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lunedì 18 marzo 2013

Il pulcino bio e la gallina dalle uova d’oro



Ma cos’è il biologico?
Un corpus di norme e leggi e circolari applicative o una attitudine virtuosa?
E’ ormai palese (in realtà nei prodotti alimentari lo è da almeno un decennio) che la tendenza (invocando una vacua tutela del consumatore) sia quella di normare il bio con un corpus di leggi, quindi spingerlo verso una standardizzazione tecnico/legale del prodotto.
In realtà la situazione è più complicata (come tutte le dinamiche umane) e semplificando all’osso (ma non buttatelo che serve per il brodo) mi pare di vedere due anime che si agitano sul fondo, talora melmoso, del biologico.
Quello promosso dal basso che ha una connotazione virtuosa e quello cavalcato dall’agroindustria che scorge più che altro nuove aperture del mercato alimentare in crisi di saturazione da iperofferta.
Il primo, con i suoi chiaroscuri, abbraccia una concezione etica della terra, del cibo, del lavoro.
Il secondo clona, per lo più, i modelli produttivi dell’agricoltura chimico convenzionale e la certificazione diventa un valore aggiunto da spendere sul mercato. Per cui ci troviamo di fronte a produzioni intensive, monocolture con cultivar di nuova generazione in cui l’unica vera differenza è nei prodotti permessi per i trattamenti fitosanitari. Io non credo in questo modo di fare il “biologico” e penso che sia una “doccia verde” catartica, tesa a “ripulire” dei modelli agronomici che ci hanno portato all’attuale crisi alimentare, occupazionale e ambientale .
La gente vuole altro chiede dei ripensamenti più profondi su come produrre il proprio cibo nel rispetto della natura.
Io stesso aborro la concezione mercantile del bioindustriale che cade negli stessi errori dell’agroindustria di sottovalutazione dei costi sociali e nello sovrasfruttamento degli ecosistemi e nell’utilizzo di materie prime non rinnovabili.
Mi preme inoltre spendere due parole sugli aspetti legali (legati a filo doppio con il bioindustriale) che stanno anch’essi venendo fuori adesso (è di pochi giorni fa la rettifica del testo accompagnatorio del ViVit 2013 con l’eliminazione delle diciture “naturale” e “biologico”). Le richieste degli enti certificatori sono legittime, non tutti i partecipanti sono “certificati” e la dizione “naturale” a detta dei prof di Diritto tende a mettere in cattiva luce i vini esclusi da questa categoria che potrebbero essere visti dal consumatore come “innaturali” e quindi si configura una sorta di informazione asimmetrica. Altro tema caro agli avvocati è che senza leggi e norme si scatena l’abuso e si ampliano le zone grigie delle sofisticazioni. Anche se in Italia, si può notare facilmente, il proliferare di leggi e circolari e sanzioni non ha per nulla fermato le attività illecite, ahimè! Ha solo complicato la vita di tutti noi “moderatamente onesti”.
A mio avviso, con intenzioni strumentali, la questione è stata spostata dal terreno del fare e delle relazioni fiduciarie a quello formale delle norme e del commercio (non c’è nulla di male nel vendere ma come ho detto più volte esistono molti tipi di mercati).
Le norme, le certificazioni sono degli atti burocratici che non certificano la qualità del prodotto o l’eticità di un approccio agronomico ma solamente l’aderenza a protocolli che a loro volta sono definiti in sede legislativa.
Un processo che tende a svuotare di senso un movimento nato dalle persone e rivolto alle persone che ponevano in primo piano la loro/nostra esistenza sulla Terra e la loro/nostra sussistenza dalla terra.
Gli stessi enti certificatori vedono una buona opportunità economica nella crescita delle certificazioni e ne difendono con forza il valore “legale” e di tutela del consumatore.
Siamo di fronte ad uno scontro fra visioni, retoriche del mondo ed io con sconcerto vedo che l’obbiettivo di cambiare i modelli produttivi e commerciali, intrinseco al mondo del bio, è stato masticato e digerito dal complesso burocratico e commerciale che vede nei rapporti umani, fiduciari una imperfezione tecnica dei mercati.
Speravo ardentemente che da questa profonda crisi scatenata dalla finanza si potesse rinascere come araba fenice per costruire nuove relazioni e nuovi modelli produttivi ma qui seduto davanti al computer è come se vedessi già la sconfitta di tutti i miei sogni.


