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domenica 13 gennaio 2013

Sapevo di avere un libro strano, di ricette


Sapevo di avere un libro strano, di ricette, molto anomalo, pervaso di grande cultura non solo gastronomica, scritto da un personaggio ironico che si percepisce cittadino del mondo e questo talvolta nella mia ipersciovinista città, regione, nazione è una medicina per il cuore.
L’ho ritrovato proprio ieri, e fin qui tutto bene, sapevo dov’era, ciò che non ricordavo era dove l’avessi comprato.
Ho scoperto che l’acquistai una decina d’anni fa alla Holden Libri a Torino in piazza Bodoni (non cercatela è stata chiusa dopo pochi mesi dall’apertura).
Io la vedevo come un progetto, sicuramente anche una vetrina per la scuola, interessantissimo improntato sui valori culturali, sentimentali, sulla generosità, veicolati dalla lettura, più che una impresa commerciale (infatti non tardò ad arrivare la sua chiusura).
C’erano pochi libri, dieci o venti non ricordo esattamente, ogni libro era consigliato dagli scrittori che insegnavano alla Scuola Holden.
Nessun interesse ad avere tutto il catalogo di questo o quest’altro editore, nessuna ossessione per le novità, per i best seller, sugli scaffali (per altro molto belli così come gli arredi della libreria) c’erano solo le opere che più avevano, in qualche modo, toccato il cuore di altri scrittori.
Trovavo, allora come adesso, molto bello questo atto di elegante generosità (cit).
Scrittori consigliavano altri scrittori, molto nobile e stimolante.
L’unico aspetto negativo è che non ricordo più chi fosse colui che consigliava l’opera di cui ho intenzione  pubblicare nelle prossime domeniche degli spezzoni, sinchè ne avrò voglia e la cosa mi divertirà.
Naturalmente sta a voi inclito pubblico indovinare l’autore e il titolo dell’opera.

Un menù invernale

A Winston Churchill piaceva ripetere che l’ideogramma cinese per la parola “crisi” è composto da due caratteri che, separatamente, significano “pericolo” e “possibilità”.
L’inverno offre al cuoco una combinazione analoga di minaccia e di occasione. Quell’inverno che, forse, è il responsabile di un certo abbruttimento del palato nazionale britannico, e di una concomitante inclinazione per le inique misture agrodolci, le salamoie aggressive, gli intingoli piccanti e i ketchup. Per questi ultimi in particolare. Ma la minaccia dell’inverno è anche, più semplicemente, quella di un eccessivo indulgere ai cibi pesanti. I lettori nordeuropei non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni: il termine “cibo pesante”, il concetto di “cibo pesante” abbraccia un universo familiare di sbobbe insensate, di dannosi grassi saturi e di carboidrati concentrati. (C’è un genio malevolo anche nel solo nome “Brown Windsor Soup”.) E’ uno stile culinario che ha raggiunto il suo apice nei colleges inglesi; e, pur se a me sono stati risparmiati gli orrori di un tipo simile di istituzione “i miei genitori, ritenendo a ragion veduta che la mia natura fosse di grana troppo fine e sensibile, mi affidarono, all’epoca, a una serie di insegnanti privati”, ho ricordi vivissimi delle rare visite che feci a mio fratello durante la sua incarcerazione in gulag diversi.
Mio fratello ci seguiva imbarazzato. Io riesco ancora a sentire il sudore dietro le ginocchia. Una tozza e goffa sagoma ariana di prefetto, un farabutto dichiarato, prepotente e cocco degli insegnanti, recitò nel silenzio le parole latine della benedizione.
Sedemmo poi davanti a un pasto che nemmeno Dante sarebbe stato in grado di concepire. Io ero di fronte ai miei genitori, tra una sferica governante e un silenzioso assistant francese. La prima portata consisteva in una zuppa dove i pezzi di inequivocabile, spudorata cartilagine galleggiavano in una salsa fangosa che, per struttura e temperatura, ricordava molto da vicino il moccio. Poi un pentolone fumante fu posto al centro del tavolo dominato da mascelluto cipollonato direttore. Questi immerse il braccio da officiante nella pignatta e ne trasse una mestolata di cibo caldo, che fumigava come sterco fresco di cavallo in una rigida mattina. Per un momento frastornante pensai che avrei vomitato. Un piatto di soi-disant torta rustica –la carne trita grigia, le patate color marrone- mi venne messo davanti.
“I ragazzi la chiamano carne del mistero, confidò allegramente la governante. Sentii l’assistant fremere. Altro non riesco a ricordare (non posso immaginare) di ciò che dicemmo, e su tutto il resto del pranzo la Musa della storia deve stendere un velo”.


Mi pare inutile suggerire che l’autore è suddito di sua Maestà Elisabetta II° Regina del Regno Unito.


Luigi

8 commenti:

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    1. E pensare che non lo rileggevo da dieci anni e allora, distratto dall'architettura ;), non ne avevo colto la grandezza.

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  2. Grazie Gigi mi hai incuriosito e l'ho trovato .. mi hai invogliato a leggerlo ... :-)

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  3. ..potrebbe essere anche insospettabile romantica poetessa inglese oppure " fiera ed orgogliosa autrice di inglesissimi infelici romantici romanzi?? Oppure oscuro nero autore amico di fantasmi,solitudini ,castelli e ..corvi?
    Vabè avrai capito che ci provo pure io ..
    Che si vince se ci azzecco?

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    1. Si vince imperitura memoria e stima.
      Non basta?

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