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venerdì 13 giugno 2014

VINO PER DEFICIENTI 1

di Eugenio Bucci


Ehi tu, lettore, 
no, non tu che sei capitato qui per caso da una ricerca errata su Google mentre digitavi vino+deficienti (cosa stessi cercando non lo voglio neanche sapere). Non mi rivolgo a te. Cioè, puoi restare tranquillamente. In fondo quello che sto per scrivere potrebbe servirti e se leggi alla velocità media di lettura sul web (che è moooolto veloce, appena dentro la soglia di percezione del testo), ci metteresti solo 2 minuti a finire tutto. Lo so che è il tuo tempo massimo di concentrazione. Non ti sto accusando. Anch'io faccio così. E' che nell'aria c'è un vago senso di solitudine. Perché sospetto che tu non ci sia già più. Te l'ho detto, fai come vuoi.
No, io parlo con te, lettore non occasionale. Che sei qui per tua precisa volontà. Perché su questo blog ci capiti spesso. Lo conosci. Lo ami, lo odi, ti lascia indifferente. Tutte e 3 le cose shakerate e servite fredde. O tiepide. O molto calde. Tu che leggi e intanto pensi "Vai al punto, cazzo, AL PUNTO!" Va bene. Sarò breve. Buffo detto alla riga 17.
Tu probabilmente bevi vino. Se stai ancora leggendo non c'è altra spiegazione. Oppure hai quella "pruderie" del tipo "Vediamo dove va a parare". Purtroppo andrò a parare sul vino. Niente porno o gossip. La cosa dispiace anche a me. Ma di vino parliamo. In pubblico. 
Comunque. Se bevi vino e frequenti questo posto, significa che sei un appassionato. Il tuo livello di passione sono fatti tuoi. Puoi essere un cane da tartufo o una spugna fradicia. Per me è ok. Questa cosa ti può interessare comunque. La cosa è che se bevi ("degusti" se preferisci), è assai probabile che non lo fai da solo. Non voglio neanche pensarci. Lo fai in compagnia. Con gli amici. Coi conoscenti. Con la tua donna. Col tuo uomo. E, magari, stai iniziando a condividere la tua passione. Fai le fotine delle etichette con lo smartphone, le piazzi su FB o Twitter o Instagram. Magari anche tu sei del "porno food&wine". Spii quelle degli altri. E commenti e vieni commentato.
Ora. Mettiamo che tu sia anche curioso e/o appassionato dei vini naturali. Massì, chiamiamoli così, siamo tra amici. Lo so, tu bevi tutto e non hai paletti mentali. A te piacciono i vini "buoni". Puro e semplice. Però facciamo finta che sei molto "dentro" il naturale. Vai alle fiere, sai mettere nella stessa frase corno e letame e dargli un senso compiuto. Non solo. Lo acquisti pure. Di tua spontanea volontà. E una cosa ti sarà capitata. Puoi essere mediamente o altamente o bassamente social. Ma almeno una volta sarà successa. Ci giurerei. Qualcuno ti avrà riso in faccia. Ti avrà detto qualcosa del tipo che cazzo bevi, quei vini puzzano, quei vignaioli ti fregano e "sanno" di fregarti, quei vini sono aceto neanche tanto buono, quei viticoltori sono adoratori di Steiner e Chtulhu e Barbanera, quei vini sono im-be-vi-bi-li. E avrà messo una  per stemperare la tensione. Ma non devi prendertela. Non è personale. Anche se sei vis-à-vis con un tuo (caro) amico e vedi una vena sul suo collo diventare grossa come un pollice. No. Quello (l'amico o conoscente o sconosciuto internauta) non ce l'ha con te. Ce l'ha con un'idea generale. Con una categoria di vini. Con una categoria di persone. Ad un certo punto, in un dato momento, deve aver incrociato un qualche vino naturale e deve aver sentito qualcuno parlarne e deve essersi sentito preso per i fondelli. O per il culo, se preferisci. Qualcuno o qualcosa deve avergli pestato un metaforico callo. Il vino puzzava come una fogna a cielo aperto. Il tipo parlava di cicli celesti e forze cosmiche strabuzzando gli occhi. Qualcosa del genere, non lo so. E si è sentito perculato. Ha pensato che lo stavano prendendo per deficiente mentre, in effetti i deficienti erano "loro". E così si ritrova a generalizzare. Generalizzare è brutto, siamo tutti d'accordo. Alle elementari se generalizzavi ti arrivavano dei tozzoni. Almeno dalle mie parti. Scuola staineriana. Generalizzare=cacca. Lo so io, lo sai tu, lo sa anche lui.  Bisogna distinguere. 