23 commenti:

  1. post essenziale, soprattutto in questo momento.
    hai dato inchiostro ai miei pensieri, ai dubbi che si stanno condensando giorno dopo giorno, riflessione dopo riflessione. siamo un popolo che ama perdere le occasioni, ci interessa complicare le scelte semplici, per poi fare quelle sbagliate.
    Quello che sta avvenendo nel settore agroalimentare è devastante, è enorme: la bioindustria macina numeri incoerenti con la visione che ognuno di noi, in fondo alla testa e al cuore, ha di agricoltura biologica.
    Ma luis, non possiamo permetterci di immaginare un futuro diverso, non possiamo permetterci di annegare nel relativismo legale e nei dettami macroeconomici di stampo europeistico.
    Mi torna in mente, sempre più spesso, una frase attribuita a Kafka e che trovo sfacciatamente concreta: "La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia, è Sancho Panza."

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  2. Ad essere corretti, in realtà le cose dovrebbero andare esattamente al contrario : la certificazione dovrebbe essere obbligatoria per chi usa potenziali veleni e non per chi ne fa a meno.
    Poi per il vino basterebbe l'indicazione degli etichetti in etichetta. Ma è troppo facile :-(

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    1. Evidentemente intendevo "ingredienti in etichetta" :-)

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    2. "etichetti in etichetta" era più bello però ;)

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  3. Il tema del biologico "industriale" è un tema che negli Stati Uniti si sta affrontando dopo aver preso coscienza durante il recente referendum in California per l'etichettatura dei prodotti ogm #prop37 che molte delle multinazionali contrarie alla etichettatura (perchè produttrici e distributrici di prodotti ogm) possedevano anche conosciuti e diffusi marchi biologici. Da qui è partita una massiccia campagna di boicottaggio contro i marchi bio industriali posseduti dalle multinazionali pro-ogm. Facciamo qualche esempio: Honest Tea (CocaCola), Naked Juice (PepsiCo), Boca Burgers (Kraft), Dean Foods (Unilever) Kashi (Kellog's).
    Negli States sempre di più cresce la consapevolezza che mangiare bene non significa solo più mangiare bio, ma mangiare "locale" bio, prodotto da piccoli produttori che si conoscono personalmente, di cui si ha fiducia.
    In Italia non è ancora chiaro che dietro alcuni marchi bio noti si muovino interessi di industrie che stanno diversificando ma che mantengono approcci similari sia al bio che al convenzionale agro-chimico.
    Oggi la nostra attenzione di consumatori bio deve spostarsi ai mercati del cibo locale, deve riportarci a trasformare noi in prima persona la materia prima, deve riportarci ad una sempre più elevata "auto" coltivazone e produzione degli alimenti.

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  4. "a detta dei prof di Diritto tende a mettere in cattiva luce i vini esclusi da questa categoria che potrebbero essere visti dal consumatore come “innaturali” e quindi si configura una sorta di informazione asimmetrica". Questa è solo metà della verità. L'altra metà è che in assenza di regole nulla vieterebbe di scrivere vino naturale anche sulle taniche in plastica da 5 litri che si vendono in alcuni supermercati, naturalmente senza alcuna denominazione di origine, come del resto piace a te, che aborri simili orpelli burocratici. Caro Luigi, da persona di cultura quale sei dovresti ripassare Hobbes. Lo stato di natura è dominato, come te, dalle passioni: il diritto serve a tutelare i deboli contro i forti, non il contrario. Se ognuno scrive cosa gli pare senza alcuna regola siamo all' "homo homini lupus", e quindi davvero vince la grande industria.

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    1. Scusa Maurizio, non rinvengo nelle parole di Luigi né un apologia della dizione "naturale", figuriamoci poi come "denominazione" in etichetta, né un'apologia dell'assenza di regole, ma piuttosto un tentativo di capire criticamente cosa porta ordine e regole e rispetto, cosa porta solo burocrazia inutile, difficoltà e costi aggiunti e vantaggi, qui sì asimmetrici, alla industria bio.
      Pare chiaro che la diatriba sull'uso del termine naturale è capziosa e persecutoria, visto che l'unica eccezione che l'autorità sia riuscita a scovare e punire è stata l'innoqua indicazione dell'Enoteca Bulzoni sui suoi scaffali (ripeto i suoi). Non conosco nessuno che metterebbe in etichetta vino naturale come fosse una denominazione (prima di aver stabilito una disciplina e aver verificato il rispetto della legalità) e non mi risulta che si sia mai verificato un problema simile (magari mi sbaglio).
      Piuttosto serve capire come tutelare il naturale artigianale, come definito quasi unanimamente, senza creare ulteriore burocrazia, circoli viziosi, vicoli ciechi, costi e quant'altro.

