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domenica 6 gennaio 2013

Mi piacerebbe che voi inclito pubblico



Mi piacerebbe che voi inclito pubblico de Gli amici del bar (potremmo definirci tutti avventori di questo bar di periferia?) mi diceste chi è il sig. X che insieme al Sig. Piacentini è protagonista di questo colloquio tenuto in una grossa cantina sociale del Nord Italia indicando anche in che anni è avvenuto.
Niente in palio, solo l’imperitura soddisfazione di aver vinto.


“-Vede,- mi dice con fierezza (è Piacentini che parla)- in soli quindici, venti minuti al massimo, dal momento che l’uva entra in quel cortile, io ho già il mosto a un chilometro da qui, nelle vasche dove viene pompato dagli enodotti.-
-Come il petrolio, insomma.-
-Non esattamente, Sig. X! L’enodotto è solo per la rapidità: meno stanno le uve all’aria, e meno si contaminano: salvo naturalmente, nella produzione di certi tipi di vini, quando invece devono stare all’aria, ma in determinate condizioni. E questa, guardi, è la prima macchina: dove è pigiata l’uva migliore di tutte le altre, e da cui esce il fiore del fiore, il succo che farà il (vino) più squisito.-
Piacentini mi descrive l’intero ciclo della produzione, e mi enumera uno dopo l’altro tutti i sottoprodotti del vino. E’ un elenco incredibile, che per me ha addirittura qualche cosa di mostruoso: oltre vari tipi di vini, di pregio decrescente, e vari tipi di mosti, che servono, introdotti in speciali apparecchi, ad aumentare la gradazione di vini troppo deboli, ecco le grappe, ecco gli alcool, e poi i combustibili, i detersivi, i fertilizzanti, gli isolatori acustici… Capisco la razionalità economica di tutte queste invenzioni. Tuttavia, non so resistere alla tentazione di una protesta romantica. Do un occhiata intorno, ai macchinari giganteschi e sinistramente inoperosi.
-Va bene, va bene, Piacentini. Ma non le pare che tutto ciò sia sproporzionato? Il vino è così poco, è quasi niente, in paragone con l’enormità di quanto lo circonda e lo trasforma. A me, scusi, sa? A me sembra che, un piccolo sforzo in più, un piccolo passo avanti, e lei, allo stesso modo degli stabilimenti tessili che un bel giorno non hanno più avuto bisogno della lana né del cotone per fabbricare le stoffe, lei non avrà più bisogno dell’uva per fare il vino!-

Ps
Non volevo commentare questo estratto però è innegabile vedere un germe che ha corrotto la nostra società ed è quello della sottovalutazione dei costi economico-sociali dei mezzi messi in opera al fine dell’ottenimento di un prodotto, che non ripaga i consumi di materie prime non rinnovabili utilizzate e tutta la pletora di complessità legate alla distruzione di paesaggi, ecosistemi, alla difficoltà di smaltimento dei rifiuti.
Poter accedere all’energia a basso costo ha creato quella sensazione di onnipotenza delirante che ancora ci permea.

11 commenti:

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    1. hai trovato la risposta googolando, non vale!

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  2. Proprio così, Mario Soldati visitando la Cantina Sociale di Soave. E ciò che è peggio è che Piacentini ribatte "io devo combattere con la natura, con l'uva". Combattere..!?!

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    1. Troppo facile il quesito per cotanta sapienza!
      Piacentini ha colpito molto anche me e il concetto di "combattere con la natura, con l'uva, che non è una materia prima che sia tutto l'anno a disposizione come, mettiamo, il ferro o il petrolio, ma che segue il ritmo delle stagioni e matura una volta sola all'anno..."
      Mi ha lasciato perplesso ma spiega tante cose successe dopo, durante gli anni sessanta settanta nella viticoltura/enologia.

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    2. per un attimo ho pensato ad un racconto di fantascienza :)

