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mercoledì 26 giugno 2013

Cyril Le Moing e la nuova esperienza del Cabernet Sauvignon della Loira. Di Riccardo Avenia





Un'etichetta esplicita, diretta, che rende bene l'idea di cosa ci ritroveremo nel bicchiere. Cyril Le Moing è un piccolo produttore della Valle della Loira, che coltiva poco più di tre ettari nel comune di Martigné-Briand, nella parte sud della distretto di Anjou. Patria d'eccellenza dello Chenin blanc, localmente chiamato "Pineau de la Loire". I pochi vigneti coltivati ad alberello, hanno un'età minima di sessanta anni e godono di un inerbimento spontaneo, ricreando così un ambiente concorrenziale per le piante ed idoneo al proliferarsi della vita. Terreni sani, che ormai da anni non vengono calpestati e costretti da pesanti trattori. I pochi trattamenti vengono effettuati solo con rame, zolfo e saltuarie tisane. In cantina, i processi fermentativi, avvengono spontaneamente: per i vini rossi, le fermentazioni sono a contatto anche con i raspi (la mia ultima fissa) ed invecchiano in piccoli legni usati. Senza nessun tipo di filtrazione, tantomeno aggiunta di solforosa. Questo Cabernet Sauvignon per il 50% proviene da viti di oltre ottant'anni che nascono su terreni drenanti, argillo-sabbiosi, con esposizione sud. Le uve vengono vendemmiate in piena maturazione, con rese per ettaro estremamente basse: 15hl/ha circa. Oltre a questa varietà, Cyril coltiva: Cabernet Franc, Sauvignon blanc, Chenin blanc e l'introvabile Grolleau noir.

Immaginatevi ora una passeggiata nel bosco dopo una pioggia estiva. Quella sensazione fresca, i profumi della terra, degli alberi e del sottobosco. Il gorgoglio, l'aria frizzante e quella leggera brezza generata da un rigoglioso ruscello. Quel vivo e silenzioso rumore, insieme ai tanti profumi che ti circondano. Questa è la rappresentazione che mi sono immaginato immergendomi mentalmente in questo calice.

Inchiostro denso. Ha un naso variopinto, con iniziali pungenze acido-vegetali. Si allarga dalle spezie tipo il pepe, alla marasca ed alla frutta rossa che ne consegue. Intenso, intrigante, una vera incursione nel bosco, tra muschio, erba bagnata, resine ed un carezza floreale che ricorda la violetta. China, liquirizia, cuoio ed un lieve ricordo di cioccolato fondente, apportati da un magistrale invecchiamento in barrique.

Il sorso è dominato dall'acidità, dal fitto tannino e da una netta sensazione ruvida, che ultimamente ricerco e mi fa saltare dalla sedia per la gioia (certamente in questo, il contributo lo danno anche i raspi). Saporito, gustoso. Una bevuta snella, rurale, per il convivio.

Così ho pensato: ma siamo sicuri che questo sia Cabernet Sauvignon? Perché da oggi li vorrei tutti i così. Non scherzo.

16 commenti:

  1. Cabernet Sauvignon di Loira per tutti!

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    1. Aggiungerei: più Chenin blanc della Loira per tutti!

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  2. Ma era proprio la 2010?
    Rimando ancora una volta alla sua idea di vino naturale, di cui parlerò a breve sul mio sito: http://clm980311.blogspot.it/2013/06/vin-naturel.html

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    1. Una grandiosa 2010!
      Effettivamente avevo letto il suo post a pochi giorni dall'uscita. Consiglio a tutti la lettura.
      In poche parole, per lui il vero vino naturale deve essere il frutto della sola uva. Nemmeno la sola solforosa deve essere aggiunta.
      Grazie per il commento e per il rilancio Francesco.

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  3. Imbottigliato a mano. 12,5 gradi naturali. Senza diserbanti, fertilizzanti, pesticidi, solfiti aggiunti. Con un'etichetta così in Italia finisci dritto in galera ;-)

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    1. E questa la dice lunga, su quanto siano differenti le leggi, ma anche l'ottica con cui si "visualizza" il vino naturale tra Italia e Francia.

