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lunedì 8 luglio 2013

Agente arancio

Ho assaggiato in rapida sequenza Princic Pinot Grigio (2010?), Radikon Ribolla 2005, Porta del Vento Saharay 2010, Lamoresca Bianco 2009, Guccione Girgis Extra 2008, Selvadolce VB1 Vermentino 2008, Podere Pradarolo Vej 2005.
(Chiedo scusa ma non ho foto di tutti i vini.)




Il caso o la pressione di Eugenio, Riccardo, Niccolò, Vittorio, Andrea indegni redattori di questo indegno blog che vogliono convertirmi (loro non erano ancora nati che io infante bevevo dei vinacci macerati a base di Erbaluce fatti da mio prozio) ai macerati, mi ha portato a questi assaggi (ironia).
Nessuna conversione, nessuna reazione, anzi le novità mi attirano e ho già scritto spesso di orange wine su queste pagine digitali qui e qui e qui almeno.
Però è un periodo che queste bevute arancioni non mi soddisfano molto.
Sarò ancora più cattivo perché li metterò in ordine di piacevolezza (odio le classifiche ma forse qua hanno un senso, forse servono a capire) dal più deludente al meno deludente.

Radikon, Ribolla 2005
Princic, Pinot Grigio 2008 (e lo dico con l’amarezza nel cuore, perché Dario è persona di una umanità incredibile che insegue il “VINO” Friulano che possa rifondare la categoria).
Porta del Vento, Saharay 2010
Lamoresca, Bianco 2009
Guccione, Girgis Extra 2008
Podere Pradarolo, Vej 2005
Selvadolce, VB1 Vermentino 2008

Tutti questi vini tranne il VB1 di Selvadolce (che aveva una mineralità imponente e uno zic di eleganza) mi hanno lasciato molto perplesso nella beva che non era sorretta da vivacità e nessun altro elemento (chessò io, sapidità o ossidazioni o volatili ben gestite) la sostituiva per cui all’iniziale gioiosa stimolazione olfattiva (in taluni molto ricca e variegata) corrispondeva un crollo di sapore (anzi di stimolo a salivare più che di vero sapore), un appiattimento in bocca con sensazioni watery.
I due Friulani erano pure neutri al naso con volatili anomale, una vera delusione.
Il Vej si salvava con la rinfrescanza amara del varietale (malvasia aromatica) e un leggero residuo zuccherino che complessificava e ispessiva il corpo.
Non voglio che questo post sia inteso come una bocciatura, come posso permettermi di bocciare alcuno?
Però questa caduta di acidità percepibile nei bianchi macerati e l’intrusione un po’ complicata della volatile border line li rende vini “sperimentali” esercizi di stile sempre al limite della ragionevolezza (la mia ca va sans dire che sono poco ragionevole).
E non voglio parlare di terroir (cioè tutta quella diatriba sterile sulla territorialità dei bianchi macerati), perché c’è chi si ostina a usare varietà anche alloctone, vinificate con criomacerazioni, controllo della temperatura, lieviti secchi, chiarifiche, filtrazioni e questa si! è la morte del terroir, non certo la macerazione sulle bucce che era comunque tradizionale in quasi tutte le regioni viticole.
Ho come la sensazione che alcuni vitigni (magari gli aromatici e/o quelli con meno polifenoli nelle bucce) e l’uso delicato della vinificazione in rosso (magari meno lunga o limitata a parte della massa) possano portare a vini più godibili meno scontrosi, più semplici (non banali).
Adesso crocifiggetemi.
Kempè

Luigi

Poscritto
Sono sempre pronto a cambiare idea.
Infatti, come spesso accade, ieri sera un ottimo Radikon Jakot 2004 ha incrinato le mie fragili sicurezze.
Allo stesso tempo un vigneron di gran cuore e cultura (Ezio Cerruti), grande amante sin dalla prima ora dei bianchi macerati, ora tentenna e il sorso gli si fa pesante…
Così sono le cose e i gusti umani, perennemente transeunti.

