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venerdì 6 febbraio 2015

DOGMA 15: I ❤ FRANK.


“Dogma 95 è un’azione di salvataggio!”
Lars Von Trier e Thomas Vinterberg






Il 13 marzo 1995 viene reso noto al mondo il Manifesto del Collettivo Dogma 95.
Per la cronaca è un lunedì.
Dogma 95 è una botta, uno schiaffo, una goliardata in salsa luterana (cioè, con quel senso dell’umorismo teso alla freddura se non al gelo del dopo-barzelletta-detta-con-la-faccia-seria, sapete, no?), un movimento serio e cazzone venuto ad abbattere le sovrastrutture del cinema capitalistico-borghese schiavo del Capitale e degli Effetti Speciali e tutta quella roba lì. Il Manifesto inizia con un Grazie ma potevate fare di più verso la Nouvelle Vague, continua con un Individualità=Cattivo Disciplina=Buono e arriva dritto e incazzato verso una roba che chiamano Voto Di Castità. Che è una serie di regole (“Indiscutibili”).


  1. Le riprese vanno girate sulle location. Non devono essere portate scenografie ed oggetti di scena (Se esistono delle necessità specifiche per la storia, va scelta una location adeguata alle esigenze).
  2. Il suono non deve mai essere prodotto a parte dalle immagini e viceversa. (La musica non deve essere usata a meno che non sia presente quando il film venga girato).
  3. La macchina da presa deve essere portata a mano. Ogni movimento o immobilità ottenibile con le riprese a mano è permesso. (Il film non deve svolgersi davanti alla macchina da presa; le riprese devono essere girate dove il film si svolge).
  4. Il film deve essere a colori. Luci speciali non sono permesse. (Se c'è troppa poca luce per l'esposizione della scena, la scena va tagliata o si può fissare una sola luce alla macchina da presa stessa).
  5. Lavori ottici e filtri non sono permessi.
  6. Il film non deve contenere azione superficiale. (Omicidi, armi, etc. non devono accadere).
  7. L'alienazione temporale e geografica non è permessa. (Questo per dire che il film ha luogo qui ed ora).
  8. Non sono accettabili film di genere.
  9. L'opera finale va trasferita su pellicola Academy 35mm, con il formato 4:3, non widescreen. (Originariamente si richiedeva di girare direttamente in Academy 35mm, ma la regola è stata cambiata per facilitare le produzioni a basso costo).
  10. Il regista non deve essere accreditato.


Insomma, il Manifesto del cinema naturale (e onore al merito nella nota 1).

Poi è andata com'è andata (nota 2).
Ma quello che conta è la crepa che produci nel pensiero, per quanto piccola possa essere.
E a me 'sta crepa nel pensiero è rimasta, quando i danesi fanno così i cazzoni mi diverte tanto, e così oggi, 6 febbraio 2015, il sottoscritto Eugenio Bucci (e chiunque abbia voglia di seguirlo, nel senso che chiunque può essere Dogma 15, una roba tipo V Per Vendetta o Club Di Topolino o un Fight Club meno cruento e più estremista) rende noto al mondo il Manifesto del Collettivo Dogma 15.

Le regole sono molto semplici.


1- Amerai incondizionatamente qualsiasi cosa prodotta da Frank Cornelissen.


2- …..?


Oddio, non me ne viene in mente nessun altra.
Non Importa.
Tante regolette vanno bene per i soldatini. E il Generale Cornelissen nei suoi cannoni mette fiori. I suoi vini c’hanno la vita dentro. Mica che gli altri tengano ‘a morte, cioè qualcuno si, ma non è questo il punto. Il punto è che i suoi vini sono tra le cose più emozionanti, divertenti, intellegibili e dure/pure che si possano incontrare. Mutano e rimutano rimanendo fedeli ad uno spartito. Sono un quartetto free-jazz dove ogni assolo squarcia il cielo e scompone e ricompone lo standard; sono metronimici come una kraut band coi suoi pezzi siderali e lisergici che possono durare 5 10 500 minuti; sono il pezzo punk perfetto, un Anarchy In The E.T.N.A. che ti fa pogare tutta la notte.
Ma sto divagando.
Questa regola non è un granché, lo so. Cioè, non è che si possa amare incondizionatamente qualcuno o qualcosa. Parliamoci chiaro. Non abbiamo più 15 anni. Quella nebbia in mezzo alla testa, quella nuvola amorosa davanti alla zona “Capacità Di Giudizio” non va bene. Ti rincoglionisce. Però, se c’è qualcuno che se lo merita, se qualcuno ci va anche solo vicino a guadagnarsi dosi massicce di amore adolescenziale, questo è Frank. Se vuoi scatenare il fan-boy che è in te, fallo per lui. Se proprio senti quel friccicorio nella mano e devi buttarti sulla street art, fallo con un Contadino in mano e sprayzza






