosa.
Anche l’impronta alcolica, benché contenuta sul 12,5%, risulta sbilanciata, non supportata da spalle robuste, porta la componente di morbidezza ad essere un filo sopra le righe, con apporto di leggero residuo zuccherino.
Insomma, un mezzo disastro.
Ma l’abbinamento da aperitivo ed antipasti leggeri non lo ha favorito, anzi.
Così, perplesso, finisco la bottiglia nei giorni successivi, senza trovare un miglioramento percettibile, ma senza che il vino abbia un qualsiasi cedimento o deriva di qualche tipo.
La seconda bottiglia, finisce quindi per restare in attesa di un secondo tentativo, senza troppa convinzione.
Poi, una sera decido di fare wurstel e patatine fritte, e non trovo birra per casa.
Mi butto in cantina senza idee precise, deciso a non bere acqua minerale, ma neanche a stappare uno Champagne.
E qui la folgorazione.
Mi trovo davanti la bottiglia di Petill’Gris, ed in un’attimo mi scorrono in mente le sensazioni gustative del primo assaggio, e capisco che è il momento giusto.
In effetti il vino, col giusto abbinamento, sembra un’altra cosa, più simile ad una Tripel belga che ad un Pineau D’Aunis rifermentato in bottiglia.
Leggera carbonica, colore rosa buccia di cipolla, non molto brillante, con velature mature.
Naso leggero di note amarognole tipo luppolo, e dolciastro.
In bocca l’alcool si sente, fa squadra col residuo zuccherino, e le note amare.
Insomma, un vero effetto birra, e il vino va giù che è un piacere.
Uno degli abbinamenti più azzeccati che ho fatto negli ultimi anni.
Sono sempre più convinto che per certi vini, non per tutti, l’abbinamento corretto è fondamentale per poterli apprezzare.
Non si può sorseggiare qualsiasi cosa come aperitivo, così come è molto difficile valutare bene un vino al primo assaggio, figuriamoci un assaggino ad una fiera.
Certo, ce ne saranno certi che ben si pongono, ma i più ostici resteranno poco apprezzati.
Per molti vini bisogna trovare la chiave, e non è facile.
Noi intanto ci proviamo, cerchiamo le chiavi, soprattutto degli scrigni più nascosti e segreti.
Ce ne sono tanti in giro, basta saper cercare.
Salute.

 

martedì 10 marzo 2015

Metti una sera per caso al Tabarro....

di Cristian Quarantelli

Ieri sera per caso al Tabarro ho scoperto tre vini fantastici grazie ai consigli dell'oste, persona squisita ma di cui ora mi sfugge il nome e per questo chiedo scusa, sempre gentile e disponibile pronto a farti assaggiare qualsiasi vino prima di farti scegliere il preferito. Il grande Diego ieri sera non era presente.

Il primo vino, un Syrah di Aldo Viola, di Alcamo... il vino che non ti aspetti... boom... la freschezza e l'eleganza del rodano e i profumi della macchia... il tutto fa da sfondo a una beva incredibile. Bellissima scoperta.


Il secondo vino un Corbières bianco a base grenache gris principalmente e un pò di grenache blanc di Maxime Magnon, un piccolo produttore della Languedoc. Questo 2013 è un vino da dimenticarsi in cantina, grandissima acidita, sorso pieno ma dritto come una lama.. i dodici mesi nel legno si sentono e si devono amalgare ma gia ora è un bicchiere di grande soddisfazione. La cosa che mi ha colpito particolarmente è il colore verde e limpidissimo del vino.



Infine l'ultimo vino, il più estremo, un vino che definirei "La Bella e la Bestia"... Il Roc di Domaine Vinci, dall'estremo sud della Francia a due passi dai Pirenei. Grenache e Carignan senza solfiti aggiunti... al naso ruggisce in bocca accarezza. Un vino sul filo del rasoio tra la bestialità dei profumi e l'eleganza e la ricchezza della bocca.
Assolutamente da vedere le foto sul loro sito http://www.domainevinci.com/




Insomma tre vini vivi, tre belle scoperte da approfondire.
A presto!
Cristian

TABARRO 
Mescita e dispensa - Posto di ristoro
Strada Farini 5/b - 43100 Parma
 




venerdì 6 marzo 2015

Si-Vu-Plé, la Francia a Torino

di Vittorio Rusinà

Si-Vu-Plé è la Francia a Torino.
Una vecchia carta gastronomica.
Le fessure della porta d'ingresso che lasciano passare l'aria fredda dell'inverno.
La musica delle canzoni d'amore di oltreconfine.
L'accento affascinante di Lauren.
I formaggi, il burro che non ha eguali in Italia, la gelatina di mele, il pane scuro, il patè di anatra e il sidro.
C'è un'atmosfera che non vorresti mai lasciare.





Si-Vu-Plé, Via Berthollet 11, Torino

martedì 3 febbraio 2015

Lo champagne naturale Bulles de Comptoir

di Vittorio Rusinà

Raro è raro ma lo champagne naturale esiste.
Era tanto che non bevevo champagne, è un vino che conosco poco, è un vino a tratti sopravvalutato, è un vino che ha subito tanti danni dall'industrializzazione dei metodi di produzione, ma qualche sera fa mi è stato offerto dall'amico, con enoteca in Leinì, Cristiano Devià da Banco a Torino e non ho saputo "resistere".
Bellissima etichetta per questo champagne, distribuito in Italia da Stefano Sarfati e prodotto dal giovane Charles Dufour a Landreville, nella Cote des Bar.
Charles Dufour ha un approccio naturale sia in vigna che in cantina, le fermentazioni sono con lieviti indigeni e alla sboccatura non vengono aggiunti solfiti.
Questo champagne extra brut si chiama Nouveau Souffle ed è indentificato con #3, da uve pinot noir, chardonnay e pinot blanc.
Una gran bella bevuta.
Mai più così tanto tempo senza champagne!