martedì 28 dicembre 2010

porta del vento maquè perricone 2009 campo reale sicilia

Porta del vento Maquè perricone 2009



Antefatto:
mercoledì 22 dicembre c.a.
durante le mie innumeri peregrinazioni dall’ufficio al bar, spunta dalla porta del negozio Sapori d’Italia Rosario Levatino, trafelato e leggermente su di giri che mi dice: “ passa che ti devo parlare”.
“Minchia! eppure i debiti li ho saldati” ho pensato andando non ricordo più dove e a fare cosa.
Col capo chino sono ritornato dopo poco, apro la porta e Rosario ancora più confuso mi dice “te che sei somegliè”.
Pausa.
“Saggiami sto’ vino che una mia cliente mi ha riportato indietro dicendo che è imbevibile”.

Smetto di sudare e inconsciamente mi tocco il portafoglio, l’ho scampata.
Però la pressione di dover sgamare un difetto nel vino oltretutto acquistato da una che ha fatto un paio di corsi di somegliè mi fa riniziare a sudare, sbuffare e scarrocciare come vecchio gozzo investito dal maestrale.
Il produttore poi mi aveva lasciato perplesso precedentemente e ne avevo parlato così.
Mi avvicino in stato confusionale al retro bottega dove campeggia pressochè piena la bottiglia di Maquè un Perricone 2009 di Porta del Vento di Camporeale (PA).
La signora ha sì e no avvinato un bicchiere e ha subitaneamente deciso che fosse imbevibile, senza dargli il tempo di ossigenarsi, sgranchirsi all’aria umida del nord.
Voilà ritappato in men che non si dica senza appello.
Rosario le ha cambiato subito la bottiglia con un’altra ma quella incriminata è ritornata in bottega solo dopo due settimane.
Saputa la storia comincio a schernirmi dicendo che magari si è ossidata, è cambiata, si è stressata e altre balle del genere.
Lui ormai più alterato di me versa in due calici, io sotto pressione come ad un esame roteo, osservo, annuso il liquido, riannuso e assaggio.
Minchia è buonissimo, altrochè imbevibile!
Riannuso, riassaggio sempre meglio.
Insomma ce ne beviamo con gusto e godimento due bicchieri, per pudore non accetto il terzo e barcollante riguadagno casa.
A parziale discolpa dell’incauta acquirente i vini di Porta del Vento fermentati con lieviti spontanei senza controllo delle temperature e poca solforosa potrebbero avere note di riduzione un po’ sopra la media.
Bastava aspettare, noi dopo quindici  o più giorni abbiamo bevuto un vino fresco e gioioso, frutttato con mineralità che premeva da ogni dove, buonissimo.
Il 23 passo da Rosario per fotografare la bottiglia ma era rimasto ancora un po’ di vino, beh l’abbiamo finito (è stato un lavoro sporco ma qualcuno lo doveva fare).
Minchia! Meglio  del giorno prima, ora in bocca sembrava di spremere fragoline di bosco.
Ho raccattato la mia spesa e sono tornato a casa ancora più convinto che ne avrei scritto e che ne vorrei una cassa da sei in cantina e che il prossimo anno, se torno in Sicilia, Porta del Vento sarà un mio obiettivo.
Maquè 2009 perricone in purezza di Porta del Vento, Camporeale (PA).
Colore brillante che invoglia, rubino intenso ma non inpenetrabile.
Naso fruttato di ciliegia, prugne, frutta mai toni surmaturi e un chè di viola liquiriziata, spezie e poi mineralità prorompente con toni ferrosi ed ematici che evolvono e si sorpassano con la frutta e i fiori.
Fresco dannatamente fresco per un siculo, acidità presente che allegerisce la glicerina  e l’alcool e ne rende calda, armoniosa la beva.
Terroso ricorda gli strati di terra rosso sangue della trinacria.
Ottimo, il problema è smettere.
Grazie incauta acquirente per avermi permesso un tale godimento.
Aridità dalla cantina :
Il perricone è vitigno a bacca nera, autoctono siciliano che alla Porta del Vento stanno recuparando per la sua capacità di preservare l’acidità e la freschezza a fronte delle temperature e irraggiamento a cui è sottoposto, questo è per mè il valore vero degli autoctoni quello di fotografare l’ambiente ottenendo qualità senza forzare la pianta o senza espedienti agronomici.
Fermentazione, con lieviti di cantina, spontanea in piccoli tini di rovere con follature manuali.
Affinamento in botti di rovere francese da 2.500 litri.