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    2. Però Riccardo lasciami fare qualche commento.
      1) "Imbottigliato a mano" è un'indicazione ambigua, difficilmente documentabile che lascia intendere si tratti di una pratica che migliora la qualità del prodotto finale (falso, anzi magari è il contrario).
      2) 12,5 gradi naturali significa che non c'è zuccheraggio nè aggiunta di mosto concentrato e questo è interessante anche se da noi col caldo che fa...
      3)Vietare di scrivere "senza x, senza y" (in negativo) ha forse un senso. Cosa potrebbe pensare un consumatore comune di fronte alla dicitura "non contiene cianuro"? Che tutti gli altri lo aggiungono?

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    3. Giustissime osservazioni.
      Provo a spiegarti come la penso per punti:
      1) C'è da dire che produce veramente poche bottiglie, probabilmente per quello può permettersi di imbottigliare a mano. Io comunque non ci vedo per forza del marcio in questo. Per il resto, di documentabile, c'è solo il nero su bianco, ovvero le analisi (discorso che va oltre l'imbottigliamento).
      2) In quella zona della Loira, il clima è molto più rigido rispetto al nostro. Di conseguenza l'uva non riesce a raggiungere un grado zuccheri elevato, anche se le rese sono molto limitate. C'è poi da tener conto che le vigne sono vecchie, particolare non da poco. In più, prendo atto di quello che scrivono sotto Niccolò ed Andrea, ed andrò ad approfondire. Del resto i raspi sono la mia ultima fissa :-)
      3) Da come la metti giù, hai perfettamente ragione. Però, se al consumatore voglio far sapere che il mio vino non è filtrato, che non è stata aggiunta solforosa, insomma che in campagna non uso pesticidi ed oltre all'uva non aggiungo niente, come fare? Non tutti vogliono vini torbidi, in più, dato che pago, vorrei sapere a che tipologia di vino sto andando incontro, ho il diritto e posso sceglie. Non tutti amano rischiare di stappare un vino che magari è aceto. Altri invece queste scritte le ricercano, perché danno delle conferme (relative) sulla salubrità del prodotto.
      Finché non ci saranno delle regolamentazioni sulle etichette, uguali per tutti (mi limito all'Italia), il produttore naturale può solo questo, o poco altro.

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    4. Io sono d'accordo con Ric sul fatto che sia giusto informare il consumatore su ciò che metto nel vino, ma il problema sollevato da Nic in effetti non è di poco conto.
      L'unica soluzione è indicare in etichetta TUTTO ciò che è contenuto nella bottiglia! :)

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    5. A volte mi domando se le leggi non siano tanto più contorte tanto più il popolo al quale sono rivolte è incline (predisposto) a coglierne l'aggirabilità piuttosto che il senso civico.

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  4. Amo i vini di Cyril Le Mong sia quando declina in rosso (da provare il suo Cabernet Franc da vigne centenarie) sia quando declina in bianco (il Schistes da uve chenin). Il problema è che avendo Cyril una passione sfrenata per il Giappone dove spesso si reca, quasi tutto il suo chenin finisce là in Oriente.
    Una preghiera a Cyril: lascia qualche bottiglia di chenin anche per i tuoi amici italiani!:)

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    1. Concordo con la tua preghiera Vittorio!
      Da quello che ho letto, sembra che si sia sposato con una Giapponese. Hai capito questo Cyril!

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  5. A proposito di raspi, credo che il loro utilizzo abbassi il grado zuccherino del mosto e quindi il grado alcolico del vino. Non sono certo di quel che dico, ma mi pare un'info interessante da approfondire ;)
    Ci prepariamo per #coiraspi1?

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    1. Si Nic, credo che tu abbia ragione. I raspi contengono H2O e poco zucchero quindi abbassano il grado alcolico, ma abbassano anche l'acidità del vino essendo ricchi di K. Aiutano anche la fermentazione assicurando una maggior presenza di aria e limitano l'aumento della temperatura perchè assorbono calore. Credo inoltre che siano responsabili anche dell'adsorbimento degli antociani per cui possono dare vini meno colorati.

      P.S. ho un paio di Le Moing in cantina, mi fate venir voglia di stapparli a breve! :)

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  6. Interessanti osservazioni. Mi piacerebbe potermi documentare più approfonditamente su questo. Conoscete qualche fonte?
    Se non erro Andrea, Elisabetta Dalzocchio ci raccontò qualcosa di simile.

    Ricapitolando, dopo #macerati1 ci sarà #coiraspi1. Ci sono!

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    1. Si anche Elisabetta ci aveva detto qualcosa in merito, anche se ora come ora non ricordo esattamente cosa. Quella sera ero in evidente stato di euforia! ;D

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