Comunque. Questo tipo che vi ha riso in faccia (metaforicamente o meno), ha sicuramente le sue ragioni. E, diciamo, ora come ora fatica ad approcciarsi ad una certa categoria di vini. E' capace di elencarti in ordine alfabetico i 100 difetti principali di certi vini. Tutte cose vere. E tu, magari, cerchi di ribattergli con i 100 e 1 pregi di certi vini. Per ogni difetto, ci metti un pregio. Più 1. Ma così diventa una guerra dei numeri. Che assomiglia a una guerra dei bottoni. Diventiamo tutto-chiacchiere-e-distintivo. E così mi è venuto in mente di fare una cosa. Una cosa più pratica. Più concreta. Forse. E' come se fossimo seduti di fronte. Io e te. E ti volessi offrire da bere. E so che sei uno difficile, che non vuoi roba "strana". E ho capito (forse) cosa intendi per "strana". E così punto sul sicuro. Non ti voglio mostrare i muscoli. Non ti voglio impressionare. Ti voglio bene e voglio che ti rassereni e voglio incuriosirti. Punto su una bottiglia che ti "deve" piacere. Che è piaciuta al 99% della gente a cui l'ho fatta bere. Alla casalinga di Voghera e al Master Of Wine.
Così ti verso questo vino e te lo presento. Questo è un "Vino Per Deficienti". Mi sto prendendo dei rischi, lo so. Cioè, non sul vino, quello è buono, giuro. Dei rischi con le parole. Deficiente nel senso di "deficere", mancare in qualcosa. E' chiaro. L'equivalente del "dummy" inglese. Che suona meglio. Che forse equivale a "tonto". Che forse si poteva dire "a prova di cretino". Ma deficiente mi piaceva di più, ha quel nonsoche di "mancanza da colmare". Noi della scuola staineriana non abbiamo paura delle parole. Ci siamo sentiti chiamare deficienti 100 volte. E siamo cresciuti.
Un Vino Per Deficienti è prima di tutto un vino buono. Buono nel maggior numero possibile di parametri. Pulito, equilibrato, consistente. Non un vino "cerchiobottista". Non un borghese piccolo piccolo. Non è un vino "bravo ragazzo", pulitino e un po' sciapo. No. E mai splatter, non "gioventù cannibale", un vino che non usa gli effettacci. Un vino che nella sua chiarezza e comprensibilità, nella sua grammatica ineccepibile e nella sua sintassi classica, riesce ad aprirti squarci inediti. Lavora sottopelle. Ha un sottotesto che suona davvero forte. Quasi impossibile non sentirlo. Un sottotesto selvaggiamente ancestrale, contadino e "naturale". Come facciano certi vini ad essere così non lo so. Mica li produco io. Però ci riescono. 
Un Vino Per Deficienti vorrebbe, dovrebbe essere anche una testa d'ariete. Scardina le difese, abbatte le barriere della diffidenza e apre nuovi scenari. Verso una idea di gusto e qualità diversi. Ti cambia e tu non te ne accorgi. Un vino tarlo. E ti ritrovi dal VPD al macerato 360 giorni, alla barbera puzzona ma così affascinante. Forse è troppo. Ma almeno instillare il dubbio. Questo sarebbe già tanto. Oppure uno può bersi il VPD e apprezzarlo e fare spallucce e tornare ad altro. Fate vobis. Peace & Love.
Il bello è che il mondo è pieno di VPD. E ci sarebbe da fare una guida. Tipo uno di quei libretti che vanno tanto adesso. "Wine For Dummies". Magari diventerà una rubrica. Magari no. Non ci allarghiamo.
Comunque, caro lettore esausto, ecco il primo Vino Per Deficienti.