A Torino da Sapori d’Italia a 13,00 euro circa.

luigi



lunedì 25 ottobre 2010

non è tutto oro ciò che luccica

Ho deciso di iniziare la seconda settimana di pubblicazioni con lo stesso identico incipit per ricordarmi e ricordarvi che sono in una fase di rodaggio, sia dei temi sia delle impostazioni grafiche della piattaforma blogspot.

Sono un architetto torinese, ho 44 anni da 15 anni mi interesso di enogastonomia per puro diletto e ho cominciato a scriverne per gioco dopo aver proposto a un amico scrittore la stesura di un libro sulla falsa riga di “Vino al Vino” di M.Soldati. Il suo rifiuto mi ha stimolato a scrivere e un altro mio amico “bottegaio” mi ha permesso di fare una capatina nella sua mail list per ammorbare i suoi clienti con temi enologici alcuni dei quali saranno riversati nel blog .

Perché un blog? Perché un blog di vini e di cucina?
Ne mancavano forse?
Non credo ma certe volte mi pare che l’informazione non sia in sincrono con quello che la gente vuol sentire.
Oppure, soprattutto i blog, imperniano tutto sulle polemiche e sullo scontro.
Io ormai ne ho abbastanza delle contrapposizioni, sono convinto della complessità del vivere e delle contaminazioni della vita, peraltro inevitabili e forse positive.
Quindi bando ai massimalismi e alle contrapposizioni manichee, basta alle urla, vorrei scrivere sussurrando e rispettando gli ecosistemi emozionali dei lettori.
1) vorrei parlare di vini pensati e sognati e bevuti;
2) vorrei parlare di cultura gastronomica;
3) vorrei parlare di agricoltura e enologia;
4) vorrei parlare anche un po’ tecnico e mi riservo il diritto di essere palloso;
5) vorrei parlare di tutto ciò a neofiti del vino;
6) vorrei parlare di piccoli produttori;
7) vorrei riuscire a scriverne in maniera diversa;
8) voglio poter cambiare idea sui punti dall’uno al sette.

Luigi Fracchia


Sono diventato, mio malgrado, Sommeliere nel maggio del 2010, una esperienza che vi racconterò.
Un ulteriore ringraziamento a Ste e Francesco pazienti lettori delle mie bozze deliranti e Marco amico da tanto, uno dei pochi autorizzati a chiamarmi “Gino”.






BIO BIO
bio...bio cosa?
Questi interventi (sei) sono nati da una conversazione avuta con Rosario Levatino ai primi di settembre sulle produzioni di vino biologiche e biodinamiche e alcuni sono stati inviati tramite la mail list di Rosario ai suoi clienti. Per mia scelta ho deciso di non modificarle e presentarle cosi come sono nate.