Perché da qualche anno a questa parte lui produce tra le cose più emozionanti che possiate sentire. Perché Frank si che è Dogma e ha una sventagliata di regole tanto semplici quanto (proprio per questo) rigorose e serie: niente chimica, mai, in nessuna fase; cantina pulita, ma proprio pulita, tipo che pare una sala operatoria e prima di entrarci ti fa passare la suola delle scarpe in un liquido igienizzante; niente contatto col legno o l’acciaio, e, insomma, tutto deve essere un’autostrada vuota che porta a 1000 all’ora il frutto puro verso quella cosa chiamata vino. Semplice. Il Generale Frank se ne sta sul suo vulcano e lì certe malattie non ci arrivano e cura accudisce le sue vigne vecchie bacucche e pure lui un po’ di esperienza se l’è fatta e ha messo su un discreto manico. Così racconta la vulgata (nota 3).
Tutto molto semplice, no?
No.


Susucaru 2013

Il rosato di casa Cornelissen è forse il suo vino che più lavora in sottrazione. In una forma che rimanda mentalmente alla Loira dei cabernet franc no SO2 rarefatti e golosi a cui perdonare i difettucci. Solo che qui è tutto in salsa mediterranea. E difettucci non ce ne stanno proprio. Qui si lavora sugli spigoli, sulle pungenze aspre che innervano la bevuta. Il frutto fresco e guizzante, una mineralità rovente e l’alcool che unisce le fila. In sottrazione, si diceva. E con l’ago della bilancia sempre puntato sull’equilibrio, in quel piccolo spicchio di sole dove equilibrio si unisce a sottrazione e il risultato è beva. Less is more? Non sempre, quasi mai. Ma da Frank si.  



Contadino 2013

Nella 11a edizione mostra il suo lato meno muscolare. Non solo per i suoi 13,5° rispetto ai 15° della 2011 e 2012 (nota 4). Si perde qualcosa in consistenza e si guadagna in equilibrio. In un frutto ancora più preciso, già espresso e tuttotondo dove le annate precedenti han necessitato di qualche mese per assestarsi. Ed è un frutto più aspro, certo, ma come sempre avvolto da una speziatura bucciosa, un andamento da suq orientale con odori/sapori da giramento di testa. Mai una flessione, un cedimento alle ossidazioni, alle derive battericoqualcosa. Un come-si-dice. Un rapporto dialettico e virtuoso con l’aria. E lo scatto, il vero scatto, che avviene in bocca. In bocca avviene la prestidigitazione senza trucco e senza inganno: tannini e acidità che appaiono e scompaiono, increspano e danno scheletro; dolcezza e rotondità che avvolgono ma non le vedi, sono una nuvola di zucchero filato che si solidifica, prende forma, si equilibria. E intanto meravigli e passi al sorso successivo. Tutto nel Contadino 2013 è dosato col bilancino da quella Natura di cui Cornelissen è ormai il braccio destro. Il braccio armato.


Nota 1: E difatti il 14 novembre 2014 Vinodogma è diventato un manifesto programmatico di Nic Marsel all'interno del Collettivo Gustodivino.


Nota 2: Certo poi, come spesso accade, i Manifesti sono belli e nobili ma poi la realtà ti falcia e mena e ti costringe a confrontarti con lei e molti film Dogma erano tra il bruttarello e il ruffiano e il furbetto (e vabbé, non era questo il punto) e il voto di castità si è rivelato un po’ meno puro del previsto e Lars Von Trier ha fatto un po’ come cazzo gli pare (cit.) e ha detto qualche minchiata nei festival tra un antidepressivo e l’altro e ha cominciato ad usare a raffica rallenty, dolly, musiche, nani e ballerine, e ha fatto qualche capolavoro e qualche furbata venuta male ma comunque grazie, Lars, pazzo anarcoide, per averci fatto vedere degli Idioti purificare il mondo, per Björk che canta e balla in mezzo ad una saga biblica di sfighe. E per la Gainsbourg nuda.