Solobianco 2013- Tenuta Terraviva (Trebbiano, Malvasia, Chardonnay)

A me sono sempre piaciuti questi nomi. Solobianco. Semplicemente Uva. UvaeBasta. Nientepopodimenocheuva. Acchiappano. Se fossi il loro copywriter, mi bacerei in bocca (i copywriter tendono all'amore unidirezionale e impossibile). Sono nomi che trasmettono un'idea di semplicità, naturalezza. Zero trucchi e zero inganni. Il gesto antico di un prodotto della terra, pigiato, lasciato riposare e imbottigliato e portato sulle nostre tavole felici in un pranzo di primavera tra bambini che corrono e coppie che si amano. Un idillio alla Mulino Bianco. Difatti, un idillio solitamente industriale/consumistico/borghese/matusa. Però mi piacciono.  Cioè, fanno il loro sporco lavoro, mi piacciono a livello subliminale, li leggo e Bum!, sono acchiappato. Copywriter, mi freghi e mi fregherai sempre.
Ma il nome non è tutto. Chiaro. E' un contenitore (più o meno) bello da riempire. Il Solobianco 2013 te lo riempie tutto fino all'orlo. Nomen omen. E Tenuta Terraviva una di noi. Scomponiamolo in due parti. Non che il vino sia scomposto. Anzi, ogni componente rema dalla stessa parte. Ma noi scomponiamolo. Parte a) o dell'equilibrio: come si diceva, Solobianco fa della semplicità d'approccio la sua macro-arma, quella che impatta immediatamente chi lo assaggia. L'effetto Wow! del primo impatto. Semplicità derivata da un equilibrio virtuoso tra componenti dure e morbide. Il che significa impatto al naso senza sbavature che siano pungenze o mollezze. Primariamente intenso e fruttoso senza effetto caramella. Intenso e pulito dove la mano enologica sembra intervenuta solo per pulire l'acino e passartelo da mordere. In bocca. Dove ritrovi tutto il naso e qualcosa di più. La dolcezza, una composta acidità, perfino un qualcosa che è un ricordo di tannino, una componente rugoso che innerva il sorso.
Parte b) o e-adesso-qualcosa-di-completamente-diverso: dove l'effetto Wow! non svanisce ma, anzi, raddoppia. Perché in mezzo a tutto questo equilibrio/immediatezza, a questa beva da pilota automatico, a questo Trangugia-E-Divora,  ad un certo punto scatta la 5a marcia. O il 6° senso. Col passare dei minuti, col vino che si arieggia e si scalda, tutto diventa più complesso. Parte un sottofondo, il sottotesto di cui si diceva prima. Una nota speziata e terrosa. Che non è ossidazione. Il vino rimane saldo e dritto. Un rimando alla lontana a certi macerati non estremi. Quel richiamo a una fragranza bucciosa che non copre niente ma accompagna e innalza. Uno strato che si sovrappone all'altro. Vuoi della dolcezza? Dai un morso a questa pesca matura. Vuoi un tocco di asprezza per ripulirti la bocca? Beccati 'sto alkekengi. Vuoi pure l'esotico? Un pizzico di cannella e chiodo di garofano. 
E così ci ritroviamo un vino a buccia di cipolla. Multistrato. Multitasking. Il mio e tuo drink vigoroso. Un vino per deficienti. Un vino per me e per te.