3)Carissimi,
torniamo a noi affermando l’unica verità (in attesa che venga sconfessata) che sottende alla diatriba tra colture convenzionali e bio: gli organismi vegetali sembrano svilupparsi meglio e dare prodotti di qualità organolettiche decisamente superiori se allevate con metodi naturali in assenza di concimazioni chimiche, trattamenti fitosanitari, arature profonde e con moderati interventi irrigui; qualcuno chiama effetto diluizione ciò che affligge i prodotti convenzionali.
Le piante, nelle colture bio, sviluppano una naturale resistenza alle aggressioni delle malattie o infestazioni di parassiti; gli organismi vegetali in un ambiente competitivo, producono sostanze naturalmente destinate alla protezione della pianta come i polifenoli ed altri antiossidanti naturali che la rendono più robusta ma anche più buona (ho personalmente verificato tutto ciò, le banali insalate verdi coltivate in montagna per la reazione al potente irraggiamento solare diurno e al freddo notturno e alla relativa aridità sviluppano foglie di un verde molto più intenso e brillante, la consistenza è più tenace e le superfici più bollose e vi giuro che il sapore non è paragonabile a quelle di pianura).
E’ ormai assodato che gran parte del lavoro sporco è affrontato dal consorzio microbico presente nel terreno che con le micorrize (rapporto simbiotico tra funghi e apparato radicale delle piante) espande e integra le funzioni dell’apparato radicale permettendo di moltiplicare per 600 volte la superficie dello stesso, migliorandone le capacità di assorbimento dell’acqua e delle sostanze disciolte nel suolo.
Da questa discende un’altra, forse ultima, certezza che meno si intossica e si desertifica il terreno, migliori saranno i risultati agronomici, è provato che l’uso anche non continuativo di diserbanti riduce in maniera sensibile il consorzio microbico (che poi, qualitativamente, non si rigenera più anche dopo lunghi periodi di sospensione), stesso discorso vale per la pratica insensata dell’aratura profonda (che modifica l’ecosistema dei microorganismi presenti nel terreno), per le colture scoperte (senza inerbimento o pacciamatura del terreno che con le piogge si dilava e innesca processi di erosione, di lisciviazione dei composti umici e di desertificazione), per le concimazioni inorganiche che essendo sempre sovradosate tendono a salificare il terreno, a distruggerne l’equilibrio biochimico e una volta dilavati i nitrati finiscono in falda ad inquinare le acque; noi  tutt’oggi usiamo diffusamente tutte queste pratiche suicide.
Il suolo e l’humus non sono un supporto amorfo, sono la matrice viva e vitale dell’agricoltura e sono terribilmente fragili, il loro spessore medio non supera il metro.
Il microbiologo Giusto Giovannetti sostiene che il concetto di terroir in viticultura (ma non solo) è da imputare alla estrema variabilità geografica del consorzio microbico che è sessile quindi incapace di spostarsi, per cui i nebbioli di Barbaresco sono in simbiosi con microbi diversi da quelli di Barolo e il risultato è che i diversi microrganismi in un processo di ingegneria genetica (Epigenetica), cambiano l’espressione genica delle piante leggendo pezzi di dna, detto dna spazzatura e lo interpretano in maniera differente tra un consorzio e l’altro (quindi tra un luogo e un altro) e producono quindi profili aromatici differenti.
Così, sostiene Giovannetti, si hanno Barbaresco, Barolo, Roero rosso, Carema, Gattinara, Ghemme, Lessona, Donnas etc. cioè diverse interpretazioni del dna del Nebbiolo da parte di microbi diversi che ne modificano le caratteristiche aromatiche.
A fronte di queste scoperte della microbiologia si capisce come mai in territori fortemente vocati con grandi interessi economici e di mercato si è iniziato da alcuni anni, in sottotraccia ma senza tentennamenti, a riconvertire i vigneti alla coltivazione biologica se non biodinamica. Molti produttori della Borgogna e della Cotes du Rhone infatti lamentavano da tempo un progressivo ma inarrestabile peggioramento della sanità dei vigneti e delle uve, in parallelo ad una semplificazione organolettica dei vini.
Molti di questi produttori come il Domaine de la Romanée-Conti, a Vosne-Romanèe in borgogna nella Cote d’ Or, sono quanto di più lontano ci sia dalla filosofia Steineriana ma molto concretamente hanno, per evitare il crollo qualitativo e di quotazione dei loro gioielli come il La Tache e il Grands Echézeaux, abbracciato le sue metodiche e oggi lavorano i vigneti  di La Tache, Richebourg e Montrachet con i cavalli (in Francia da qualche anno c’è anche un diploma in Agronomia Biodinamica).