Nota 3: E così racconta Frank nei 3 video sul canale YouTube di Storie Enogastronomiche. E nei 14 minuti e 7 secondi globali qualcosa del metodo Cornelissen si capisce. Per tutto il resto, puntate il navigatore su Solicchiata, armatevi e partite.


Nota 4: lo sappiamo, quello dei gradi è un falso problema, cioè, non è un problema o è un problema mal posto, nel senso che è un problema se l’alcool si avverte e si slega dal resto. Ma siamo tutti bevitori allenati, mica dei femminielli che se leggono più di 13° in un’etichetta si mettono a frignare “Oddio, adesso mi ubriacherò davvero!”.




mercoledì 18 dicembre 2013

LOS VINOS HERMANOS

di Eugenio Bucci


Breaking Bad è una serie televisiva statunitense andata in onda la prima volta il 20 gennaio 2008 e conclusasi il 29 settembre 2013 dopo 5 serie, 62 puntate e, all'incirca, 2800 minuti di puro intrattenimento da sballo.
Sballo sotto diversi punti di vista.
E' probabile che non serva spiegare molto, a meno che non siate vissuti sotto un sasso negli ultimi 5 anni o che ve ne freghiate di quella Scatola-Del-Diavolo che è la TV e proiettate solo film d'essai in salotto con un super8. 
Comunque, si tratta di una di quelle meraviglie prodotte oltreoceano girata bene, recitata benissimo, scritta da Dio. Dove si vede che hanno i soldi e dove si capisce che spesso i soldi non bastano, bisogna saperli spendere. Insomma, una specie di Don Matteo al contrario.
C'è gente strafatta che straparla ad altra gente strafatta. Si ammazzano tante persone, si spara in faccia a gente alla quale, tutto sommato, ti stavi affezionando e ci scappa anche qualche bambino ammazzato. C'è la famiglia in ogni sua (de)forma(zione). C'è la famiglia del chimico, la famiglia dei narcos, la famiglia allargata e la famiglia sfasciata. E ti spiegano come costruire una bomba e come ottenere della ricina per avvelenare chiunque vi stia sulle balle. Ti avvertono che per sciogliere un corpo nell'acido non va bene una vasca da bagno se non volete sbriciolare la vasca stessa e il pavimento sottostante ma serve un contenitore di una plastica particolare. C'è il fast-food tex-mex (Los Pollos Hermanos) col miglior pollo di Albuquerque e, probabilmente, di tutto il New Mexico, e c'è il capo del fast-food che è uno molto calmo e pacato e, nel tempo libero, anche il più grande spacciatore di meth del Sud. Ci sono puttane, parolacce (?), deserti, boss messicani in carrozzella che parlano con un campanello, alcool a fiumi, bong e pipette che fumano come ciminiere 24/24, sbirri e chicos, nani e ballerine.
C'è Jesse Pinkman, socio del protagonista, un b-boy cazzone e scazzato, tossico perso e poi ritrovato, arruffone e casinista, sull'orlo di una crisi e che, spesso, quell'orlo lo salta. E c'è Walter White (nota 1), il professore di chimica malato di cancro che decide di cucinare (nota 2) metanfetamina purissima per far soldi da lasciare alla famiglia. Poi le cose, nelle successive 61 puntate, si complicano leggermente.
Non so se c'è una morale in Breaking Bad. Cioè, è una morale che si spezza, si ricompone, galleggia e va a fondo e mica ti interessa di recuperarla in quel mare magnum narrativo che ti prende alla gola. So, però, che su una cosa ti impone una profonda riflessione: la chimica. Te la fa vedere in modo diverso. Ti ci fa appassionare (messa anche solo sotto una luce particolare, quella di fare un mucchio di soldi). Almeno a me che al liceo la tavola periodica sembrava un Gioco Dell'Oca escheriano. La chimica che ti scompone la realtà, che riduce tutto all'essenziale, anche l'uomo col suo 65% di acqua e il 16% di proteine etc etc. La chimica che, quindi, è parte di noi, siamo noi, è una visione del mondo fatta per sommatorie. Un tentativo di catalogazione e controllo del Mondo.
L'uso/azione della chimica è uno dei topic base nel vino (una digressiva nota 3). Un topic di un dibattito a volte sfibrato e sfibrante. Un dibattito che, se si sposta nell'ambito naturalistico, accalora e chiude delle vene facendo dire di tutto e di più, spesso un po' a casaccio, altrettanto spesso buttando quintali di ironia e/o insulti sulla cosa ai limiti del trolleggiamento.