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  3. Dan, capisco lo stupore; ma è proprio vero. Si combatte con l'uva; anche i viticoltori soi-disant naturali combattono con l'uva e la natura, ma è una lotta proficua, dialettica . Mentre forse il Piacentini aveva una accezione del termine un po' più elementare: lui probabilmente aveva una matrice di parametri entro la quale - non si sa perché - doveva forzare il mosto o il vino. In realtà non bisogna prendersela troppo col Piacentini. E' il risultato di un cambiamento epocale; fra il 1945 e il 1960 ci fu una immane emigrazione interna che spopolò le campagne e riempì le città industriali (10 milioni di persone è una stima probabilmente per difetto). Nel 1945 si beveva in media 120 lt procapite all'anno; ora immagina tutti questi emigrati che si trovano in città senza vino; gente abituata a bere tutti i giorni a pranzo e a cena (mio nonno beveva 2 bt a giorno, da 10° ovviamente), il vino del padre, dello zio, del nonno. Immagina questi che non hanno più vino; lo vogliono, ma lo vogliono pagare pochissimo perché non hanno soldi e perché sono abituati ad averlo sostanzialmente gratis. Si crea una domanda pazzesca a cui possono rispondere solo le grandi cantine sociali o i grandi produttori. Ma per fare un vino che arrivi in bottiglia in un supermercato a Milano, Bologna, Torino a prezzi ragionevolmente bassi bisogna fare economia di scala e affidarsi alla tecnologia che fra l'altro all'epoca era molto grossolana. Ecco tutto. Il povero Piacentini è solo un effetto di questo cambiamento, e non credo che avesse la cultura, la forza, la lucidità per opporsi a questa idea...ma forse non l'avrebbe avuta nessuno al suo posto. Se c'è una domanda, dopo un po' si crea un'offerta; è fisiologico. E giusto per buttare lì un altro argomento, da buoni olistici dobbiamo iniziare a pensare che il vino non è fatto non solo di luce, di terra, di clima, e degli uomini che lo fanno, ma anche di come viene commercializzato, di come arriva sulla tavola del bevitore. Buona befana a tutti. Che bel blog !

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    1. Effettivamente mi sono fatto trasportare dalle parole di Piacentini senza contestualizzare il discorso nel momento storico in cui era nato, veramente un grave errore. Per cui la tua digressione mi apre gli occhi sulla genesi delle cantine sociali che avevano un obbligo commerciale difficilissimo da ottemperare. la fornitura di vino a bassissimo costo, allo stesso tempo le parole di Piacentini illustrano con forza le retoriche industrialiste che in quegli anni sanciscono il definitivo distacco (così come le persone abbandonano la "naturalità" della campagna a favore della "innaturalità" della città) della cultura produttiva da concezioni del mondo olistiche e demanda alle scienze (economiche, agronomiche, siderurgiche etc) lo spezzettamento del mondo per estrarne il massimo guadagno possibile.

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  4. Bell'excursus storico, Fabio, grazie: quelle che racconti sono cose vere e che ben conosco. Le migrazioni interne furono dettate a volte anche da cause naturali specifiche e non solo da evoluzioni macroeconomiche; in Monferrato, per esempio, nei primi anni '60 per tre anni consecutivi delle grandinate straordinarie costrinsero agricoltori e vignaioli ad offirsi alla Fiat in cerca dell'imprescindibile reddito perduto per troppo lungo tempo, abbandonando così le campagne. E' questo uno dei tanti motivi che rendono i paesaggi monferrini ancora oggi così diversi da quelli di Langa.

    E tuttavia mi permetto una nota semantica: combattere implica un nemico. La vite, come la vita, puoi e devi affrontarle, interpretarla, assecondarla o influenzarla, ma se la pensi come un nemico la partita è persa in partenza: la sua forza ti sconfiggerà sempre.

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  5. Un tempo in cui volevo fare il viticoltore andai da Lorenzo Corino dell'Ispervit e egli stesso viticoltore nel monferrato, egli mi disse "E' pronto ad accordarsi con i tempi della biologia? perchè per fare il vino bisogna fare propri i tempi e le esigenze dettati dalle piante e dalle stagioni"
    Forse meglio questo approcio che non quello dello scontro belligerante proposto da Piacentini.
    Io, evidentemente e meglio per voi, non ero pronto ai tempi della biologia e il mio vino non occupa spazio sugli scaffali impolverati.

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  6. Semanticamene si. Hai ragione Dan. Molto più lungimirante la domanda di Corino rispetto alla ingenua affermazione di Piacentini. Detto questo, per favore non buttiamo il bambino con l'acqua sporca. E' vero quello che dice Luigi , ma in realtà il mondo della produzione - più che demandare - chiede alla scienza di indicargli scorciatoie, semplificazioni, perché deve produrre a basso costo. Piuttosto - come dice Angiolino Maule - bisogna fare indagini scientifiche serie per capire più a fondo cosa succede alla pianta, ai suoli, al mosto, al vino. La scienza è l'unica difesa che abbiamo dai deliri esoterici di Steiner e nipotini vari. Ed è il solo mezzo per confermare che l'approccio "naturale" alla viticoltura è l'unico possibile. Questo ci costerà purtroppo il fatto che il vino vero sarà sempre molto più caro di quanto il "mercato" sia disposto a pagarlo. Ma a lungo andare la gente capirà che non vale la pena buttare 3 euro per una bottiglia di vino: a quella cifra è molto meglio una bottiglia d'acqua naturale. Salumi.

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  7. Bel pezzo, complimenti.
    Però -solo per pedanteria- il pubblico è colto e la guarnigione inclita!
    ;-)
    Luk

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