Vini consigliati per ristorarsi dopo la lettura. Mettete mano al portafogli e compratevi:
produttore il Domaine de la Romainée-Conti a Vosne-Romanée, il vino il La Tache annata 1999 (io sinceramente non l’ho mai bevuto per cui mi aspetto la recensione da uno di voi).
Con molto meno da Rosario ai Sapori d’Italia:
Produttore la Porta del Vento a Camporeale (PA), il vino il Maquè 2008 blend di perricone e calabrese (nero d’avola). Rosso rubino intenso, cangiante, profumi freschi di frutta rossa, minerale quasi terroso, ricordi di macchia mediterranea. Appagante in bocca, tannini un po’ polverosi. Io lo abbinerei al Tonale, formaggio a pasta cotta (forse pressata) che ho assaggiato da Rosario oppure sulla Sola ottimo anche su carni alla brace.

Per chi ama leggere consiglio:
Claude e Lydia Bourguignon, “Il suolo un patrimonio da salvare”, 2004, Bra, Slow Food Editore.
Giusto Giovannetti e altri “Il vero vino naturale” atti del convegno di Trento dicembre 2009, pg 90  e sgg in “Porthos. Ribelle, nobile, disperato” n° 35 inverno-primavera 2010, Roma, Porthos Edizioni s.r.l.

Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi                                                                                                              

lunedì 18 ottobre 2010

il mattino ha l'oro in bocca

Sono un architetto torinese, ho 44 anni da 15 anni mi interesso di enogastonomia per puro diletto e ho cominciato a scriverne per gioco dopo aver proposto a un amico scrittore la stesura di un libro sulla falsa riga di “Vino al Vino” di M.Soldati. Il suo rifiuto mi ha stimolato a scrivere e un altro mio amico “bottegaio” mi ha permesso di fare una capatina nella sua mail list per ammorbare i suoi clienti con temi enologici alcuni dei quali saranno riversati nel blog .

Perché un blog? Perché un blog di vini e di cucina?
Ne mancavano forse?
Non credo ma certe volte mi pare che l’informazione non sia in sincrono con quello che la gente vuol sentire.
Oppure, soprattutto i blog, imperniano tutto sulle polemiche e sullo scontro.
Io ormai ne ho abbastanza delle contrapposizioni, sono convinto della complessità del vivere e delle contaminazioni della vita, peraltro inevitabili e forse positive.
Quindi bando ai massimalismi e alle contrapposizioni manichee, basta alle urla, vorrei scrivere sussurrando e rispettando gli ecosistemi emozionali dei lettori.
1) vorrei parlare di vini pensati e sognati e bevuti;
2) vorrei parlare di cultura gastronomica;
3) vorrei parlare di agricoltura e enologia;
4) vorrei parlare anche un po’ tecnico e mi riservo il diritto di essere palloso;
5) vorrei parlare di tutto ciò a neofiti del vino;
6) vorrei parlare di piccoli produttori;
7) vorrei riuscire a scriverne in maniera diversa;
8) voglio poter cambiare idea sui punti dall’uno al sette.

Luigi Fracchia


Sono diventato, mio malgrado, Sommeliere nel maggio del 2010, una esperienza che vi racconterò.
Un ulteriore ringraziamento a Ste e Francesco pazienti lettori delle mie bozze deliranti e Marco amico da tanto, uno dei pochi autorizzati a chiamarmi “Gino”.






BIO BIO
bio...bio cosa?
Questi interventi (sei) sono nati da una conversazione avuta con Rosario Levatino ai primi di settembre sulle produzioni di vino biologiche e biodinamiche e alcuni sono stati inviati tramite la mail list di Rosario ai suoi clienti. Per mia scelta ho deciso di non modificarle e presentarle cosi come sono nate.




