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mercoledì 23 novembre 2011

ristoranti pesanti nell'epoca delle leggerezze

Ristoranti pesanti nell’epoca delle leggerezze.


Placidi pachidermi rinchiusi in serragli principeschi.
Un po’ vuoti ora, mi dicono.
E’ un po’ di tempo che non ne frequento.
La felicità di esserci stato non bilanciava più l’angoscia dell’impatto del conto sull’economia famigliare.
Senza contare gli osannati posti di blasone che ho riprovato per dare loro una seconda chance.
E loro, a me, non l’hanno data, stesse delusioni.   
Costretto oltretutto a bere vini base reperibili alla GDO ad un quinto del prezzo.
Con la stessa profondità di annate.
Con la stessa geniale ricerca di etichette.
Pinguini nero vestiti in sala, freddi come la banchisa polare da cui provenivano.
Sommelier disinformati e distratti.
Ristoranti afflitti dal super ego dei cuochi.
Che, come artisti lunatici e sofferenti, si aggiravano nell’atelier per spiare gli avventori in estatica contemplazione delle divine loro creature.
Stancante assaporare in fil di coltello brandito come nobile fioretto piatti pluritematici e d’avanguardia.
Gastronavi impazzite che atterravano su tavoli così ampi che le relazioni sociali erano affidate all’interfono.
Silenziosi tintinnii di argentine posate.
Calici enormi e scintillanti.
A potersi permettere anche un contenuto.
Rivisitazioni delle rivisitazioni di piatti tradizionali, talora decostruiti, talora attualizzati, alleggeriti, trasfigurati, colati come calcestruzzi da betoniere in silver plated, irrorati di salse al mercurio bollente.
Ne uscivo stressato psicologicamente.
Come dopo un esame.
Ho deciso di smettere.


7 commenti:

  1. Dall’altro lato però c’è il mondo della leggerezza del nulla, un menu dal cibo abbondante senza anima ma soprattutto senza sapore, senza un pensiero speso se non nel tentativo di risparmiare sul conto della spesa. Piatti della tradizione che faccio anche a casa, da sola e meglio. E vino sfuso e niente carta dei vini. Con una signora tuttofare in sala che vuole essere brillante consigliera e ti dice delle poche bottiglie che ha che magari quel rosso lì ha già ben 5 anni, meglio andare su uno giovane e poi scopri che si tratta di un sagrantino …
    Certo, nel mezzo ci sono alcune bellissime chicche fatte di gente che sa fare il proprio mestiere e ti regala delle belle serate. Io però tra il pesante e il nulla assoluto ho detto basta a quest’ultimo, vero pericolo della omologazione, ben più che un Mc Donald’s che tanto rimane un panino, un fast food senza spacciarsi per altro

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  2. Patrizia Anselmo23 novembre 2011 12:17

    Quoto in pieno Sara. Un commento esatto.

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  3. Carissime Sara e Patrizia,
    io ho esposto, sia pure in maniera incompleta un pensiero, per'altro non solo mio, un pensiero rivolto principalmente a chi, sull'onda del concetto di progresso, parte da una "osteria" e poi è come trascinato verso le chimere dell'alta ristorazione.
    Spesso i ristorantoni hanno gravi problemi semplificabili in tre punti:
    il costo molto elevato dei piatti.
    una cantina sottovalutata e carente con la presenza ossessiva di produttori simbolo (è buono senti quanto costa) a discapito di emergenti e vini con buon rapporto qualità prezzo.
    Assoluta incapacità della gestione della sala perchè sono per lo più ristoranti degli chef e non di un Patron serio motivato e preparato.
    Smettiamola di giocare alla Francese.
    Sopratutto adesso che loro stanno puntando molto sul Foodies.
    Tutto qua, con la cdrtezza di aver fatto una semplificazione estrema e discutibile.

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  4. Luigi, è capitato anche a me di avere delusioni da "ristorantoni", di trovare liste vini quantomeno banali ed eccessivo formalismo. Così come al contrario ho pagato conti salati contenta di averlo fatto e bevendo cose non banali.
    La cosa al contrario vale anche per i locali "leggeri":luoghi con piatti semplici, ma con materie prime di qualità, carta dei vini onesta e non banale esistono eccome e ne adoro sia l'atmosfera accogliente che il conto leggero.
    Il mio punto è che nelle nostre inevitabili semplificazioni, preferisco chi esagera nel giocare alla francese (anche perchè se non c'è sostanza il mercato non ti premia e chiudi) rispetto a chi fa della mediocrità la sua bandiera. E mi fa tristezza che, a giudicare dai coperti, sia questo il modello che paga.

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  5. Sara,
    che dire sono d'accordo con te ma trovo che l'esperienza nei ristorantoni sia, per me, sempre afflitta da pesantezze e rammarichi.
    Trovo che l'alta ristorazione sia un modello obsolescente orientato su un mercato che non esiste più o si è molto ridotto.
    Naturalmente secondo la mia personalissima opinione che non pretendo sia verità assoluta.

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  6. Leggo solo ora i commenti pur avendo letto subito il post.
    Devo dire che la suddivisione che preferisco in ambito ristorazione (e da ex ristoratore) è quella tra locali con l'anima e la qualità e i locali senz'anima e senza qualità. In mezzo c'è sicuramente una zona grigia che, però, non m'interessa e quindi non considero nemmeno quando devo scegliere un ristorante.
    Nella zona grigia ci sono sicuramente molti ristoranti di rango dove la qualità è al top ma che spesso allo stesso livello si trovano banalità, egocentrismo, poca attenzione al cliente.
    Concordo con Luigi sul fatto che un grande cuoco NON è necessariamente (anzi quasi mai) un grande ristoratore, perchè sono due mestieri completamente diversi.
    I ristoranti con anima e qualità sono quelli che mi interessano perché sono i più interessanti, sia che seguano la tradizione, sia che la re-interpretino, sia che spicchino voli pindarici per chissà dove. NON amo quelli che seguono le mode e quelli che una volta avuta una bella idea, la ripropongono in tutte le salse, eternamente e quindi diventano noiosissimi e banali, ricadendo nella zona grigia.

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