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    2. Il diritto teoricamente è ciò che affermi tu ma ormai in questa epoca e in questo paese le pagine delle leggi sono scritte da persone che vedono lo Stato come una azienda in cui l'unico scopo è il fatturato e il pareggio di bilancio. Quindi ogni aspetto, o gran parte degli aspetti sociali e di tutela dei più deboli sono visti come costi e come tali trattati.
      L'effetto di revolving door, poi, ha portato l'elite di governo a travasi continui fra industria, finanza (privato) e politica (pubblico) allontanando molto le dinamiche politiche dal concetto che tu hai di Stato ed eleggendo il neoliberismo ad unica possibile visione del Mondo.
      Comunque fosse, il proliferare delle leggi crea una profonda asimmetria fra chi può permettersi consulenze legali (ormai necessarie per ogni attività si voglia intraprendere) e chi ne è solamente travolto dal peso e dalla opacità concettuale e verbale.
      Io non trovo vie di uscita ma quello che abbiamo imboccato è lo stesso tunnel di prima e alla guida ci sono sempre gli stessi, sordi alle richieste di cambiamento che vengono dal basso.
      Ma forse sono andato fuori tema.

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  5. Bei pensieri profondi. Comprendo le perplessità e la frustazione ma possiamo osservare l'assunto da un'altra proapettiva. La Società non ascende con costanza ma a avanza per scalini, blocchi evolutivi. Io trovo straordinario e meraviglioso che il mondo grazie bioindustria verrà inquinato meno rispetto ad oggi. Sopratutto gioisco nel sapere che ogni giorno sempre piu bambini potranno nutrirsi con cibi più sani. Da agricoltore e padre questo mi rende più sereno. Chiaro che la bioindustria non è il nostro obbiettivo ma rappresenta un grande e potente strumento di sensibilizzazione. Prima per quarant'anni l'agroindustria ha convinto la Società che i loro prodotti erano più sani di quelli dei piccoli artigiani perché loro avevano sistemi di analisi e controllo di filiera impeccabili e super controllati. Altro che lo zozzone formaggiaro di paese! E nonostante tutti questi maggiori costi per controllare la "qualità" li vendevano anche alla metà del prezzo. Questo ha appeso la Società. Ora invece verrà insegnato loro che in passato hanno sbagliato, hanno maltrattato la Terra e le materieprime....... Grazie alla BioIndustria noi possiamo parlare di microproduzioni locali rispettose della Vita senza aver paura di essere sxambiati per il formaggiaro zozzone che ccendeca tqnti anni fa il formaggio al nonno.

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    1. Grazie Alessandro per l'intervento perchè metti in luce una visione "altra" alla quale però io fatico molto ad allinearmi per una serie di motivi che è un po' lungo affrontare qui, adesso.
      Comunque in linea di massima non vedo di buon occhio le operazioni della agrobioindustria perchè sono mossi principalmente da motivi economici e non da quelli etici, hanno individuato nicchie di mercato libero (quello del bio) e ci si sono tuffati dentro con la forza del capitale e della commistione del capitale, con l'industria, con l'università, con la politica.
      Per cui è ovvio che le leggi, le norme saranno costruite per i grossi investitori e non faciliteranno i piccoli produttori e la tutela del consumatore sarà vista con ottiche meramente "tecnico-salutiste" (retoriche mediche).
      Ancora stento a credere che esista un registro delle varietà di cereali seminabili e usare cultivar al di fuori di esso pone l'agricoltore nell'illegalità.
      Ebbene questa ridondanza normativa mi fà guardare con interesse a Proudhon!

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    2. Ma le nostre energie non devono essere disperse per demoralizzarci, arrabbiarci arrivando ad odiare chi non ha la nostra stessa visione. Il nostro amore per la vita e quindi la libertà è più grande di qualsiasi inganno ed anche più forte dei legislatori che purtroppo usano il diritto per difendere gli interessi economici dei più forti. Sono entrati in un vicolo cieco per disperazione e non sanno che si sono preparati la forca. Un esempio concreto? Si legge in prossimità del vinitaly di tante industrie del vino che si proclamano bio compatibili e/o ecocompatibili...parlando anche di sostenibilità. Ecco. La normativa sul vino, sul commercio e sopratutto sul Biologico vieta assolutamente civilisticamente e penalmente di fare riferimento a questi aggettivi in mancanza di certificazione biologica. Noi produttori non stiamo con le braccia conserte. Stiamo lavorando sodo in silenzio tra noi (anche a Londra dove mi trovo ci siamo incontrati) e stiamo preparando la strada per porre a tacere i cialtroni (siano essi presunti naturali o presunti non naturali)...