1) Carissimi,
è tempo di rientri e forse, avendo un po' preso le distanze dalla città, di ripensamenti sulla natura e sulla terra (intesa come DEMETRA madre terra).
Così è stato per Rosario ed il sottoscritto che pur non sentendoci per 5 o più settimane, rivedendoci dopo le vacanze in Sicilia abbiamo all'unisono parlato di vini e vignaioli "bio".
Forse è tempo di parlare di approcci differenti all’agricoltura rispetto a quella chimica o industriale. Il tema è un po' complesso ma cercherò di riassumere e semplificare per non annoiarvi.
Prima però ecco alcuni suggerimenti per sane bevute:

Rosario consiglia i vini di la "Porta del Vento", produttore Biologico di Camporeale (PA) che ricade nelle DOC Alcamo e nella DOC Monreale (di più recente istituzione ha allargato le maglie delle varietà consentite includendo vitigni internazionali come cabernet, chardonnay etc,.), sia i bianchi a base Cataratto bianco sia i rossi a base Perricone e/o Calabrese (Nero d'Avola) in vendita presso il suo negozio.
Il Cataratto bianco 2008 che ho assaggiato era molto intrigante, giallo paglierino intenso, al naso frutta molto matura, agrumi, sbuffi mielati in bocca rotondo e ben bilanciato, giusta acidità grande serbevolezza ottimo su uno stoccafisso mantecato con olio extravergine di cultivar Nocellara del Belice con polentine tostate.

Io vi consiglio i vini di Antonino Barraco produttore “naturale” di Marsala (TP) nell'omonima DOC, sia i bianchi a base Grillo, Cataratto bianco o Zibibbo sia il rosso a base Perricone o Calabrese (Nero d'Avola). Lo Zibibbo 2006 è ottimo, fresco, quasi salmastro con intense sensazioni di erbe aromatiche come salvia, finocchietto, macchia mediterranea e frutta come il melone maturo, la scorza d’arancia una goduria sul pesce spada in umido con capperi e olive o su dei caprini. Purtroppo non è disponibile da Rosario, se lo trovate non fatevelo sfuggire.

Queste tre DOC della Sicilia occidentale si intrecciano e si sovrappongono e pescano da un patrimonio ampelografico comune come si intuisce dalle varietà coltivate dai i vignaioli in questione che hanno puntato proprio sui vitigni autoctoni tipici della zona (gli stessi che danno vita al Marsala sia in versione Oro sia Rubino) ma le assonanze territoriali finiscono qua perchè il terroir è molto differente, Barraco in contrada Fontanelle è al livello del mare su terreni misti sciolti anche sabbiosi con forte vento salmastro e scarsa escursione termica, la"Porta del Vento" invece è nell'entroterra a 600 m slm su terreni sabbiosi poco profondi con sottostante roccia calcarea, molto drenanti con forti escursioni termiche e un vento incessante.
Entrambe hanno ignorato le DOC e i loro disciplinari forse per derive anarcoidi forse perché le regole dovrebbero avere delle eccezioni  e stimolare le sperimentazioni piuttosto che irretire in lacci e lacciuoli.
Entrambe hanno lavorato duramente per ottenere vini moderni da varietà difficili, selezionate nei secoli con intenti molto lontani da quelli attuali ma che sicuramente vantano un adattamento alle condizioni pedoclimatiche imbattibili.
Entrambe poggiano su un terreno ostile, arido, infuocato dal sole e dai venti ma proprio nella lotta per la sopravvivenza e nell’intimo legame fra la pianta e l’ambiente che la vite esalta le sue qualità riducendo autonomamente la produzione, autolimitando la vigoria, concentrando in pochi grappoli gli zuccheri, i polifenoli e gli estratti.
Entrambe usano metodi di coltivazione "naturale" che privilegiano la salute della pianta e dell'ecosistema agricolo in cui cresce a dispetto di una concezione convenzionale dell'allevamento in cui la terra, il suolo è un supporto amorfo da arricchire (concimazioni inorganiche) e le patologie malattie da debellare con i trattamenti fitosanitari.
Entrambe vinificano in "rosso" (ossia con macerazioni sulle bucce) anche i bianchi intervenendo pochissimo sui mosti (non innescano le fermentazioni con lieviti selezionati), usano poca solforosa, stabilizzano i vini con la malolattica, non li filtrano affinchè le fecce nobili arricchiscano e proteggano naturalmente il prodotto.
Una concezione Olistica versus una concezione Riduzionista.