mercoledì 12 marzo 2014

BENITO E POLLOCK

di Eugenio Bucci

C'è questo cane e ci sono una gatta e dei gattini. 
Il cane è una di quelle robe piccole e tignose, un bastardino, sembra che gli antenati se la siano spassata alla grande, secoli di accoppiamenti e amore libero tra bassotti e pincher nani e jack russel e volpini e qualche infiltrato, insomma, capito, no?, quei frullati di dna che nel dna c'hanno l'incazzo puro. 
Il cane se ne va in giro per il cortile come se fosse il padrone, abbaia e marca il territorio ogni 2 secondi. 'Sto incontinente nano. Ha la faccia squadrata e una super mascella. Io un cane così lo chiamerei Benito
Fatto sta che ai lati della casa, un casolare rustico coi pietroni a vista che sembrano enormi zollette di zucchero incastrate, poi la vedrai, dico al mio amico, ti viene da leccarli quei pietroni, giuro; fatto sta che lì per terra, appoggiati su uno straccio o un telo o non lo so, sono 4 gattini che avranno si e no una settimana e la gatta che li lecca, si guarda in giro, ha gli occhi semichiusi, pure lei mica tanto razzapura, il pelo sembra una macchia di Rorschach esplosa. Io una gatta così la chiamerei Pollock
E Cristo, che carini i gattini, cioè, i gattini piacciono a tutti, avevo un amico che diceva che gli facevano schifo e gli ricordavano i topi, però, insomma, ne ho sentiti pochi dire così, diciamo che al 90% della gente piacciono. Allora mi avvicino, gironzolo e mi guardo in giro, mi sto, come si dice, acclimatando, e faccio in modo di non spaventare nessuno, dico al mio amico, ai gatti ci si avvicina con calma e rispetto, e si, cazzo, voglio toccare quei gattini che sembrano 4 polpette impiumate. 
Guardo la gatta e la gatta guarda me e ha un'aria del tipo "Fai pure ma fai in fretta". E' che una gatta protegge i suoi piccoli, li lecca e li allatta. Poi dà loro un calcio e li manda in giro per il mondo. Li vuole temprati e indipendenti. All'incirca fa così.
Amico mio, sarei stato veloce e indolore. Sfregatina sulla testa, grattatina sotto il mento e via. 
Così mi avvicino, mi muovo lento e rassicurante, sono a qualche centimetro dai gattini+gatta, ed ecco che il cane comincia a rompere, sembra abbia degli spasmi, l'Alzheimer, abbaia, mi gira attorno, fa dei salti verso la cucciolata, morde l'aria. Non ci capisco nulla. Che cazzo vuole. Mica sono i tuoi cuccioli, bello. Poi capisco. Cioè, mi fanno capire. E' geloso. Il cane è geloso dei gattini. Vuole giocarci ma vuole anche le attenzioni per sé. Qualcosa di istintivo lo porta a proteggere i gattini, lo vedo da qualche parte negli occhi di Benito. Però vuole che tu giochi con lui. Ti salta davanti e sembra dire, "Carini, vero? Ora guarda me, GUARDA ME!" Un misto fritto di emozioni canine. 
E allora ho empatizzato. Col topocane. Mi sono sentito come lui. Ho personalizzato e fatto il mio transfert quotidiano. Poi l'ho spinto via. Benito.
Senti qua, dico al mio amico.
I gattini sono (ovviamente) il vino. La gatta è il produttore. Benito sono io e chi scrive di queste cose (a volte).  
Come no, fa il mio amico, siamo arrivati?
Quasi.
Sono passati un paio d'anni da quella visita. Chissà come stanno i gattini adesso. Chissà dov'è Pollock. Chissà Benito. .
A Terzo La Pieve era primavera e il sole stava basso e splendeva e avevo quel friccico ner core, il primo incontro, non sapere cosa aspettarsi e prepararsi scenari mentali, uno buono uno medio uno cattivo. E sceso dalla macchina, nel cortile, Benito e Pollock.
Ora è il 2 Gennaio e c'è uno strano gelo soffice e so solo che sono felice Non è una cosa che si prova spesso. E il cortile è vuoto.


Da "The Wine Bottega"
Siamo arrivati, dico al mio amico, e lui dice che sa leggere.