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  6. Una riflessione ancora. Come sempre il motus di tutela del naturale dovrebbe trovare il primo slancio dai produttori, prima ancora che dalle norme. In questo senso l'iniziativa congiunta delle associazioni di viticultori naturali, fomentata dalle esternazioni anacronistiche dell'AIS, è da guardare con grande ottimismo. Viceversa la trasparenza in etichetta tanto sbandierata, dovrebbe essere adottata come norma dai viticultori naturali che appartengano o meno a una associazione. In questo il "manifesto" di Alessandro Dettori, ingrdienti Uva e Zolfo mi è sempre sembrata la miglior risposta a tante chiacchiere.

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  7. triste verità. Sembra che proprio non si riesca a capire che il primo attegiamento bio deve essere il nostro pensiero. L'industria pensa sempre e solo a business, si traveste in ogni modo la faccia è quella.
    L'unica soluzione è tornare nei mercati rionali e comprae dai contadini.

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    1. Fare il processo alle intenzioni è un atto di razzismo intellettuale. Non mi interessano le ragioni per cui uno diventa biologico, biodinamico o pacifista. Importante che le guerre finiscano e che il mondo sia più pulito. Sta alla cultura e non all'economia indurre a ragionar per puri pensieri.

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    2. "Importante che le guerre finiscono e che il mondo sia più pulito" giustissimo Alessandro. Però penso che chi fa BIO perchè è un'ideologia che ha davvero radicata dentro anche in futuro non sarà una banderuola esposta ai venti del business e del marketing. Che oggi girano così domani chissà.
      Io ammiro tanto che lavora la terra con metodi biologici perchè ci crede davvero e non perchè segue la massa.

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    3. .... è facile riconoscere chi ne ha fatto una scelta (o non scelta) di vita da chi invece una semplice scelta economica.
      Il primo non si presenta mai come "produttore bio o biodinamico", è riluttante a parlarne (poiché una scelta intima, personale).
      Il secondo non va che ripetendo la solfa....facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio, facciamo bio.

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  8. Emilio Falcione19 marzo 2013 16:14

    Ultimamente da più parti si leggono difese accorate del regolamento comunitario sul vino bio, in quanto sarebbe frutto di un processo democratico di elaborazione ed uno strumento a difesa degli onesti e piccoli produttori bio. A volte a queste dichiarazioni si affianca un'altra semplificazione grossolana in cui la realtà viene suddivisa in due fronti: da una parte i vini cerificati bio e dall'altra i vini naturali, il vino libero di Farinetti ed ora anche i vini "sostenibili" a marchio VIVA, sponsorizzati da qualche sito marchettaro. C'è molta malafade in ciò è molta disinformazione interessata. Occorre fare un passo indietro: effettivamente la genesi del regolamento europeo sul vino bio, si ebbe con il progetto ORWINE, gestito da molte associazioni in ogni paese europeo (per l'Italia l'AIAB)che seppero coinvolgere migliaia di vignaioli e consumatori europei, ed i primi tentativi di approdare ad un regolamento risalgono al 2009. Ma quello che viene sempre taciuto è che nel giugno 2010 il commissario Dacian Ciolos si era visto però costretto a ritirare la bozza di proposta della Commissione per il mancato consenso degli Stati membri; in particolare i paesi del nord europa non accettavano riduzioni del quantitativo di SO2. Quindi tutto il lavoro di "elaborazione democratico e collettivo" nel 2010 è stato cestinato! In quel momento la situazione sembrò compromessa a tal punto che non fidandosi molto dei tempi parlamentari, diverse organizzazioni e istituzioni scientifiche cominciavano a elaborare una“European Organic Wine Charta”, che intendeva diventare il disciplinare privato di riferimento…In Italia l'AIAB rispolverò il suo disciplinare privato.Dopo oltre un anno di silenzio il 7 e 8 febbraio 2012 lo SCOF approvava la bozza di regolamento, che con il numero 203/2012 veniva pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea l’8 marzo …
    Roberto Pinton di Federbio a ridosso del varo del regolamento scriveva:
    …La riduzione dell'anidride solforosa è talmente limitata da non poter essere agevolmente spesa per la promozione del prodotto, che dovrà concentrarsi sugli aspetti ambientali e agricoli…Al di là degli aspetti salutistici legati all’uso dei solfiti, l’aspetto critico è che possono costituire un ausilio per la “sistemazione” di uve “così così”; la possibilità di “aggiustare” i vini in cantina non stimolerà tutti i produttori a raggiungere l’eccellenza in vigneto, e introduce elementi per
    una concorrenza al ribasso.…Neppure l'ammissione delle resine a scambio ionico,dell'osmosi inversa, del riscaldamento fino a 70 gradi (ma non della crioconcentrazione, quasi che portare il vino a 70 gradi sia coerente con gli obiettivi e i principi stabiliti nel regolamento n. 834/2007 e concentrarlo parzialmente a freddo no), tutte prassi diffuse nell'enologia convenzionale, siano particolarmente utili per promuovere il vino biologico.>> Quindi la verità storica è che il disciplinare sulla vinificazione bio in vigore è il frutto di opache trattative al fine di avere un regolamento ad uso e consumo dei grandi inportatori del nord europa interessati ad acquistare vini bio nei paesi mediterranei per pochi centesimi al litro, trasportarlo in cisterne fino a destinazione dove viene imbottigliato e/o l'industria che in nome dell'economia di scala, dissipa territorio, risorse, comunità rurali. Quindi il discorso và rovesciato: il " vino libero", il vino a marchio "VIVA", il VIVIT, hanno spazio e credibilità proprio perchè dall'altra parte vi è un regolamento INDIFENDIBILE! Altro che questione culturale, vi è uno scontro di interessi in ci il vignaiolo o resiste o muore.