Per chi ama leggere consiglio:
Nicolas Joly (guru del biodinamico e produttore di vino a Savenniere) “La vigna, il vino e la biodinamica.”,       2008, Bra, Slow Food Editore.

Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi                                                                                                                  



2)Carissimi,
abbiamo iniziato il viaggio nel bio-logico, bio-dinamico un percorso che come un labirinto confonderà, esalterà, annoierà, di sicuro non risponderà ad alcuna delle vostre domande.
Si intende per agricoltura convenzionale o intensiva o industriale quella nata fine ottocento primi del novecento sia dalle scoperte delle scienze moderne (chimica, botanica, medicina) sia dalla industria  e dalla necessità di sfamare sempre nuova popolazione inurbata
Iniziale teorico fu J. von Liebig chimico tedesco il quale scoprì che i vegetali consumano per crescere azoto, fosforo e potassio. La sua teoria si basò sull’inutilità del suolo se non come contenitore di N, P, K necessari per le colture, quindi teorizzò l’uso sistematico dei concimi chimici per compensare le perdite e per poter così coltivare sempre le stesse colture sugli stessi terreni, liberandosi dalle pastoie delle rotazioni agricole. L’azoto però è stato sempre impossibile da sintetizzare artificialmente e solamente nel secondo dopoguerra grazie agli studi del chimico tedesco F. Haber e alla tecnologia sviluppata da Bosch, sulla produzione industriale (a scopo bellico) dell’azoto, l’agricoltura si è definitamente liberata dai cicli  naturali ed ha potuto accedere a quantità illimitate di azoto per concimare le coltivazioni, assorbendo le rimanenze di nitrato d’ammonio bellico, agganciandosi ai processi industriali ed ai suoi costi energetici. “Anziché attingere esclusivamente alla fonte solare, l’umanità ha iniziato a bere i primi sorsi di petrolio” M. Pollan.
La meccanizzazione delle lavorazioni che ha portato ad intervenire con forza e brutalità sui suoli rivoltandoli in profondità, l’industria chimica che ha sviluppato negli anni sempre nuovi diserbanti, pesticidi anche sistemici e pratiche come la bromurazione dei terreni hanno fatto il resto.