Questo posto è Collecapretta e questo posto è ufficialmente una delle mie Fabbriche del Cioccolato e la famiglia Mattioli è il mio personale Willy Wonka (Nota 1). 
Olio d'Oliva: il lubrificante dell'anima
Due anni prima era maggio e io e G., piombati non dal cielo ma dalla provinciale con l'Umbria esplosa di verde e polline, fummo accolti e parlammo tanto, di chi fossero, di cosa facessero, di perché diavolo non li avessimo conosciuti prima e del loro atteggiamento understatement e sottoesposto rispetto a guide e associazioni etc, solo un pissipissibaobao tra blogger disgraziati che cercano di spargere il Verbo dei loro vini al mondo, e loro, i Mattioli, che si scherniscono, che dicono che forse qualcosa faranno (Nota 2) ma anche la produzione è quella che è e leggiamo sulle etichette cose del tipo "Bottiglie Prodotte 905", o Del Concetto Di Vino Artigianale, e poi incrociammo lo sguardo e trovammo l'orgoglio loro per quello che fanno e per come lo fanno e, di rimando, l'orgoglio nostro di averli incontrati. Poi ciondolammo tra le vigne e gli ulivi, entrammo in cantina e bevemmo di tutto, Greco e Malvasia e Trebbiano, e poi Sangiovese e Ciliegiolo e Barbera e Merlot e certi sapori ce li ho ancora in bocca (Una nota 3 con qualche nota), e poi fummo rimpinzati dai loro salumi e dal loro olio e pensammo (io e G.) che fosse un buon momento per morire. Poi abbiamo stretto mani e baciato guance, abbiamo salutato dalla macchina, siamo arrivati in paese e ci siamo fermati in un bar, abbiamo preso un caffè, abbiamo pagato i soliti 80 centesimi, abbiamo pensato 'Bella che sei, Umbria', e abbiamo preso un grattaevinci perché quello doveva essere il nostro giorno fortunato, e ho guardato dentro la macchina e guardato le anta-bottiglie comprate e la sensazione di aver scoperto qualcosa. 
In particolare questo.

il Terra Dei Preti 2010, folgorante e ubriacante succo di Trebbiano Spoletino, terroso e buccioso, tannino e acidità fusi assieme ad allungare una dolcezza naturale, un vino con lo Shining, la Luccicanza, e da prendere a colpi d'ascia una porta per averlo. L'impressione che, ogni tanto, le chiacchiere stanno a zero, che smontare il giocattolo sciorinando MacerazioneZeroSolfitiNaturale può, certo, essere utile per capire perché ti stai divertendo tanto, ma il succo è che ti stai davvero divertendo tanto. Un vino che innesca ogni tipo di processo virtuoso nelle sue componenti, una squadra che lavora tutta insieme per un solo obbiettivo: farti bere e godere. Un Bingo, una cinquina secca, un super-tombolone. 
E anche al mio amico era piaciuto tanto.

L'albero dei tappi di Collecapretta
E' gennaio, si diceva. Io e il mio amico siamo nella sala degustazione e intanto i Mattioli scompaiono a mani vuote e riappaiono con vassoi di salame e coppa e salsiccietta e pane e olio e io penso Déjà Vu ed educatamente ingolliamo tutto e Dio-Benedica-Il-Maiale, e intanto ci viene spiegato che, ovviamente, il periodo non è proprio il migliore per assaggiare del vino, principalmente perché i 2012 sono quasi tutti finiti e i 2013, of course, usciranno più avanti, ma, insomma, qualcosa si trova, e io faccio di si con la testa avendo difficoltà di comunicazione verbale con 30 gr circa di salame + pane ammollato nell'olio in bocca. 
Ed ecco quello che si è trovato:

Buscaia è la Malvasia. In versione Bianca e Di Candia. Macerazione di una decina di giorni. La 2012 è stata travasata solo una volta. Annata ricca e grassa. Dove il naso ti parla di aromaticità super spinta e ai bordi dell'ossidazione. Ossidazione che in bocca invece si palesa. Entrata glicerica forte poi una vena verde poi un'acidità media che non riesce a trascinare la beva. Il vino si ferma lì, con quel rimando finale allo zucchero bruciato. La sensazione che qualcosa sia scappato di mano. 