Anche se ogni tanto appare qualcosa che assomiglia incredibilmente ad un discorso definitivo (nota 4).
Per fortuna, di tutti gli affascinanti processi chimici legati al vino possiamo ogni tanto sgombrarci la mente e, relativamente, fregarcene. Possiamo noi che il vino lo beviamo, lo sputiamo (nota 5), lo degustiamo, lo inghiottiamo per capirlo e, soprattutto, per goderne.
Possiamo perché vogliamo bene al vino, ad ogni singola bottiglia, anche a quelle del cuoco (vedi nota 2) Cotarella (magari bene no, facciamo una virile amicizia). Perché vorremmo che ogni singola boccia aperta sia buona e bella e giusta, vorremmo lo stupore, no, magari quello è più difficile, ma una soddisfazione si. Vogliamo bere e fare Ahhhhhh e poi Ohhhhhh e poi iniziare a studiare e capire tutti gli uomini dietro quel vino. 
E poi tutta la chimica dietro quel vino.
Perché la chimica è importante.
E spiegherebbe tutto a saperla decifrare. Con semplicità.
Spiegherebbe, ne sono certo, come due 2 produttori possano partire da situazioni di cantina diverse e terre diverse e uve diverse etc etc. Ed arrivare a fare vini simili. Similarmente ampi, mediterranei, terrigni, vivi e scalcianti. Vinos hermanos.
Come quello che dei processi chimici nel vino ne fa una malattia. Insospettabilmente.
Il nostro amichevole immigrato Frengo Cornelissen.
Che è davvero un Walter White del Belgio, ipermanicale e rupofobo, con dotazioni tipo NASA per entrare in cantina (vabbè, vuole solo che vi puliate le scarpe con un prodotto sterilizzante e magari una mascherina sulla faccia) ed evitare il più possibile contaminazioni, con la fissa del non-intervento che in lui diventa non-lascio-nulla-al-caso per (tentare di)arrivare alla purezza distillata delle sue uve.
E dopo essere arrivato ad un passo da questo nirvana, dopo l'incontaminata purezza del Contadino 9 2011, cosa potrà raccontarci di nuovo o di vecchio, di meglio o di peggio, il Contadino 10 2012?
Credo che mi lancerò anch'io
nella moda delle foto sbilenche:
danno un tocco "arty" e rendono l'idea
del grado alcolico del degustatore
al momento dello scatto.
L'asticella si è alzata. Inutile negarlo. Quell'asticella immaginaria e tanto ondivaga delle aspettative. Il vino-cardine di un viticoltore-cardine, questo succo tanto esplosivo quanto controllato. Un frutto detonato che viene poi plasmato, controllato, incanalato. E, quindi, aggraziato, dinamicizzato, purificato. In progresso costante fino al capolavoro 2011.
Contadino 10 è diverso. Meglio dirlo subito. Non tanto nel macro quanto nel micro. Epperò i micro a volte fanno la differenza. A Villa Favorita Cornelissen parlava di annata non semplice, di aumento del peso specifico delle uve che vanno a finire nel Contadino (e intanto la percentuale di uve bianche si è abbassata). Micro segnali di rottura col passato che nell'anteprima della fiera consegnavano comunque un vino perfettamente in linea con le precedenti edizioni, addirittura già delineato e pronto. E ora, assaggiato e riassaggiato nell'ultimo mese, possiamo ribadire come il Contadino 10 rimanga fedele a se stesso. Nel senso che gli elementi distintivi, le grosse qualità di cui si parlava sopra, sono ancora lì. E se non avete mai bevuto un Contadino in vita vostra, con l'edizione n°10 potete farvi un'idea di cos'è. 
Un'idea. 
Perché qualcosa di sfaldato compare. Già al naso. Dove la turbo-frutta-rossa assume qualche aspetto ossidativo. E la potenza alcolica (15° come sempre) si avverte, spinge, brucia (brucicchia) mettendo i frutti sotto spirito. E anche in bocca ci si ritrova questa massa ingente che turbina e colpisce, ti fa un Capodanno gustativo e non riesce a controllarsi fino in fondo, botti e miccette e qualche scalmanato, alcool e acidità che spingono e quel frutto ad inizio di decomposizione. E un cerchio che non si chiude. 
Quindi, chimicamente, H2O+C2H5OH+CH3CHO+Contadino10+Cornelissen®+Me²= 82/100


Col secondo personaggio passiamo dalla NASA alla NASO. Cioè, Gianfranco Manca possiede quella dose di naiveté mista a follia mista ad amore mista ad anarchia, che lo porta a quasi letteralmente annusare l'aria nella sua cantina aperta a tutti e tutto che sembra di stare ad un rave di microorganismi et similaria. Cioè, questo è uno che vinifica i bianchi in tini all'aperto nella mite Sardegna settembrina e che, se l'annata va ad cazium, lui fa 6 diverse cuvée stessa-etichetta-ma-nomi-diversi (guardate qui). Cioè, il nostro Jesse Pinkman che non sa (o finge molto bene di non saperlo) come ci arriva a cucinare così bene eppure ci arriva.
La sua Panevino ha prodotto capolavori, vini che rimangono così impressi nella mente da diventare archetipi, sapori che innescano il killer instinct del bevitore seriale. Per dire, se ci fosse una sua bottiglia giusta in fondo a una rupe, io mi butterei.
Giusta, ho detto.
Perché a volte qualcosa va storto. E' la natura, baby. E' la chimica nei suoi inneschi e reazioni e controreazioni.

Il tono violaceo della foto
rivela la malinconia di fondo
Prima si diceva di asticelle/aspettative. Con U.V.A. 2011 si volava altissimi. Punteggione dell'Espresso (18,5/20). Slow Food che lo incensa. Il mondo che sembra finalmente andare per il verso giusto e scopre uno dei migliori produttori italiani. C'è un Sole Dell'Avvenire in fondo al caos critico. Così mi butto da una rupe (metaforica) e in primavera faccio chilometri solo per assaggiarlo. E mi faccio del male. Cioè, contento di essermi buttato ma prendo una brutta botta. Il vino è problematico. Oltremodo. Volatile impazzita. Odori chiusi con aperture al topo (cit.). Puzze rifermentative. Qualcosa in sottofondo che ricorda il Panevino Style ma rarefatto, ammorbato e disturbato dai difetti. Sarà una fase, mi dico ammaccato. Non era così, mi dice chi l'aveva bevuto.
Poi, a fine estate, lo riassaggio. E va un po' meglio. Un po'. Soprassiedo sulla volatile borderline. Odori ricomposti, in bilico tra le morbide speziature e la frutta sotto spirito e la macchia mediterranea (e il mirto, olè, per stare nell'ovvio). Ma sempre un disturbo, un tarlo che va ad eroderne la compostezza e punge e ne mina la stabilità. La serie di problemi della prima bottiglia in sottofondo, leggermente depurati ma presenti. Anche la materia sembra alleggerita, svuotata rispetto alle solite opulenze (opulenze, non sciroppi glicerici). Un vino che viaggia a basso regime d'equilibrio laddove l'equilibrio è una delle prerogative Panevino. La riproduzione di un discreto allievo del quadro del Maestro. Un vino che è solo una tappa di un percorso qualitativo enorme e che riporta Gianfranco Manca sulla Terra. Anzi, Manca è la sua terra e ringraziamo Dio che abbia voglia di condividerla con noi. Anche se ogni tanto nella formula qualcosa va storto: 80/100.


Nota 1: o WW o Heisenberg, nome d'arte e/o alter ego del protagonista (quindi LOL e S.G.Q.A.=Sono Geni Questi Americani); il quale WW, mentre cucina (vedi sotto) e cazzia il suo socio e lo guarda come una scimmia da ammaestrare, pare inquietantemente il Michel Rolland di Mondovino mentre dice: "Microssigenare, microssigenare!"
Nota 2: è questo il gergo, al che si aprono scenari di immensa ironia che spaziano da Masterchef in giù.
Nota 3: e, a posteriori, mi sembra che una lezione di chimica applicata al vino mi sia passata davanti senza che me ne accorgessi (come spesso accade) diversi anni fa. Ad un Vinitaly mi fermo da un produttore piemontese, ci salutiamo, ci diciamo come va e poi iniziamo ad assaggiare, lui era uno che faceva (fa) vini molto moderni, impostazione vino/frutto, e all'epoca mi piacevano molto, trovavo in loro un equilibrio che spesso mancava nella maggior parte, forse ero solo più coglioncello e più giovane, forse ne capivo di più o forse di meno, non importa; fatto sta che un vino, ad un certo punto, appare come sfibrato, è ossidato e svasato (sua definizione), poco male, succede, ma lui (il produttore) lo assaggia, rimane perplesso, dice Aspetta un attimo, e va a prendere una boccetta e apre la boccetta e ci infila una cannula di vetro e aspira e versa qualche goccia nel bicchiere dov'era il vino, poi lo shakera e lo passa a me che lo assaggio e il vino è ora fresco e nitido, e io faccio Ooohhhh... e chiedo Ma come?, e lui mi parla di una molecola di cui non ricordo assolutamente il nome e poi ci siamo salutati e sono andato a massacrarmi la testa e il fegato altrove.
Nota 4: Perdonatemi ma non resisto a non riportare un passaggio che a me fa tanto ridere. Cioè, il passaggio è serissimo e sposta la questione verso basi più serie, ma parole come merda o cacca o pupù hanno un effetto tipo "bambino all'asilo":
"Scontata la risposta dei tecnocrati: la naturale trasformazione del mosto è l’aceto. Questa è la prima parte del mostruoso equivoco ed è anche un orrore scientifico. Come dire che la trasformazione naturale delle materie prime alimentari non sono i cibi ma la merda."
Nota 5: sarebbe stato interessante fare analizzare chimicamente il contenuto dei secchioni di plastica appoggiati per terra che, elegantemente, a Fornovo vengono usati come sputacchiere e nei quali sono certo si stessero formando nuovi forme di vita mono(e bi e tri)-cellulari.
Nota alla nota 5: spero non stiate leggendo questa nota di mattina presto perché il contenuto di schifo è oltre la soglia di tollerabilità. Ma, d'altronde, io questa Cambogia degli umori umani l'ho vissuta in prima persona e pur essendo uno schifiltoso di tutto rispetto, sono sopravvissuto.


lunedì 25 novembre 2013

Bricco della Serra 2009, Monferrato doc Dolcetto, Bera Vittorio e figli.

di Niccolò Desenzani



Ehh il Dolcetto di Bera...
Vecchio amore colla 2006, è vino indelebile. 
Eppure era un po' d'anni che non mi ricapitava.
Si parlava in questi giorni dell'imminente uscita dei vini di Cornelissen, e proprio il giorno prima di aprire questa bottiglia Eugenio ha bevuto il Contadino 10.
Per ironia, apri il Dolcetto Bricco della Serra 2009 e nel bicchiere c'è un nerello! 

Assolutamente enologicamente scorretto, ma di espressività pazzesca.
Un vino stupefacente dai sapori forti, carbonica da quasi rifermentazione, instabilità, odori fermentativi e batterici, vita selvaggia nel bicchiere. Ma una forza nel sorso, estremo eppur così bevibile, un vino-creatura-mitologica, con mille teste.
Tannino bello, del dolcetto, torrefazione che par d'esserci dentro, una freschezza che ti invade ogni poro, come l'odor della boscaglia d'autunno dopo la pioggia.
Vulcanico: che l'Etna sembra dietro l'angolo e non capisci come ciò possa accadere a Canelli!
Se c'è un vino dove la forza della natura si sente davvero questo è il Dolcetto di Bera 2009.

Una bestia!

*Scopro solo dopo aver avuto questa strana rivelazione della chimera dolcetto/nerello, che successe la stessa cosa a Luigi un paio di anni fa. Come diceva il buon Sherlock, due coincidenze fanno un indizio…
A voi la prova.

venerdì 29 marzo 2013

Munjebel bianco 7, Franck Cornelissen



Avevo acquistato nel 2011 a Solicchiata, durante il mio giro etneo, una bottiglia di Munjebel bianco, adesso dopo aver bevuto il Munjebel rosso è diventato imprescindibile per me assaggiarlo.
Curioso come una scimmia giravo intorno allo scaffale sino a che, alla prima occasione, l’ho aperto.
Macerato è macerato, ha il fondo che piace tanto a Niccolò Desenzani.
Profumatissimo di fiori e fieno e thè.
Intenso e mutevole epperò.


Ha una bevibilità incredibile,  rinfrescato da acidità fruttate, da leggero tannino “bianco”, da una consistenza piacevolmente watery.
Quasi sottotraccia, che dire, di una eleganza leggera con puntate magmatiche.
Kampai

Luigi

Ps
E un po’ mi pento di essere stato un giorno intero fra Sollichiata e Randazzo e non essere passato da Cornelissen.

lunedì 4 febbraio 2013

Munjebel rosso 8




Munjebel rosso 8
Un vino alla Cornelissen?
O un vino dell’Etna?
Da sempre mi divido su Cornelissen, anche se gli si deve l’onore di avere portato l’Etna all’attenzione di molti.
E adesso molti ci marciano su questa visibilità acquisita e su questa immagine di vino di montagna (i vigneti veramente scoscesi sono pochi e sono sopra i 700 m slm, la maggior parte sono su pendenze molto basse se non quasi pianeggianti).
Il vino del produttore alchimista istrionico e affabulatore, più che della terra e della vite mi ha sempre lasciato perplesso.
L’Etna poi è un mondo che non contempla l’uomo (sempre troppo piccolo e fragile per poter competere con il vulcano) al centro del territorio, la presenza umana è sempre precaria, transitoria in questo paesaggio antracite, col pennacchio di fumi là in cima a ricordare la fragilità umana.
Pensieri i miei che sono svaniti all’apertura del Munjebel 8.
Posso parlare, glassare di concetti, di interpretazioni il mondo ma sarà sempre il mondo, la vita a sorprendermi e mettere in crisi le mie metanarrazioni.
Questo nerello mascalese ha una forza ed espressività che mi ha colpito e mi unisco con Gil Grigliatti che lo ha definito come uno dei migliori vini Italiani.
Mentre Gil parlava,Vittorio ed io versavamo e bevevamo il sangue di Vulcano.
Kampai

Luigi 


giovedì 7 luglio 2011

munjebel @5 Vino da tavola frank cornelissen etna

Munjebel 5.


Vino da Tavola Bianco.
Velato nel colore.
Terragno nei profumi di macchia.
E di gelsomino.
Sulfureo e agrumato.
Dolce e salato.
Vegetale come chiome di capperi smeraldo.
Ruvido come la pelle delle rondini di mare.
Un anno per capirlo.
Oggi ne faccio ammenda.
Bonne degustation


Luigi

lunedì 1 novembre 2010

BIO BIO

bio bio... che?
vado avanti imperterrito con la serie di approfondimenti sul bio logico e dinamico.
buona lettura.

 

viti a piede franco a Sampieri (RG)
 

4)Carissimi,
il ritorno all’humus, alla terra è diventato un obbligo per i viticoltori se vogliono perpetuare questa magia della fermentazione, cercando profondità espressiva nei loro vini e longevità nelle loro vigne. Devono ritornare alle pratiche antiche (come il sovescio, la produzione di compost, le lavorazioni manuali, l’inerbimento), riscoprire eventualmente il rapporto millenario con gli animali per limitare le emissioni di co2,  per limitare il costipamento del terreno e i danni alle radici delle piante.
Un altro tema legato al “naturale” e alla ricerca della qualità che sta a cuore sia ai coniugi Bourguignon (agronomi francesi tra i primi a riportare l’attenzione verso il suolo in agricoltura) sia a certi produttori è il ritorno all’impianto di vigneti a piede franco. 
Questo ritorno è ora possibile (ma sempre molto complesso) grazie alle tecniche colturali bio che danno fertilità e intensa attività microbica al terreno, forza vegetativa e sanità alle piante le quali possono assorbire i danni provocati dalla fillossera (acaro americano che attacca le radici della vite).

La tesi dei Bourguignon è duplice la prima è economica legata al fatto che da quando sono state piantate vigne innestate su piede americano la produzione di uva è raddoppiata a fronte di un diminuzione dei ceppi per ettaro quindi sostengono si sia trattato di un mero espediente  tecnico per innalzare la produttività che si è trasformato in una pandemia.
La seconda è legata al fatto che il  vigneto europeo si è sviluppato nei secoli principalmente su terreni calcarei, coi quali la vite europea ha grande affinità per cui l’apparato radicale tende a cercarlo approfondendosi e diffondendosi in maniera ottimale (dicono che nella Champagne prefillosserica, con vigneti di 20.000 e più ceppi per ettaro, si facessero vini rossi con colorazioni intense, proprio per la bassa produttività e la capacità di estrazione di sostanze dal suolo) mentre il portainnesto per reazione di incompatibilità al calcare tende a sviluppare radici avventizie superficiali che non si legano intimamente al terroir; inoltre l’innesto crea problemi vascolari fra le due piante per cui si accorcia sensibilmente la vita media del vigneto e quindi la sua capacità di produrre frutti di qualità (è ormai assodato che la qualità delle uve è funzione non trascurabile dell’età della pianta).
Barbera su piede americano a Casorzo (AT)

In parallelo sono sparite centinaia di varietà di vitigni che fino ad allora concorrevano nella produzione dei vini ed ha reso decisamente più complicata e destinata all'opera di botanici-vivaisti la propagazione delle varietà, sradicandole dal loro territorio di appartenenza e dalla sfera di influenza del viticoltore (uno dei primi casi di globalizzazione e di diminuzione della biodiversità non così lontano dagli ogm e le politiche delle multinazionali sementiere).
Secondo altri produttori e degustatori il portainnesto, inoltre, influisce sulle qualità organolettiche perché tenderebbe a semplificare ed indurire le caratteristiche gusto olfattive del vino apportando quel carattere vegetale e foxy tipico delle uve americane, limitando anche l’ampiezza e la capacità evolutiva del vino.
Nella gestione quotidiana però il vigneto franco di piede è più delicato ed esigente e i viticoltori devono sviluppare una maggiore sensibilità ed attenzione verso le proprie piante.
In Francia, sotto la supervisione dei coniugi Bourguignon, D. Dagueneau (tragicamente scomparso nel 2009) in Loira ha piantato una parcella di Sauvignon Blanc  e produce L’Asteroide, P. Charlopin in Borgogna nel 2001 una di Pinot Noir e M. Graillot a  Crozes L’Hermitage nel Rodano nel 2007 quasi un ettaro di Syrah con una densità di 20.000 ceppi ettaro.
In Italia una azienda Sarda la Perda Rubia di Nuoro ha selezionato viti di “Canonau” franche di piede, Teobaldo Cappellano (scomparso nel 2008) e suo figlio viticoltori di Serralunga d’Alba  producono un incredibile rosso da un vigneto di Nebbiolo varietà Michet a piede franco, il Barolo Otin Fiorin (Piè Franco-Michet).
Frank Cornelissen e Vini Biondi in Sicilia sull’Etna con più facilità, su terreni sfavorevoli alla fillossera, hanno vigneti e reimpiantano certe parcelle su piede franco.
I vigneti di priè Blanc a 1.000 m slm della doc Valle d’Aosta sottozona Blanc de Morgex e de la Salle sono franchi di piede.

Per oggi può bastare.

Per chi ama leggere consiglio:
Claude Bourguignon, intervista a, “Claude Bourguignon, seriez-vous l’amis de la phylloxera ?”, 2008, Vinum, la revue europèenne du vin.

Vini consigliati per ristorarsi dopo la lettura. Mettete mano al portafogli e compratevi:
Produttore D. Daguenau il vino L’Asteroide 2004
Con molto meno
Produttore Perda Rubia il vino il Perda Rubia 2002 rosso classico in edizione limitata.

buona bevuta e buona lettura
luigi    
                                                                                                                   fracchiagiardina@gmail.com