Biologico e Biodinamico sono nati per contrastare l’agricoltura convenzionale e per cercare di tornare verso concezioni meno utilitaristiche e più sostenibili delle produzioni agricole;  hanno, però, modi di affrontare le pratiche agricole molto lontane tra loro, la prima ”metodica” è più scientifica, esiste anche un corso di laurea specifico alla Facoltà di Agraria e affronta le problematiche in maniera più simile alla coltivazione convenzionale cioè con un approccio scientifico-riduzionistico volto a risolvere i singoli problemi nella sequenza in cui si presentano e con cure che sono simili a quelle tradizionali ma utilizzano prodotti non tossici di derivazione naturale: vegetale come il piretro o i macerati di aghi di pino, animale come il latte, gli estratti di bacillus  thuringiensis e i concimi organici al più minerale come il solfato rame e lo zolfo.
La Biodinamica è invece un approccio olistico, antroposofico teorizzato da Rudolf Steiner ai primi del novecento. Secondo Steiner e i suoi discepoli “l’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo”. Postulano l’esistenza di un mondo spirituale obiettivo e comprensibile, investigabile con il metodo scientifico. Nella realtà hanno sviluppato una concezione dell’ecosistema agricolo come unicum in perenne tensione tra la terra, il sole e gli astri e le malattie sono degli squilibri di questo ordine dinamico del mondo e come tali vanno affrontati, per cui i trattamenti sono a base esclusivamente di componenti naturali (il corno silice, il corno letame, gli infusi di piante con doppie valenze sia interiori, spirituali sia materiali) meglio se auto prodotti (per questo sono invisi dalle industrie chimiche), da applicare, con metodi che ricordano l’omeopatia, seguendo il calendario lunare. Il compito del contadino biodinamico è bilanciare queste attrazioni fra la terra (radici) e il sole, gli astri (le foglie che paiono fondersi con la luce).
Le aziende che vogliono fregiarsi in etichetta dell’appellativo Biologico o Biodinamico devono seguire i protocolli produttivi consigliati e poi farsi certificare dagli enti preposti, i controlli sono annuali.
I viticoltori possono certificare Bio solo l’uva e non il vino per cui in etichetta si leggerà “vino prodotto con uve provenienti da coltivazioni biologiche/biodinamiche”.
Questo aspetto per quanto bizzarro in realtà segnala la complessità della produzione del vino che non si ferma agli aspetti agronomici ma continua e con grandi polemiche nel chiuso delle cantine.
Le dizioni biologico e biodinamico sono di fatto delle certificazioni di applicazione di protocolli produttivi unificati e riconosciuti a livello europeo, ciò secondo alcuni porterebbe ad un aumento di valore aggiunto del prodotto senza un significativo miglioramento della qualità, ai detrattori faccio notare che gli unici agricoltori che accettano i controlli sono quelli biologici, biodinamici e quelli sottoposti a protocolli sperimentali con uso di sostanze chimiche a basso impatto ambientale. Le azienda agricole convenzionali si guardano bene dal farsi sorvegliare o anche solo dal rendere note le sostanze di sintesi e quelle sistemiche utilizzate per le produzioni e i loro dosaggi, per cui ragionevolmente la pasta che avete appena mangiato sarà contaminata da pesticidi e diserbanti (largamente utilizzati nelle coltivazioni cerealicole) ma non sono tenuti a dirlo a nessuno, buona digestione!

Vini consigliati per ristorarsi dopo la lettura.

Rosario consiglia i vini dell’ Az.Agr. Biologica “Il Monticello” di Sarzana che ricade nella Doc Colli di Luni una doc interegionale tra la Liguria in provincia di La Spezia al sud e la Toscana in provincia di Massa Carrara, luogo di elezione del Vermentino e per i rossi inizia l’epopea del Sangiovese toscano che dicono avrà nuova linfa e si ricostruirà una credibilità a partire dalle doc della costiera da Luni (MS) a Capalbio (GR).
Il Vermentino 2009 ha un colore giallo paglierino con riflessi verdi, profumi di fiori e frutta quasi immatura, è  abbastanza intenso e persistente con una piacevole sensazione amaricante, fresco con una spina acida che sgrassa la bocca, io l’ho bevuto e apprezzato su una aringa dolce affumicata con patate “La Ratte” di montagna e olio di mono cultivar di olive Ascolana dell' az.agr.bio.Livia e Amurri Foglini a Petritoli (AP).

Io vi consiglio un vino di Frank Cornelissen prodotto in Sicilia a Solicchiata (CT) sulle pendici dell’Etna il Munjebel, le vigne ad alberello di carricante, grecanico dorato, coda di volpe, sono curate a mano in regime naturale senza prodotti di sintesi e le uve poi sono vinificate senza controllo delle temperature con macerazioni sulle bucce senza lieviti selezionati. Il risultato è un vino difficile a cui io non so dare giudizi, lievemente ossidato sia nel colore sia in bocca con sbuffi di profumi inebrianti di arancia amara o erbe aromatiche alternati a spunto acetico un po’ fuori misura e una bocca un po’ bruciante e un po’ appagante. Bevetelo e poi ditemi voi, forse non sono ancora pronto per prodotti così.

Per chi ama leggere consiglio:
Sir Albert Howard (agronomo inglese inviato in India per migliorare le tecniche colturali e antesignano del
biologico)  “I Diritti della Terra”, 2005, Bra, Slow Food Editore.

Michael Pollan, “il dilemma del’onnivoro”, 2008, Milano, Adelphi


Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi