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Visualizzazione post con etichetta Cabernet Franc. Mostra tutti i post
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giovedì 19 giugno 2014

Cuvée Violette 2011, AOC Anjou, Clau de Nell, Anne Claude Leflaive



Cerea 2014, gran parterre di produttori francesi, casualmente capito allo stand di Clau de Nell (ahimè non conoscevo Anne Claude Leflaive) solo perché erano vicini ad un altro produttore dell’Anjou che in quel momento era impegnato (anche i suoi vini meritavano!).
Chiedo uno Chenin, mi rispondono con gentilezza che non ne fanno ancora, per ora hanno vigneti di cab franc e cab sauvignon e quindi me li fanno assaggiare: un franc in purezza e il Cuvée Violette un taglio cab sauvignon e franc.

Etonnant!
Boom! Mi scoppiano in bocca e nel naso.
Neri come inchiostro.
Polposi di cassis e fragole e more.
Setosi come la mica.
Untuosi come le argille umide.
Quasi piccanti.

Parlo con Mme Leflaive e le dico che mia figlia si chiama Violetta come la loro cuvée.
Mi in segue nel corridoio con una bottiglia in mano e mi dice che è, simbolicamente, per mia figlia.
Sono realmente commosso da quel gesto.
Poi scopro chi è la Mme Leflaive e mi sento ancora più fortunato e un filino maleducato per non averla ringraziata con il dovuto calore.

Oggi a due mesi di distanza l’ho aperta.
E ha fatto di nuovo BOOM!
Inchiostro di china, chutney di mirtilli e more e cassis.
Tannino liscio come il panno di un biliardo.
Lievi asperità linfatiche.
Una spremuta d’uva.
Glu glu

Ma come diavolo fanno a fare dei vini così ossimorici: tesi ma ricchi, opulenti ma scorrevoli, fruttosi ma terziari?
Per essere un vino di Mme Leflaive non sembra costare molto, circa 27,00 euro, se vi capita prendetene non vi pentirete.
Kempè

Luigi



venerdì 3 gennaio 2014

Quando penso al Cabernet Franc

di Vittorio Rusinà



Quando penso al Cabernet Franc il mio cuore vola in Francia, in Loira, ed è lì sulla riva nord, nel villaggio di Restigné dove ci sono le vigne di Catherine e Pierre Breton, "the Bretons" come li chiamano nel mondo anglosassone.
Catherine e Pierre, biodinamici dal 1994, sono delle vere e proprie icone del movimento del vino naturale in una zona dove il clima rende difficile la vita a chi vuol fare viticoltura bio, non filtrano e aggiungono poca solforosa ai loro vini e solo quando costretti (10 mg/lt. all'imbottigliamento)
Curiosamente il cabernet franc in Loira è conosciuto anche come Breton.
E' in una sera gelida che apro una bottiglia del loro Chinon Beaumont 2011, da vigne di 40 anni, fresca di cantina, il primo impatto è l'incontro con un vino dalla beva straordinaria e elegante al tempo stesso, viole e terre al naso, in bocca una bontà di frutta che ha pochi pari al mondo, mai esagerata ma lunga, infinita.
A due giorni dall'apertura il vino è ancora pienamente vitale e ben accompagna un piatto difficile come pasta olio, peperoncino e aglio.
Delle note di WineTerroirs, una delle mie bibbie on the web, sui Breton mi piace ricordare questa frase  "La Loira e non Parigi era nel passato il cuore e la testa della Francia."


(i vini di Breton sono distribuiti in Italia da Les Caves de Pyrene) 




mercoledì 21 agosto 2013

Le Grand Clos 2010, St. Nicolas de Bourgueil AOC, Yannick Amirault. Di Daniele Tincati


Loira centrale.
Una delle poche zone al mondo dove hanno il fegato di vinificare in Cabernet Franc in purezza.
E ci sarà pure un motivo no ?
Violaceo denso, inchiostrato.
Naso minerale di grafite.
Si, avete letto bene, grafite, non è difficile riconoscerla, basta pensare quando si fa la punta alla matita.
Di solito si sente dopo che altri profumi sono scemati, qui si è sentita subito, netta.
Fruttosità scure di mirtillo, mora e prugna si aprono verso tonalità boisè.
Poi arriva perentoria la nota verde classica di peperone, verde, condita con qualche folata di alloro.
Bocca densa, fresca e polposa di frutta scura asprigna.
Tannino fittissimo, non invadente e ben fuso nella struttura importante.
Lungo, con chiusura dolce dove esce un pò troppo il legno non ancora amalgamato.
Bottiglia giovane ma già gradevole.
Beva comunque scorrevole ed interessante.
Lo lascierei li qualche annetto a maturare...

lunedì 15 luglio 2013

Cyril Le Moing Vignes Centenaires, Le Plonge 2010, cab franc


Con Riccardo Avenia un giorno in cui il blog era travolto e assediato da interventi a un post “culturale” ci chiedevamo che senso avesse parlare ancora del “vinello” dei suoi profumi, quando era palese che alla gente interessa molto di più il dibattito “culturale”.
Questo post è la risposta al quesito.
Io scrivo di Cyril Le Moing e dei suoi vini perché sono contento di condividere con il pubbico un’esperienza che mi ha reso felice e appagato.
Vorrei brindare con tutti voi che state leggendo con un calice di Chenin o Sauvignon o Cabernet Sauvignon o Cabernet Franc prodotti da Cyril. Perchè mi piace essere felice meglio ancora se in compagnia.
Mica tante palle, il vino è convivialità e piacere e chiacchiere e se poi qualcuno ha voglia di stare al BBQ si potrebbe anche mangiare qualcosa.
Cyril Le Moing
Fa vini estremi in Loira, nel senso di estrema rarefazione degli interventi, Cyril è di una coerenza ai limiti dell’eccesso, è di pochi giorni fa un suo post nel quale dice che non si può parlare di vino naturale se poi si mette della solforosa. Accanito come i suoi vini che sono di una semplicità e bontà frastornante.
Mi spiego meglio perché ormai il termine semplice ha connotati negativi, invece in questo caso c’è la profondità semplice, la superficie profonda, bere i suoi vini è come ammirare un paesaggio emozionante.
Il Cabernet Franc poi è il mio preferito, così polveroso che ce ne vanno molti bicchieri per spegnere l’arsura che lui stesso genera e il sorso è lieve.
Kampai

Luigi

Poscritto
Il cabernet franc ha nella Loira l’unico territorio d’elezione ed è una esperienza molto appagante, non fatevi mancare un cab franc di Loira almeno una volta nella vita.


martedì 2 aprile 2013

Tre assaggi extra-ordinari. Di N.Desenzani


E poi capitano quelle settimane in cui quasi ogni bottiglia stappata è una sorpresa positiva.
La selezione continua, con la ricerca dell'occasione giusta, dei vini per imparare, a tratti porta dei frutti, che ripagano delle tante mezze o complete delusioni.
Sono bevute queste, che da un lato consolidano delle certezze, dall'altro danno nuovi spunti. Ma in ogni caso sono vini che danno felicità dalla prima all'ultima goccia della bottiglia, lasciando, se mai, un tocco di malinconia quando sono finiti.

Vignes centenaires "le ponge" 2010, Cabernet Franc, Le Moing
Di grandissima profondità. Stile no so2 lascia il gusto libero e mobile. Paga leggermente sul secondo giorno. Molto bella la struttura un po' ruvida, di forte espressività. Un selvatico turbine di bosco, terra, fruttini, sassi. Tannini, acidità, contrasti. Austero e fresco.

So San 2010, Tai Rosso, Maule
Grenache al cubo su suoli vulcanici, freschezze da brivido. Acidità bellissime, spolverate di zucchero a velo. Frutti di bosco maturi dolcissimi. Tabacchi e drogherie di una volta. Golosità. Pasticceria. Persistenza balsamica. Mmmmm chebbuono. E i denti lisci, il cavo fresco pulito e profumato e una beva da coma etilico. Naso pungente, boschi. Tannino continuo e liscio, come di lavagna. Talco mentolato. Plus: nonostante no so2, al secondo dì ancora perfetto.

Adonis 2010, Pineau d'Aunis, La Grapperie
Una sorta di Grignolino storico, per corpo, trama, colore e stile. Vinificazione classicissima nel miglior dei sensi. Fresco, beverino, ma anche incisivo intenso e pieno di sfumature. Acidità viva, un finissimo tannino, sottile, con sentori di vecchia cantina sulla leggera aromaticità del Pineau d'Aunis. Molto bello.

Tanto per sintetizzare. Metto una lista di spunti che mi hanno fornito questi tre vini 2010.

1) Vigne centenarie, cosa ti danno in più.
2) No so2 aggiunta, cosa dà in più e talvolta in meno.
3) Nul n'est cencé ignorer la Loire!
4) Tai Rosso e Grenache, più che una identità ampelografica, vini che si assomigliano (penso a Gramenon, ma anche a qualche storica Granaccia di Quiliano).
5) Suoli vulcanici.
6) Come il Tai/Grenache legge il terreno.
7) Grenache, vitigno emozionale (credit to @RiccardoAv)
8) Pineau d'Aunis, le infinite soddisfazioni dei rossi leggeri quasi rosati.
9) L'analogia fra il Pineau d'Aunis e il Grignolino.
10) ...

lunedì 5 novembre 2012

Il Pendio di Michele Loda a Monticelli Brusati (BS). Gli uomini dietro al terroir.

Michele Loda
Prescritto.
Sto cercando disperatamente un altro termine in sostituzione di terroir o territorio da quando ho letto sui libri di Farinelli che la matrice semantica  della parola è comune a “terrore” e probabilmente nacque nel periodo in cui gli Stati Sovrani decisero di misurare lo spazio dei propri possedimenti abbandonando descrizioni qualitative a favore di una concezione cartesiana e quantitativa dei luoghi e delle persone, mirata per lo più al controllo degli stessi (un esempio su tutti: il catasto terreni che penso voi crediate sia sempre esistito nacque nella Francia Napoleonica e venne poi recepito nel resto dell’Europa da metà ottocento e naturalmente è nato per determinare in maniera scientifica i redditi e quindi le imposte).
.
Un termine che sembrerebbe scevro dalle suddette connotazioni è “luoghi” perché come dice Farinelli:

“Luogo, al contrario (di spazio e territorio ndr), è una parte della superficie terrestre che non equivale a nessun altra, che non può essere scambiata con nessun altra senza che tutto cambi. Nello spazio invece ogni parte può essere sostituita da un’altra senza che nulla venga alterato, proprio come quando due cose che hanno lo stesso peso vengono spostate da un piatto all’altro della bilancia senza che l’equilibrio venga compromesso.”

A voi piace?
A me abbastanza, però sono aperto a consigli.
Ricomincio e mi scuso per la digressione fuori tema.


Gli uomini dietro i luoghi.
Michele Loda alias il Pendio in quel di Monticelli Brusati (BS).
La Franciacorta è un insieme di luoghi che per semplicità ragionieristica e agrimensoria e normativa è stata ridotta nel nostro pensiero di consumatori e ahimè anche nel pensiero e nei fatti di alcuni responsabili del Consorzio ad un unicum indistinto, omogeneo, isotropo (problema comune a tutte le normative sulle DOC(G) e a tutti i tentativi maldestramente umani di perimetrare e computare le cose di natura).

Un luogo la Franciacorta che essendo stato inventato cartograficamente è diventato un non-luogo isotropo ed equipollente.
Per cui differenze anche sostanziali fra giaciture, meteorologia locale, pedologia, altitudini sono confluite in un mare magnum di vigneti che partono dalla pianura e abbracciano la Milano-Venezia sino a quelli a trecento metri slm, ripidissimi con impianti a giro poggio o terrazzati di Monticelli Brusati o Gussago (cito questi perché li ho conosciuti de visu e nulla hanno a che fare con le distese di vigneti del fondo valle).



Il Pendio è in una posizione meravigliosa a trecento metri di altezza, un corpo unico di cinque ettari su un fianco della collina con esposizioni che vanno da nord est a sud, attorniata da boschi e perennemente ventilata.
Con suoli differenti al proprio interno, la parte sommitale ha pochi palmi di argille (bianche e grigie a macchie di leopardo) sopra la roccia madre calcarea affiorante, le pendici hanno più spessore di argilla sempre frammista a brecciolino calcareo e maggiore ripidezza.
Luoghi diversi all’interno di un corpo aziendale apparentemente unico e le piante lo interpretano in maniera differente in base a complesse interazioni fra la maggiore umidità e umicità del suolo, differenti consorzi microbici sessili, esposizione, drenaggio.



Per cui da certi vigneti o porzioni o filari si ottengono mosti con caratteristiche differenti di acidità, tenore zuccherino, estratti, componenti aromatiche.
Il tutto sorvegliato e istradato dalle minime pratiche agronomiche messe in atto da Michele Loda che lo portano a dividere così la sua produzione:
nord est, vigneto di chardonnay il Ruc attorniato dal bosco (e saccheggiato dai cinghiali) dà le uve del Cunvai, Cremant, metodo classico;
nord est, vigneto gradonato di chardonnay dà le uve de Il Contestatore Franciacorta Docg, Pas Dosè;
est, vigneto Ruc, dà le uve per il Curtefranca Bianco Doc, chardonnay e il Brusato Franciacorta Docg, Extra Brut;
sud, vigneto dà le uve per La Beccaccia, vino rosso, Cabernet Franc;
sud, vigneto La Valletta da le uve per il Pinot Nero del Sebino Igt e il Brusato Rosè, metodo classico;
sud sud ovest su gradoni dimorano quattrocento Leccino di quarantacinque anni per l’olio aziendale.


Che altro dire se non che l’azienda fondata da Gigi Balestra è condotta in solitudine da quasi dieci anni da Michele Loda che lavora in una cantina microscopica (la presa di spuma è fatta in cataste ancora assemblate con le “latte” striscie di legno frapposte fra fila e fila di bottiglie per evitare il contatto diretto e il collasso della catasta in caso di esplosione di una bottiglia) in cui ogni lavorazione presuppone un incastro perfetto e sequenziale delle operazioni per liberare spazi e vasche e barrique (ormai decennali se non più).



In ordine sparso vi elenco le cose mi ha detto e ho visto:
I cinghiali mettono a dura prova la raccolta dell’uva.
La flavescenza dorata si insinua con discreto successo nei vigneti.
I vigneti sono interamente inerbiti.
Usa lieviti indigeni sia per le fermentazioni alcoliche sia per l’inoculo del tirage (sono arrivato in cantina mentre un piccolo pied de cuvèe, destinato al tirage, stava animandosi e profumando di crosta di pane la cantina).
Attrezzature e vasi vinari ridotti all’osso e abbondantemente obsoleti (e non è necessariamente una cosa negativa, almeno per me).
La stabilizzazione delle basi spumante la fa a freddo con un impianto frigorifero artigianale che impiega due giorni per portare la massa a meno uno e dura una settimana.
I metodi classici affinano in acciaio per un anno sulle fecce fini e poi trascorrono trentasei mesi “sur latte” per la presa di spuma alcuni anche per sessanta mesi.
I vini fermi fermentano in acciaio e poi vanno in barrique usate e non sono filtrati.
Remuage manuale.
Tutti i metodi classici sono millesimati.
Il gelo degli ultimi due inverni ha dato un bel colpo all’oliveto.



Michele Loda è un vigneron rustico e assai poco franciacortino legato com’è alla terra e alla dimensione artigianale del fare il vino (non direi luddista ma a tratti potrebbe sembrarlo).
Come mi capita spesso con persone così terragne, c’è un progressivo processo di accordatura fra il vigneron e il visitatore che si dipana da una iniziale ritrosia e chiusura sino ad una condivisione empatica e generosa.
Come se il fine non fosse solamente la vendita di un prodotto ma anche la comprensione più intima della propria personalità e storia e per fare ciò bisogna che entrambe gli interlocutori scoprano e offrano l’un l’altro le proprie esperienze e in qualche modo i propri sentimenti.
Tutto ciò annaffiato dal vino, che aiuta!

Ho assaggiato
Il Contestatore, Franciacorta Docg 07, non dosato, chardonnay.
Brusato, Franciacorta Docg 07, extra brut, chardonnay.
Cunvai, cremant 07, metodo classico, brut, chardonnay 70%, pinot bianco 30%.
Brusato, rosè 07, metodo classico, non dosato, pinot nero.
Odio le descrizioni sintetiche (anche nel senso di poco naturali e un po’ approssimative) di ogni singolo vino per cui accontentatevi di una lettura trasversale da cui è emerso che sono vini ad alta sapidità e con acidità robuste che non indugiano su profumini floreali o di crosta di pane ma mirano dritto alla mineralità salata, ai terziari con intensità e croccantezza, il rosè ci aggiunge le note inconfondibili del pinot nero, mi sento di poter dire che sono vini di territorio (luogo) e di millesimo.
Dimenticavo di dire che il perlagè è finissimo, presente e molto stuzzicante malgrado la pressione sia inferiore ai 4,5 bar.
Voilà, a me sono piaciuti tutti e quattro.



Curtefranca Bianco 07 Doc, chardonnay.
Molto interessante con memorie di leggere ossidazioni (come alcuni borgogna) e maturazioni, sapido e minerale (quella sensazione di mineralità quasi salmastra), teso e fresco, si è evoluto moltissimo per tutto il tempo della degustazione.
Pinot Nero del Sebino 07 Igt.
Un po’ chiuso subito si è aperto verso sentori terrosi e tabaccosi e di residuali frutti, acidità nervosa.
La Beccaccia 07 vino rosso, cabernet franc.
Impetuoso, etereo con fughe mentolate più che erbacee, rotondo, tannini levigati, minerale e poi frutta.
Anche i vini fermi mi sono parsi di territorio (luogo) per la loro capacità di uscire dal varietale e proporre un panorama, quello che si vede dai vigneti.

Olio extravergine Il Pendio.
Mi sono amaramente pentito di averne comprato troppo poco! (analisi organolettica da professionista, vero?)




mercoledì 27 giugno 2012

Domaine des Roches Neuves, Saumur Champigny 2010, pied franc



Secondo post breve.
Domaine des Roches Neuves, Saumur Champigny 2010,  pied franc.
L’ho scelto, e chi mi legge da tempo l’avrà capito, perché è un vino da vigneti a piede franco.
Qualche migliaio di bottiglie.
Voilà.
Ebbene, forse perché sono fissato e bevo col cervello, l’ho trovato buonissimo.
Cupo di colore e di profumi viscosi.
Terroso, untuoso, dolcemente maturo e lontanamente vegetale.
Beh, sono rimasto folgorato sulla via di Saumur.
Forse del tabacco o della corteccia umida.
Finito.
A la prochaine mes amis.
Voi cercatelo.
Io proverò a metterne un paio in cantina e aprirli a terziari pienamente comparsi.
Ma non giuro di riuscirci.
Bonne degustation

Luigi

Ops! 
Non vi ho detto che è un Cabernet Franc.