www.bullesdecomptoir.fr


martedì 25 novembre 2014

Bruno Duchene e La Luna

di Vittorio Rusinà


"Sono arrivati i vini di Bruno Duchene!" così gli amici di Banco scrivevano qualche giorno fa su Facebook, butto un'occhiata, ah che belle etichette, sono incuriosito. Prima di me si butta sulla preda Luigi, non lo sa ancora ma Bruno ha vigne su terreni di scisti (che sono la passione segreta del capo del Bar), e mi manda un feedback positivo. Ok vado anch'io.
Anche Simona di Banco mentre scelgo di bere La Luna 2013 (90% grenache e 10% carignan) mi sussurra "è buonissimo", ci siamo dunque.
Sul tavolo nei piatti di latta bianca: insalata capricciosa, uovo rotto con peperoni, acciughe, capperi&co, tagliolini con burro e nocciole, zabaione con salame di cioccolato, meringa con pere al forno e nocciole caramellate al masala (una droga per me).
Seguono le note di due ore di degustazione di uno dei più buoni vini rossi che abbia assaggiato quest'anno.


 

Pungente al naso, caldo, pepe, melograno, rosmarino, alloro, carne, sangue, erbaceo, lavanda, resina.
Lavanda sì lavanda, foglie di menta, di eucalipto, costante la resina.
Fin da subito grande beva, dopo un'ora raggiunge la perfezione.
Asprezze marine, acqua di mare sugli scogli, iodio (le vigne sono su terre di scisti vicino al mare).
Poi campoi di fiori, resine di conifere, fieno, erbe, amarene, griotte
Alla fine splendido equilibrio fra alcool e corpo materico, incredibile la leggerezza, la sottigliezza. Un vino vivo, un vino col KI, un vino mai uguael a se stesso, un vino che ti porta a danzare nel bicchiere e nella vita che ti circonda.

I vini di Bruno Duchene non sono distribuiti in Italia, si trovano da Banco a Torino (Andrea e Pietro, i proprietari, sono amici di Bruno)
Le vigne di Bruno Duchene si trovano a Banyuls in Francia al confine con la Spagna, in quella terra che è chiamata Catalunya da una parte e dall'altra.

martedì 21 ottobre 2014

Régnié 2010, Roland Pignard


Mai dire Gamay!
E’ un vino, come tutti quelli in macerazione semi-carbonica, antropico in cui la tecnica di produzione è indissolubilmente legata al risultato che si vuole ottenere.
E questo è un bene o un male?
Mah!
Forse è solo l’esempio più chiarificante del fatto che il vino è tecnica.
E di questa tecnica Marcel Lapierre con Jules Chauvet e Jacques Néauport sono stati i teorizzatori e i realizzatori più accaniti*.
Negli anni settanta hanno sviluppato e perfezionato la macerazione semi-carbonica e la produzione di vini a zero solfiti aggiunti, traghettando questa tecnica (con parecchie modifiche ai protocolli standard) dai prodotti di consumo banale ai vini di pregio anche da invecchiamento**.
Nel Beaujolais e nelle Ardeche (ma un po’ in tutta la Francia) ci sono produttori che producono tutti i loro vini, rossi e bianchi con macerazione carbonica (sui solfiti qualcuno ha fatto dei passi indietro), è quasi un credo, una religione enologica laica.
La domanda standard (spesso di chi usa badilate di enzimi, tannini liquidi, rotomaceratori, termovinificazione, lieviti secchi, gomma arabica, bentonite, filtri a diatomee, pvpp,  etc etc) è quella sul fatto, abbastanza incontrovertibile, che è una tecnica un po’ omologante.
Un po’ omologante.
Un po’ come ogni tecnica che modifica e altera per raggiungere un obiettivo e il vino, lo sappiamo tutti, non è l’unico stato di quiete che può raggiungere un mosto, anzi è quello più innaturale che ci sia in natura.
Spesso mi capita di assaggiare batterie di vini di uno stesso produttore che hanno un “aria di famiglia”, non è dunque anche questa una omologazione?
Il terroir come ne esce?
Esce dalla bottiglia il terroir che interessa al vigneron e non un generico, oggettivo quanto misterioso e imprendibile “terroir del luogo”.
E il vigneron compie una traduzione a mezzo delle sue tecniche e della sua sensibilità del flebile e inintelligibile racconto che esce dalla terra.
(Mi accorgo che questo discorso apre la via all’accettazione di tutte le tecniche, comprese quelle a me più invise, con la scusa di operare una maieutica enologica)
In verità mentre bevevo a garganella questo Regniè non pensavo a tutte queste implicazioni cervellotiche, perché il vino speziato e pungente e floreale, correva veloce nel gargarozzo.
Il suo colore pallido e i profumi intensi e il corpo agile e fresco annullavano ogni pensiero.
Bonne degù
cucù
Kempè

Luigi


*in realtà la loro macerazione carbonica era decisamente “naturale” rispetto a quella standard che utilizzava e utilizza termovinificazione, inoculi, enzimi, chaptalisation, etc

**interessante il capitolo “I santi” a pg93 e sgg in “Vino (al) naturale” di Alice Feiring, Slow Food editore

mercoledì 10 settembre 2014

Haute Cote de Beaune 2013, Jean Claude Rateau

Disclaimer: vino in conflitto di interessi.


Jean Claude Rateau è il perfetto stereotipo del “Gallo” dei fumetti di Goscinny e Uderzo, alto, dinoccolato con baffoni sale e pepe, occhi melanconici che guardano chissà cosa.
La sua timidezza e riservatezza sono incredibili, per sentire la sua voce bisogna interrogarlo duramente.
Sembra arrivare da un altro secolo eppure guardando le sue etichette, molto belle a mio avviso, si intuisce che sa bene in che mondo viva, anche se la sensazione è che non ne approvi tutte le sue manifestazioni.
Unisce una grafica molto contemporanea a un uso ormai trentacinquennale della biodinamica, è del 1978 la conversione dei vigneti.




Assaggiando i suoi vini mi pare di intuire nel bicchiere, tutto questo suo lavoro sulla terra e la sua vitalità.
I suoi bianchi sono molto minerali, salati alcuni, sfaccettati e caleidoscopici, mai caricaturali, sempre affilati e pervasi da una acidità vitale.
Riesce a tirar fuori da un luogo, la Haute Cote appunto, un po’ marginale rispetto ai Gran Cru, spesso su pendii più ripidi e altitudini maggiori, dei vini delicati, in “levare”.
Timidi è la parola giusta quasi che il liquido fosse effige del carattere del vigneron.
Questo bianco ha una colore pallido, dei profumi delicatamente citronnè, caleidoscopici, mutevoli e la beva acido salata.
Ci deve essere silenzio per assaporarlo.
Uve provenienti da un vigneto esposto a est con impianto a “lira aperta” (una forma piuttosto anomala, penso, attendo delucidazioni) con sesto d’impianto non fittissimo.
Vinificato con fermentazioni spontanee (con buona pace di chi dice che i bianchi cosiffatti sono pochissimi) e affinato in legno piccolo usato per circa un anno.
Uno chardonnay nordico.
Elegante.
Degustato la prima volta con Nicola Barbato (alias il commercialista del vino) e Patrick Ricci, ci ha preso in contropiede proprio per questa esilità che abbiamo subito subito scambiato per evanescenza.
La seconda volta con più calma con Vittorio Rusinà che continuava a tuonare “dammene ancora! Mica lo vuoi tenere per domani!”.
Kempè

Luigi


martedì 17 giugno 2014

Riesling Kappelweg de Rorschwihr 2008, Vin D'Alsace AOC, Rolly Gassmann

di Daniele Tincati


La settimana scorsa avevo amici a cena e si fa una pasta asparagi e Prosciutto di Parma.
L’abbinamento classico altoatesino degli asparagi prevede il Sauvignon, mentre in Germania gli preferiscono il Riesling, quello delle versioni base, spesso trocken.
Non mi va il Sauvignon e non ne ho di tanto pronti.
Riesling tedeschi neanche l’ombra, ma ne ho in casa uno alsaziano.
Lo stappo.

Rolly Gassmann è un produttore poco o nulla conosciuto in Italia.
Chi mi ha regalato la bottiglia mi ha raccontato della biodinamica non certificata e dell’uso, in vigna, di preparati a base di erbe che producono in azienda.
Cure maniacali del vigneto ed attenzione in cantina.
Questo 2008, non appena aperto, lascia qualche dubbio sul tappo, rilevatosi poi infondato.
Se ne avessero usato uno a vite non ci sarebbe stato il dubbio.
Bello intenso fin da subito, senza ritrosie, ma un pò monocorde su note minerali, che più che minerali direi petrolifere.

Una vasta gamma di sentori riconducibili ai derivati del petrolio, dalla benzina al kerosene, passando per l’officina e l’olio motore.
Folate balsamiche che rasentano l’insetticida, piastrine per zanzare, piretro e olio di citronella.
Qualcuno abbozza l’odore di plasticoni da supermarket cinese, ma sarà stato l’alcool.
L’assaggio è però particolarmente gradevole, con un leggero residuo zuccherino, al di sotto dell’abboccato, a stemperare un’acidità viva ma non aggressiva.

I ritorni di bocca svelano i profumi del secondo turno, che sono più in linea con l’assaggio.
Infatti, svanite le esalazioni da raffineria iniziali, il ventaglio olfattivo si fa più gustoso, con note di agrumi, soprattutto cedro, susina gialla, cedro candito e punte balsamiche di erba Luigia.
Bello lungo il finale, pulito, giocato sugli agrumi.
Un vino double-face, dinamico, con una discreta beva, che si è abbinato alla perfezione al piatto.

mercoledì 14 maggio 2014

Le Verre des Poètes 2009, Vin de France, Domaine de Montrieux

di Daniele Tincati

Il Pineau D’Aunis, e chi lo conosceva ?
Prima dell’edizione 2013 di Villa Favorita per me era sconosciuto.
In Loira si parla sempre di Chenin Blanc e di Cabernet Franc, ma ci sono un sacco di altri vitigni autoctoni tipici, che si trovano quasi esclusivamente li.
Non ne fa cenno nessuno, neanche ai vari corsi per sommelier/assaggiatori e non ce n’è traccia nei rispettivi testi.
Per quel poco che ho potuto assaggiare è un vitigno molto interessante, anche perché ci sono ancora in vita dei vigneti secolari, alcuni addirittura a piede franco.
La combinazione poi con chi lavora in modo poco o nulla invasivo in cantina provoca una miscela esplosiva di colore rosso rubino con riflessi violacei, e dal profumo di pepe verde, frutta rossa croccante e pietra focaia.
In questo caso le componenti ci sono tutte.
Non è ben chiaro, anzi è un mistero, come si faccia a risalire all’annata, perché l’etichetta pare che cambi anche all’interno dello stesso lotto.
Anche la vinificazione varia da un’anno all’altro, alcune volte è senza uso di solforosa.
Questo mi pare uno di quei casi.
Purtroppo la bottiglia, esemplare unico a casa mia, è finita veramente in fretta, per cui non posso cercare conferme in un secondo assaggio.
E, non avendo neanche particolare esperienza col vitigno, non ho tanti mezzi di confronto.
Ma a me è piaciuto assai.
Fa parte di quella famiglia di vitigni che danno vini croccanti e speziati.
Mi ricorda tanto alcuni Rossese e anche lo Schioppettino, ma ci trovo anche qualcosa in comune col Malvasier sudtirolese.
Piccola nota di degustazione: ad un'ora dall'apertura, oltre la metà della bottiglia, si presenta il famigerato topocotica, con una leggera presenza in bocca in chiusura.
Vista la tipologia ci può stare tranquillamente, data la gradevolezza e la qualità elevata del prodotto.
La mia curiosità verso il vitigno aumenta in modo inversamente proporzionale alla reperibilità di vini di questo tipo sul nostro mercato.
E io resto in cerca…

