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martedì 24 giugno 2014

Galline uber alles!

di Andrea Della Casa

Negli ultimi 5-6 anni, causa la crisi che ha colpito le filiere suinicola e bovina, la produzione di carne avicola (da sempre la più economica delle tre) è aumentata del 30%.
Il settore avicolo è decisamente industrializzato: tra tutti gli allevamenti zootecnici, l’avicoltura è quello maggiormente dipendente dalle conoscenze scientifiche e tecnologiche, che hanno consentito il controllo di tutti i fattori di produzione.
La produzione del 90% delle carni e del 60% delle uova è in mano alle grandi multinazionali ad integrazione verticale, e i polli sono unità produttive e non esseri viventi con bisogni propri.
Forse anche per questo è uno dei settori in cui la legislazione in tema di protezione degli animali si è maggiormente espressa, fornendo direttive all’industria.
I moderni ceppi di broiler (pollo da carne) crescono molto velocemente, in un mese e mezzo il loro peso aumenta di circa 50 volte! Il pollo da carne (maschio) viene infatti macellato a 45-50 gg, quello da rosticceria (in genere femmina) anche prima. Ma va peggio al galletto che non passa il mese di vita, mentre i tacchini vengono macellati dopo 100-140 gg a seconda del sesso. Il cappone e le galline ovaiole sono i più fortunati: circa 5 mesi per il primo e a fine ciclo (che in genere dura 1 anno) pe le seconde. La produzione di uova dura infatti circa 1 anno e a volte, se le condizioni economiche lo permettono, si può fare 1 (o anche 2) ciclo ulteriore, con produzione ridotta ma di ottima qualità.
Proprio in merito alla produzione di uova siamo sempre affascinati da quelle confezioni che richiamano un allevamento a terra piuttosto che in gabbia, senza però sapere che la differenza tra le 2 tipologie è pressoché nulla. La direttiva CE cita infatti che per i “sistemi alternativi alle gabbie” il coefficiente di densità “non può essere superiore a 9 galline ovaiole per mq di zona utilizzabile”.
E anche da un punto di vista nutrizionale le uova da allevamenti a terra e in gabbia sono identiche.
Le cose cambiano invece se  l’allevamento è biologico o all’aperto (un allevamento biologico è SEMPRE all’aperto, viceversa un allevamento all’aperto non è per forza biologico) , ma solo se è ben condotto.
In questi casi sia il benessere dell’animale che la componente nutrizionale delle uova ne giovano.




Ricordiamo però che le direttive CE valgono solo per  gli allevamenti di uova da consumo con un numero di capi maggiore di 350.
Ovviamente per le varietà ovaiole vien da sé che sono solo le femmine che interessano la produzione, i pulcini maschi risultano invece inutili in quanto non essendo specie da carne hanno anche un IPG (incremento ponderale giornaliero) e un ICA (indice di conversione alimentare) poco favorevoli per pensare di allevarli. Molto spesso vengono quindi eliminati brutalmente appena nati.
Speriamo, in un’altra vita, di non nascere polli.

3 commenti:

  1. Great post Andrea, di quelli che vorrei vedere sempre in maggior numero sui blog eno-gastro-qualcosa.
    Il benessere animale è un tema che va affrontato, bisogna riflettere sull'uso da parte dell'industria di termini come unità produttive quando si parla di esseri viventi. Ho visto con i miei occhi un allevamento a terra di ovaiole ed è stata una esperienza terribile, spazi ristretti è un eufemismo, dentro il capannone un grido-lamento indimenticabile. Perplesso nel sentire il produttore che si faceva vanto di aver abbandonato le gabbie, non oso immaginare come poteva essere un allevamento a gabbie.
    Un tema che mi è caro è anche il tipo di alimento che questi polli e queste ovaiole ricevono, quasi sempre mangimi ogm, e questo è un dato che il consumatore finale in genere non conosce. Spero in tuo prossimo post sui mangimi, uno di quei argomenti tabù sui media che trattano di alimentazione.

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    1. Tra l'altro l'Italia ha subito pure sanzioni per non essersi adeguata in tempo alle nuove norme sul benessere animale, come cita questo articolo del 22 maggio 2014:

      “Sentenza storica. Così CIWF Italia (Compassion in World Farming) commenta la condannata inflitta all’Italia dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La contestazione riguarda la mancata applicazione della normativa di protezione delle galline ovaiole. Ad avviso di CIWF l’intervento dell’Europa rappresenta un segno di giustizia per i milioni di galline tenute in gabbie non più regolari dopo un anno e mezzo dall’entrata in vigore della normativa.
      La Sentenza, pubblicata oggi, dichiara l’Italia inadempiente nell’applicazione del divieto di utilizzo delle gabbie “convenzionali”, ovvero di batteria, per l’allevamento delle galline ovaiole, sancito dalla Direttiva 1999/74/CE ed entrato in vigore il 1 gennaio 2012. La Commissione aveva più volte invitato l’Italia ad adempiere agli obblighi di legge. Eppure, così come è possibile leggere nella sentenza, alla data del 4 dicembre 2012, quasi 12 milioni di galline venivano ancora allevate nelle gabbie vietate per legge. Incredibilmente, però, l’Italia non ha contestato tale situazione, limitandosi ad indicare come il termine di adeguamento per le aziende italiane sarebbe stato solo a partire dal 1° luglio 2013 e anzi adducendo come scusa che “non le era stato possibile intervenire e sanzionare in tempo utile il mancato adeguamento delle aziende” non conformi.
      La Direttiva ovaiole, risalente al 1999, è stato il primo storico pilastro legislativo europeo con l’espresso divieto di un sistema di allevamento crudelissimo e totalmente lesivo del benessere degli animali: le gabbie di batteria, completamente spoglie e così anguste da non consentire alle galline nemmeno di spiegare le ali.
      Secondo CIWF poco conta che la sentenza venga in un momento in cui l’Italia si è già adeguata. E’ il principio che conta, e cioè che le normative di protezione animale vanno applicate puntualmente come tutte le altre leggi. “Speriamo che l’Italia (e in primis la sua classe politica) se ne renda finalmente conto”.”

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  2. Io sono sempre stato un felice consumatore di pollo, in realtà lo sono stato con una qualche soddisfazione organolettica sino ai 16 anni (trenta anni fà), dopo di chè la qualità da me percepita delle carni è crollata a livelli bassissimi e ho smesso di consumarne.
    Oggi, anche grazie ad Andrea capisco quale è il motivo.
    Allevamenti intensivi, polli Broiler a crescita rapida, mangimi di scarto provenienti dai residui di altre filiere hanno segnato la fine delle carni avicole di qualità.
    negli ultimi due anni avevo ricominciato a mangiare saltuariamente del pollo bio prodotto da un allevamento affidabile, poi un mesetto fa ho notato che i patti erano quasi duplicati di dimensioni e il sapore si era dluito parecchio, ho chiesto spiegazioni e mi hanno detto che per avere una resa maggiore avevano iniziato ad allevare dei "broiler"...non ne ho più preso

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