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    1. Emilio Falcione19 marzo 2013 16:16

      Un ultima cosa:
      Maurizio Gily, mi dovrebbe spiegare perchè se io produco vini doc e igt (con tutti i controlli che ne conseguono) se certifico le mie uve bio, se ho anche la certificazione Demeter, non posso scrivere in etichetta la quantità totale di SO2, gli altri ingredienti, le pratiche in campo ed in cantina? Inoltre non si può normare un processo naturale che in ogni zona, in ogni cantina si svolge seguendo lunicamente le leggi caotiche della vita. Le norme ed i disciplinari vanno bene per i prodotti industriali, morti, senza vita. I vignaioli devono unirsi nel richiedereed ottenere la possibilit di menzionare in etichetta le principali pratiche in vigna ed in cantina e gli ingredienti in etichetta.
      Emilio Falcione


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    2. Cosa c'entra ViViT con VIVA e Vino Libero?

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    3. Viva senza la certificazione bio è fuori legge

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    4. @Emilio,
      grazie per l'intervento circonstanziato e documentato, hai dato corpo alle mie sensazioni e in parte hai suffragato le mie tesi.
      Però per dirla con @Alessandro come si può superare l'empasse di una normativa farraginosa per rilanciare il "movimento"?
      La proliferazione e associazioni è altrettanto pericolosa e dispersiva, forse è venuto il momento per le varie entità di fare massa critica e tentare di rinegoziare insieme, coesi (coinvolgendo anche altri paesi) un corpus di "buone pratiche" o "regole dell'arte" che sostituisca la legge.
      Però se non si fa insieme si offre il fianco a chi si è cucito addosso l'attuale quadro normativo.

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  9. Emilio Falcione20 marzo 2013 15:26

    E' necessario fare massa critica ma per ottenere la possibilità di riportare in etichetta gli ingredienti e le pratiche in vigna e cantina. Da anni discutiamo della necessità di un disciplinare del vino naturale e/o di una legge sulla agricoltura contadina e la trasformazione artigianale dei prodotti agricoli. Ormai sono convinto che quest'ultima strada richiederebbe tantissimo tempo che non abbiamo; sarebbe elemento di divisione tra i vari gruppi: immaginate le divisioni su qualche mg si SO2? o sulla definizione di agricoltura contadina e trasformazione artigianale? Inoltre si trasformerebbe presto in una trappola, che snaturerebbe gli intenti iniziali: come si fà a normare un processo vitale che differisce in ogni luogo dove si svolge? Gli ingredienti in etichetta e le informazioni sulle pratiche in vigna e cantina, libererebbero anche il campo dalle posizioni ambigue di chi oggi pensa di contare su una rendita di posizione e si oppone ad una crescita ed evoluzione del Movimento dei vini naturali, con affermazioni del tipo:" è solo una questione culturale, che risolveremo con il manifesto del vino naturale, sottoscritto dalle tre principali associazioni..." L'etichetta trasparente (così si chiama e non da oggi) renderebbe obsoleta ogni diatriba sul termine naturale, che rimarrebbe a identificare il solo Movimento come è giusto che sia. Non lascierebbe più spazio e margini di manovra a furbi ed illuminati dell'ultima ora.

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