mercoledì 7 maggio 2014

Clos La Nèore, Sancerre 2012, Vatan a Chavignol


Giocato in punta di stiletto, acuminato e ghiacciato.
Un vino “freddo”, artico, dal colore pallido.
Con una grande potenza di muscoli affusolati.
Leggermente vegetale come i limoni verdelli estivi che hanno un accenno di dolcezza ma solo un lontano baluginare.
Poi della pietra focaia o ferro.
Riempie con il suo sale al limone la bocca che se ne sazia ma se ne strazia un pochino, punzecchiata dai ciottoli acuminati.
Unico problema è il fatto che sembrerebbe essere capace di allunghi vertiginosi ma è come se fosse chiuso in una gabbia.
La giovane età?
Temperatura troppo bassa?
Troppa fretta nel degustare?

Vatan (consigliatomi da Lorenzo Nodari) è un mito dell’Aoc Sancerre e malgrado sia il mio primo assaggio posso intuirne il motivo e suggerisco a chiunque si accinga ad allevare e vinificare o a degustare un sauvignon di assaggiarlo prima di iniziare il proprio cimento.
E’ come finire in un bicchiere di acqua e anice, un mondo parallelo dal quale di vede la realtà sfocata e ovattata.
Urge un secondo incontro, più cosciente.
Kempè

Luigi


Degu avvenuta all’Estate di San Martino (Villanova d’Asti) con Alessandro Mecca, Paolo Fantini, Patrick Ricci e Vittorio Rusinà, incredibilmente e senza premeditazione c’erano pezzetti di Crottin come stuzzichini.

venerdì 4 aprile 2014

sancerre 2012 Thomas-Labaille vs sancerre 2012 Domaine Vacheron

Premessa:
Lorenzo Nodari amico enostrippato con derive francofile mi ha contattato per avere del Sancerre di Chavignol di un produttore praticamente introvabile (la degustazione completa dovrà scriverla Lorenzo e noi gliela pubblicheremo qui, naturalmente, questa è una minaccia e non una richiesta!), per cui alla ricerca di questo vino mi sono imbattuto in Dario Pepino, importatore molto preparato e appassionato che mi ha lungamente parlato dei Sancerre e delle loro sfaccettature per cui ho acquistato le due bottiglie oggi recensite (solo la prima dal sig.Pepino), più quella del fantomatico produttore consigliato da Lorenzo ma di quella ne scriverà lui.

Sancerre 2012, Chavignol, Les Monts Damnès, Thomas-Labaille
Colore scarico quasi verde, trasparente malgrado reciti in etichetta che non è filtrato (ma chiarificato?), questo aspetto “gelido” lo farebbe rientrare nella farmacopea medievale come lenitivo per gli umori caldi.
Profumi intensi di cedro, con qualche accenno di canditura, ananas che ha sempre una potente acidità che contrasta la dolcezza.
Mi colpiscono sempre i vini come questo, così “trasparenti” ma che sfoderano profumi molto intensi e caleidoscopici, l’acidità e la mineralità si intuiscono già al naso e si legano ai sentori di scorza d’agrumi amari.
In bocca è potente, pizzicante, amarognolo e salino con ritorni di maturazioni molto piacevoli che attenuano l’impianto acido.
Malgrado sia un vino “dritto” al limite del tagliente è anche ricco e a suo modo opulento.
Penso che si possa dar ragione a Dario Pepino quando mi disse che è un vino di territorio e Chavignol è un gran luogo per il sauvignon (e anche per i crottin di capra a cui abbinerei ettolitri di questo vino).

Sancerre Domaine Vacheron, Cher.
Colore un po’ più intenso, meno verdognolo del precedente.
Profumi più classici e stereotipali del sauvignon, vegetali ma un po’ fissi,  quasi stentorei di ananas e altra frutta tropicale, sbuffi di zuccherosità di caramelline.
In bocca poi conferma una unidimensionalità imbarazzante, acidità forte ma scissa dal corpo, dolcezze e morbidezze che vagolano in bocca come viandanti persi, il tutto per durate quasi infinitesime.
Mineralità e corpo non pervenuti.
Uno stereotipo del Sauvignon, didattico ma veramente deludente.











Kempè


Luigi 

lunedì 17 marzo 2014

Puilly-Fumé Spring 2011, Domaine Alexandre Bain

di Niccolò Desenzani




Già un anno fa Luigi aveva dato segni di estasi da danza Gnawa assaggiando i vini di Bain, ribadisco con questa bevuta il rischio "sindrome neuronale".
Profumo di crema e glassa al limone, poi ananas, freschezza di frutta tropicale, proprio quella roba che ti fa fremere di sete. Mi ha letteralmente fatto venire l'acquolina.
In bocca risponde alla grande con quell'acidità propria dell'ananas maturo al giusto punto. Poi c'è tutta la Francia del Sauvignon nella sua veste gourmande, mostruosamente fresca e invogliante la beva. 
Lunghissimo in bocca lascia netto un sapore di carciofo, quando si sposa in perfetta armonia col limone. 
Rispetto al Pierre Precieuse dello stesso anno cui l’annata aveva dato tanta grassezza e maturazione al sorso, senza bilanciare in freschezza, nello Spring invece si realizza quel tocco che fa salivare e disseta e che marca a mio avviso una qualità nettamente superiore.
La bellezza di questo vino, oltre che nella bevibilità paurosa sta proprio nella capacità di mettere bene a fuoco odori e sapori pur in un quadro di abbondanza.
PS La pipì di gatto la lasciamo agli amanti del genere.

martedì 4 marzo 2014

Faugères AOC, Clos Fantine 2001, Carole-Corine-Olivier Andrieu

di Daniele Tincati


Solitamente non scrivo di vini bevuti al ristorante o assaggiati al volo nelle fiere se non in modo marginale.
Un post dedicato, intendo.
Ma qui è diverso, perché diverso è stato il vino.
Questa bottiglia ha lasciato il segno.
Purtroppo non esco spesso a mangiare per cui, quelle poche volte, cerco di selezionare con cura il posto.
Nella mia ultima uscita al ristorante mi sono imbattuto in questo esemplare.
In una carta dei vini fornitissima, ma economicamente inarrivabile e che sta virando su scelte commerciali, sono riuscito a scovare questo "rimasuglio" dei tempi passati.
Tempi in cui i proprietari compravano a cuor più leggero di ora.
Il Clos Fantine 2001 mi ha aperto il cuore.
Non ho mai compreso e gradito troppo in passato i vini del sud della Francia, ma alcune ultime scoperte mi stanno facendo cambiare idea.
Colore granato scuro, con qualche lampo rubino.
Parecchia sospensione, del resto l'avevano appena prelevato dalla cantina.
Spesso chi serve il vino non ha la sufficiente preparazione per farlo.
Bastava un po' più di accortezza evitando di scuoterlo troppo.
Poi non mi hanno lasciato il tappo in tavola, ed è gravissimo.
Comunque la sospensione non mi da fastidio più di tanto.
Naso intenso, dove spicca immediatamente una liquerizia dolce.
I profumi varieranno molto durante il pranzo, calcolando che la bottiglia è stata aperta e non decantata.
Mora di gelso e ciliegia sotto spirito si alternano a note balsamiche, alla resina di pino e alla garrigue, arrivando alla pasta di olive.
Vado un po' a memoria, non avendo preso appunti, ma c'era tanto altro, nel mezzo.
Assaggio della medesima intensità, con acidità vivissima e sapidità intensa, da grande vino del sud.
Bocca calda, ma la beva è fluida, l'alcool, sebbene presente in discreta quantità, non disturba il sorso.
Il tannino è ancora ben presente e nervoso, manco fosse un vino di 12 anni.
la chiusura è lunghissima, in perfetta corrispondenza con i profumi.
Bevuta di un'armonia memorabile, come non ricordavo da tempo.
Come sempre in questi casi, la bottiglia arriva a finire, anche in due.




martedì 25 febbraio 2014

Pauillac AOC, Chateau Pichon-Longueville, Baron de Pichon Longueville 1998

di Daniele Tincati


Finalmente mi sono deciso ad aprirla.
Ce n’è voluto di tempo ad autoconvincermi, e non del tutto.
Ed anche ora, a bottiglia terminata, non sono ancora del tutto convinto.
Dopo 15 anni, di cui almeno 12 in bottiglia, non è ancora pronto, o per lo meno non lo da a vedere.
Mi spiego meglio.
Decido di aprire una bottiglia che gravita nella mia cantina da circa 5 anni.
Chateau Baron Pichon-Longueville 1998.
E pensare che ci sono pure stato, durante un memorabile viaggio in pullman organizzato dal mitico Giovanni Derba.
Visita alla cantina, degustazione, e poi cena nel castello, una figata.
Ma questa sarebbe un’altra storia.
Estraggo la bottiglia dalla cantina alla mattina, e stappo.
Tappo non particolarmente lungo, ma perfetto.
Nel tardo pomeriggio scaraffo nel decanter per la sera.
Bel deposito di fondo.
L’assaggio è del tutto regolare, un pò chiuso ma regolare.
Cena con un bel pezzo di agnello al forno con patate, la morte sua.
Ma il vino non collabora.
Non ha digerito il fatto che qualcuno abbia cercato di stanarlo dalla sua fortezza.
Arroccato fino alla fine.
Anche il giorno successivo niente, non c’è verso di smuoverlo.
Per la cronaca il vino non era poi così male.
Granato denso, con riflessi rubino.
Tanta materia, ma agile ed elegante.
Gli archetti tardano a partire, larghi, alcuni lenti, altri veloci.
Archi a sesto acuto di vetrata di una cattedrale gotica.
Naso scuro, denso ed intenso di ginepro, chiodi di garofano ed altre spezie.
Piccola concessione a cassis sotto spirito e note balsamiche di legno di cedro.
Bocca secca e morbida.
L’alcool non si sente.
Acidità di rincalzo, che allunga il sorso svanite le morbidezze.
Sapidità non invadente.
Tannino finissimo, fuso alla perfezione nella materia, setoso.
Lunghissimo in bocca, interminabile, con ritorni di legno di sandalo ed incenso.
Il punto è: quanto tempo dovevo ancora attendere ?

venerdì 3 gennaio 2014

Quando penso al Cabernet Franc

di Vittorio Rusinà



Quando penso al Cabernet Franc il mio cuore vola in Francia, in Loira, ed è lì sulla riva nord, nel villaggio di Restigné dove ci sono le vigne di Catherine e Pierre Breton, "the Bretons" come li chiamano nel mondo anglosassone.
Catherine e Pierre, biodinamici dal 1994, sono delle vere e proprie icone del movimento del vino naturale in una zona dove il clima rende difficile la vita a chi vuol fare viticoltura bio, non filtrano e aggiungono poca solforosa ai loro vini e solo quando costretti (10 mg/lt. all'imbottigliamento)
Curiosamente il cabernet franc in Loira è conosciuto anche come Breton.
E' in una sera gelida che apro una bottiglia del loro Chinon Beaumont 2011, da vigne di 40 anni, fresca di cantina, il primo impatto è l'incontro con un vino dalla beva straordinaria e elegante al tempo stesso, viole e terre al naso, in bocca una bontà di frutta che ha pochi pari al mondo, mai esagerata ma lunga, infinita.
A due giorni dall'apertura il vino è ancora pienamente vitale e ben accompagna un piatto difficile come pasta olio, peperoncino e aglio.
Delle note di WineTerroirs, una delle mie bibbie on the web, sui Breton mi piace ricordare questa frase  "La Loira e non Parigi era nel passato il cuore e la testa della Francia."


(i vini di Breton sono distribuiti in Italia da Les Caves de Pyrene) 




domenica 8 dicembre 2013

Chateau du Calvaire 2002, Saint-Emilion Gran Cru


Bisognava festeggiare, allora tiro fuori un Barolo 67, tappo, tappo, tapp, tap, ta, t
Mi girano assai anche perché l’avevo appena acquistato, mi girano, mi girano.

Vedo lo scaffale dei morti viventi.
Bottiglie di Bordeaux acquistate dieci e più anni fa quando mi credevo un architetto (vero) ed ero andato a Bordeaux  al Saint James di Bouliac.
Dormito e pranzato nella navicella di Jean Nouvel con di fronte il vigneto (invero un po’ finto) e la città di Bourdeaux che baluginava di luci.
Il massimo per me, architettura di gran classe e vino, vigneti.
Il ventre dell’architetto (beone, dunque dotato di gran ventre).
Ma ero molto sprovveduto e gli acquisti di vino sono stati per lo più casuali, fatti su consiglio degli enotecari.
Poi a breve Bordeaux e i suoi vini hanno perso appeal per noi pasdaran (squattrinati).
Per cui non ho mai aperto neanche una di quelle bottiglie (a parte il Sainte-Croix-du-Mont).
I morti viventi, appunto.
Allora mi decido, tanto girare per girare, vedo se decollo o si fermano i giramenti.
Apro senza aspettative e invece questo vino aveva cose da dire e da raccontare, sarà l’emozione dei ricordi del viaggio e la leggera amarezza dei sogni perduti e delle aspettative mancate, comunque sia mi è piaciuto, anche parecchio.
Era pepato e speziatissimo, tenue di colori, con un arancia intrigante, anche profondo ma lieve, fresco e disintossicante per i miei umori sulfurei.
Ho cercato un po’ sul web qualche info, poi mi sono detto che era inutile, ho bevuto un pezzo di vita, non un  vino.
Consigliato nei momenti bui.
Kempè

Luigi


martedì 5 novembre 2013

Sierra du Sud 2011, Gramenon. Di Niccolò


Gramenon ha uno stile.
Forse è la terra dove sono le viti che dà una forte impronta.
Ma quando arrivo a bere questo Syrah ci sento l'eco delle Grenache, la stessa qualità di freschezza, di frutto e polverosità.
Questa bottiglia ha un'acidità molto particolare, mentolata, di erbe, di acino d'uva.
Capisco ciò che mi piace di questi vini: la capacità di mettersi a fuoco un po' alla volta, dopo l'apertura.
Il sorso diviene nitido; c'è insieme il sud che fa della florealità quasi un pot-pourri e una specie di vena glassata fresca che trasforma la decadenza in una spinta di piacevole balsamicità, rinfrescando la bocca e lasciando il sapore dell'uva sulle mucose.
La trama è per l'appunto polverosa e il sapore pieno e rotondo.
E l'equilibrio di questo bel Syrah si legge in filigrana nel sottilissimo residuo carbonico.
Perfetto e aereo fa vibrare i fiori quasi secchi e prende il volo la beva.

venerdì 11 ottobre 2013

Dard & Ribo, Crozes l'Hermitage 2010


Eugenio Bucci e la sua capacità di comunicare con entusiasmo mi ha portato alla prima occasione utile ad assaggiare i vini di Dard & Ribo.
Anzi un vino di Dard & Ribo, perché una cosa che lui tace (come sempre quando una passione diviene una “insana compulsione con derive patologiche”) è il costo della bottiglia (a ristorante, a trovarla, non sotto i 35,00/40,00 euri; nelle enoteche sabaude: non pervenuta).
Devo dire che avevo una grande aspettativa sul vino di cotanti eroi.
Ero con Gil Grigliatti e siamo rimasti entrambi un po’ interdetti da un vino che per essere Francese aveva delle concentrazioni e delle fluidità un po’ estreme, non dico sciroppose ma sicuramente dense.
Delle freschezze acide c’erano e alleggerivano un po’ il corpaccione.
I profumi erano molto giocati sui sentori di olive e il suo patè, con scivolamenti verso erbe aromatiche del maquis ma sempre sentori caldi e di terra (non di per sé un male ma forse mi aspettavo levità).
Un po’ statico a nostro avviso, buono senz’altro ma meno elegante  di quanto mi aspettassi da una syrah di Crozes l’Hermitage.
Da riassaggiare (nel frattempo ho chiesto un fido alla mia banca).
Kempè

Luigi


Ps
Non fraintendetemi, non è che non mi sia piaciuto ma è un “buono con riserva di rivedibilità”.



venerdì 19 luglio 2013

SETE di Eugenio Bucci


C'è un uomo seduto davanti a me e più che un uomo sembra un manzo abbattuto e più precisamente un boeuf tué dato che mi trovo nel sud della Francia e, ad essere pignoli, sulla riva sassosa della Promenade Des Anglais di Nizza. L'orario deve essere qualcosa tra le 14 e le 15 di inizio luglio il che implica, nonostante il clima mite e un tasso d'umidità intorno al 40%, un leggero principio d'insolazione e una capacità di lettura della realtà prossima allo zero.
Mi spalmo uno strato di crema solare protezione 100 della linea Nivea Bronze che inquietantemente ha la consistenza del grasso di foca e d'istinto faccio per alzarmi e ricoprire di Bronze il tizio/manzo che mi pare al giusto punto di cottura e mentalmente penso che vino potrei abbinarci, quando il tizio si tira su remando nel ciottolato e sceglie una postura totemica. La rifrazione atmosferica produce sulla visuale un effetto gas lacrimogeno e dilata i confini del tizio che dallo stato di manzo passa a quello di toro. Capisco che è francese, e più precisamente franco-gallo, dai baffi a manubrio che sono una roba che solo un manzo/toro/gallo può portare, a parte un mio amico di Faenza il quale, in effetti, è manzo e pure toro e porta le magliette da marinaio e ascolta la Piaf e Trenet. Il tizio apre un tascapane che suppongo essere il suo e butta dentro una mano del diametro del mio petto e tira fuori una baguette intera. La baguette è tagliata a metà e farcita da quello che sembra essere il bottino del furto ad una gastronomia e con alimenti che spaziano per tutto l'alfabeto gastronomico. Il tizio, che, per completare l'animalario, suda come un porco, trasmette un vago senso di languore e inizia a mordere lo sfilatino/missile. A metà merenda, un meccanismo di autoconservazione fa si che il tizio ributti una zampa nel tascapane e tiri fuori una bottiglia di plastica con dentro un liquido viola-tannino che riconosco, nonostante il sole sia una croce inchiodata sul lobo frontale, come vino rosso. Il leggero Mistral spegne il suo soffio rinfrescante (?) per un attimo e il tizio si attacca alla boccia riducendone il contenuto a circa il 50%. Poi fa "Aaahhh..." e si pulisce i mustacchi.
Così ho capito finalmente cosa sono i vin de soif.
Poi sono svenuto.
Poi la sera mi sono ripreso.
E ho iniziato a bere. Perché avevo soif. Sete. 
Sono entrato nei bar à vin, bistrot, enoteche, restaurant, brasserie, paninoteche (no, quelle no), e dicevo "Soif, soif, soif..." Una parola jolie, delicata, semplice. Come un soffio. Volevo quei vini che sono come un soffio, che rispondono ad una precisa domanda in precisi momenti della giornata. Fame? Mangiare. Sete? Bere. I vin de soif che scorrono, scivolano, rinfrescano, che male che vada non urtano e non infastidiscono e si misurano in nanosecondi e non in minuti, che bene che vada sono annichilenti e stordenti e sono un ascensore ultraveloce vita terrena/beatitudine e ridicolizzano il formato da 0,75 litri.
Ecco il mio 48 Hour Wine Party.
La Part Des Anges è un'enoteca carina e, chiaramente, definirla carina è una minchiata qualsiasi detta per tenere un profilo basso rispetto a quella che è una specie di miniera d'oro del vino e, più specificatamente, naturale (termine che in Francia viene usato per quello che è, ossia un termine), un posto che al solo pensiero mi produce una singolare ipersalivazione pavloviana e mi riporta all'ultima sera quando ho salutato Olivier, il mio Willy Wonka personale, e cazzeggiando ubriaco con lui ho premuto due dita sul petto e tentato di contattare una Enterprise della mia fantasia per far teletrasportare tutto a casa.
Olivier, nei due giorni di quasi campeggio nel suo locale, mi ha fatto assaggiare:
Lard, Des Choix 2011. E' il bianco di Les Champs Libres. Grenache Blanc e Grenache Gris. Questa azienda/progetto di René-Jean Dard e Hervé Souhaut ha prodotto un capolavoro di cui scrissi qui. Col bianco si viaggia su rotte più consolidate, si vola più basso. Citrico al naso con qualcosa di dolce in sottofondo che con l'aria vira verso il candito. In bocca manca di grip, acidità e dolcezza glicerica non arrivano a fondersi, qualcosa di minerale arriva nel retrogusto e allunga discretamente la beva. Semplice e un po' furbo, discretamente consistente, discretamente equilibrato, discretamente piacevole: un discreto 80/100 e io ho ancora sete.
Così proseguiamo il nostro Tour De France (nota 1) in una regione che, come dire, gli appassionati stanno montando e montando come una torre di Mont Blanc, una regione, la Loira, sempre più taggata con vino+naturale+figo, una regione con una squadra di produttori giovani belli e baffuti da riempire un album Panini. E di vini buonissimi.
Hervé Villemade è uno di loro (a parte i baffi che, inspiegabilmente, non porta) e come rossi vinifica Pinot Nero e Gamay perlopiù in uvaggio. Ho assaggiato i due Cheverny base, quelli da sete (appunto), partendo col Le Litre 2009 che è una bottiglia buffissima e mi ha fatto dire: "Toh, il Litrozzo francese!", e Olivier ha detto "Si, Le Coste e Antonuzi", e, insomma, Italia Francia una-faccia-una-razza. Le Litre è leggero, un rosso/rosato quasi trasparente, e tutto un cestone di roba verde la naso, peperone, clorofilla, geranio (tanto geranio), tutto molto fresco ed easy, e la bocca ci va a ruota, freschezza e consistenza minima e sorso ampio e disimpegnato. Lo Chevergny 2011 gli assomiglia molto. E' il fratellino che gioca a fare il fratellone, quello più serioso e accigliato. Aggiunge qualcosa in peso e aromaticamente il verde si condisce con una discreta pepatura, il nerbo acido si fa sentire e irrigidisce leggermente la beva. Ma va bene così, questa è una gita fuori-porta su una 2 CV, per i viaggi seri si prega da passare oltre. Rispettivamente e rispettosamente 83/100 e 82/100 perché in fondo la sete mi sta passando.
Ma non mi è mica passata.
Dove eravamo? Loira? Roba da dilettanti, bisogna andare in Jura per capire la nouvelle vague enologica. O meglio, bisogna andare da Jean-François Ganevat. C'è un sito di un tizio che gira in moto per tutti questi ragazzoni e fa un sacco di foto e assaggia e ci racconta: qui è il turno di Ganevat. Mi era già capitato di assaggiare delle batterie dei suoi vini. E, credetemi, il termine batteria rende poco l'idea avendo deciso il nostro Jean-François di imbottigliare quasi ogni singola parcella (quasi filare, direi) dei suoi 8,5 ettari che finiscono così polverizzati in 30/35 cuvée tra Chardonnay, Savagnin, Poulsard, Pinot Nero, Trousseau, etc etc. Una specie di delirio da microvinificazione. Ma mi mancava il Poulsard Cuvée L'Enfant Terrible. La 2011 è durata in tavola all'incirca 23 minuti (nota 2) e intorno al 21° minuto si è creata un'enorme tensione tra me e la mia commensale e si è sfiorata la rissa fortunatamente rientrata decidendo di versare gli ultimi cl. in un bicchiere comune dove si sarebbe attesa circa un'ora per valutarne l'evoluzione. E noi stavamo lì, a fissare quel colore tenue, un torbido quasi-rosato, a ripensare a quell'odore, quella speziatura fine con fruttini rossi croccanti, a quel sapore che è un rollercoaster in bocca, una dinamica di sapori che parte dolce, poi rilascia un filo di tannino, poi una ola di sapori, poi l'acididità perfetta, nitida e non aggressiva, che pulisce e allunga il sorso. Ecco, un giro vicino alla fine della sete, un giro da 93/100.
Ma la sete è strana. Ti sembra di non averne più e poi, all'improvviso, TAC! 
Rieccola.


E l'oasi al termine della sete doveva essere nella fortezza di 2 supereroi. Dard & Ribo. Con le annate nuove fresche fresche di consegna. Come sempre, l'odioso motociclista/blogger ne ha scritto (qui), per cui vi risparmio la pappardella su cosa, dove e come lavora. Tanto solo Syrah fanno di rosso. A partire da C'est Le Printemps 2012. Che è l'etichetta base del duo, piante giovani che vengono dalla Mercurol meno vocata, metà in botti vecchie, metà in acciaio, imbottigliata in marzo e, voilà, E' Primavera. Quando apri una bottiglia di Dard & Ribo, è come se loro ti guardassero dall'angolo mentre versi il vino e iniziassero a dire: "Bevi, bevi bevi!". E' quello che vogliono. Vini da bere, da godersi nell'immediato e si fotta tutto il resto. Vogliono vedere che finisci la bottiglia e in fretta. C'est Le Primtemps va più che mai dritta al sodo. Colore violaceo, frutti rossi a go go, nessun legno a interferire ma solo speziatura ed erbaceo dell'uva, discreta consistenza e acidità. Non un vino lungo, niente rarefazione. Un solido vin de soif che mantiene quello che promette. Un 86/100 e carpe diem.
Il Crozes-Hermitage 2011 è il passo successivo. Dove la materia diventa più complessa. Il salto di peso specifico delle uve porta ad una sensazione tattile di maggiore densità e innerba il frutto, lo  inspessisce ampliandone spettro e qualità. Sempre col loro french touch, sempre dalla parte del velluto, sempre con una bella-e-buona acidità ad evitare di sedersi. Un 2011 che non raggiunge le vette della 2007, a cui manca lo scatto finale del godimento totale. Però saluto Dard & Ribo con la bottiglia vuota, scrivo su un foglio 89/100 per non farli incazzare, un rapido cenno d'intesa e alla prossima boccia.
Che è il Crozes-Hermitage Les Rouge Des Baties 2011. La cuvée di vigne vecchie. E qui la domanda che ci si fa ogni volta, si amplifica: ma come fanno? Come fanno a ottenere un frutto così netto, fragrante, pulito, e, allo stesso tempo, a far si che il tutto appaia naturale, terrigno, dinamico? Come fanno i loro vini ad essere chirurgicamente perfetti e quasi misticamente rarefatti eppure capaci di farti trovare quella sbavatura al punto giusto? Perché Les Rouge Des Baties è come una monocromia di Mark Rothko, un Rumore Viola che racconta di cielo e terra e luce, il colore puro, essenziale e monolitico eppure così fragilmente umano. Un frutto Syrah al punto di maturazione perfetto e una nota sanguigna di sottofondo. Un sorso a tuttotondo che si increspa appena, come un mare calmo e la brezza che ne arriccia le punte. Tutto si gioca sull'equilibrio, sulla materia, sul dolce/amaro in luna di miele. Perché questa non è poesia. E' un reportage sullo stato dell'uva a Mercuriol, Rodano, Francia, Terra, Universo.
Elogio dell'(im)perfezione, 95/100, e au revoir, soif.



Forse.

Nota 1: ironia della sorte, il vero e proprio Tour De France 2013 era a Nizza in quei giorni con tutto il baraccone di atleti dall'abbigliamento imbarazzante e le pupille dilatate, di pulmini giallo canarino che sparano a anta-decibel qualcosa di incredibilmente simile a una cassetta Bimbo Mix, di gente con un badge al collo grande quanto un polmone e un teleobiettivo da Dumbo, di famiglie franco-galle con la più alta percentuale di baffi a manubrio che abbia mai visto, di ondate variabili di misto sudore-fritto-salsedine-canfora-ciclamini-merda, di souvenir e gadgets, di ciclisti della domenica (anche se era, in effetti, martedì) decisamente sovrappeso e letteralmente collassati su biciclette ultraleggere in carbonio monoscocca, di uomini/sandwich in forgia di gallo o cellulare, di tonnellate di carta, flayers e promozioni e pubblicità e 3x2 e menù fissi e carta carta carta...
Nota 2: facendo un rapido calcolo, L'Enfant Terrible è costato €35 che divisi per i 23 minuti necessari alla sua assunzione da parte di 2 adulti consenzienti, porta al dato di €1,521 al minuto (ossia, €0,7605/minuto per persona), dato che non so bene da che parte pigliare e che, indubbiamente, dovrà essere ampliato con altre variabili come lo stato psico-fisico, le condizioni atmosferiche, la disponibilità finanziaria e altro, tra cui, non ultimo, il grado di piacevolezza. Una volta messa a posto la formula, credo che ne verrà fuori una roba interessante. Vi farò sapere.