Il Burbero. L'uvaggio di sangiovese, merlot e ciliegiolo. Sempre 2012. Nomen omen. Una imponente surmaturazione al naso. E un accenno di volatile appena fuori registro. Frutta cotta col leggero amarognolo tannico di sottofondo. E una coltre imponente di alcool. Anche in bocca questi elementi massicci, ruvidi si presentano, viaggiano come separati, faticano a trovare coesione e rotondità. Così il risultato finale appare sfuocato, la materia (tanta) fatica a raggiungere un equilibrio dove la similare 2010 aveva una dote di freschezza che aiutava la messa a fuoco.

Io sono ormai un groupie del trebbiano spoletino. E, fun fact, ad un lato della stanza di degustazione c'è questo contenitore in acciaio che continuo a fissare e a cui, metaforicamente, scodinzolo. E allora ci buttiamo nell'assaggio degli Atto-A-Divenire Vigna Vecchia e Terra Dei Preti 2013. E torniamo a volare alti. Il Vigna Vecchia già composto e aromaticamente preciso, una vena citrica netta e qualcosa da idrocarburo, limpido e brillante al colore quanto tagliente alla bocca, acidità che invade la bocca e allunga, pizzica e innerva il sorso, praticamente già pronto alla bottiglia e lunga vita. Il Terra Dei Preti che il volo lo alza di quota, dalle parti della stratosfera, un morso ad un chicco d'uva, maturo, lievemente tannico, una dolce progressione tra gli elementi nobili del vino, la dimostrazione vivente di come la macerazione col giusto manico elevi le qualità e scardini i parametri. Un 2013 che promette, no, non promette niente, è già, qui, ora, semplicemente una delle migliori bevute che possiate fare.

Poi appare Benito. O qualcosa che assomiglia a Benito. Non chiedo. Stessa tipologia. Abbaia, scodinzola, si gratta. Morde (sempre l'aria o un suo nemico immaginario), sembra che nella mascella abbia una molla. E controlla. Dentro, fuori. Non ha pace. Sembra che dica, "Fatemi capire". Lo so, penso, io ti capisco. Rilassati. Goditela. Non c'è niente da capire.

Nota 1: E non smetterò mai di ringraziare chi mi ha fatto trovare il biglietto d'oro grazie ad un tambureggiare, sommesso quanto può esserlo l'informazione social ma comunque insistito, che suonava più o meno così, "Provate il Trebbiano, provate il Trebbiano..."
Tambureggiare particolarmente sostenuto da parte di Andrea Scanzi e Jacopo Cossater.
Nota 2: E l'anno scorso chi non ti vedo a Cerea?
Nota 3: Spendiamo qualche byte per stilare una rapida classifica degli assaggi di allora:
1°-Terra Dei Preti 2010, o, Del Trebbiano Spoletino Macerato, un vero testo sacro su questa uva. Poi capirete perché.
2°-Vigna Vecchia 2010, il fratello acido e dritto, l'espressione più nordica e minerale, rieslingeggiante e sapidissimo.
3°- Tra i rossi, ottimi il sangiovese Selezione Le Cese e il ciliegiolo Lautizio, terroso e sanguigno il primo, sul filo della decadenza nel sapore e di grande fascino; vinoso e fruttato il secondo, semplice ma non semplicistico, strutturalmente un vino quasi in sottrazione, con gli elementi bilanciati a favore della beva.


venerdì 17 gennaio 2014

Malvasia Riserva 2011, Marko Fon


Degustato durante la preparazione e lo svolgimento della cena, tra verdure da sbucciare e pentole da tener d’occhio prima, in compagnia poi. Per un gioco spontaneo è venuto fuori una sorta live chatting con gliamicidelbar di cui ho CENSURATO tutti i commenti e lasciato solo le mie esternazioni, spesso ripetitive, sul vino di Marco Fon. Un vino che indubbiamente è un punto d’arrivo. Per tutto quello che riesce a metter dentro di territorio, di scelte stilistiche, di odori e sapori in definitiva. Per certi versi in controtendenza rispetto alle Malvasia cui ci hanno abituato i produttori della zona.


19:15
(Rumore di stappo)


19:20
Evolve bene dopo apertura. Inizio quasi eccessivo, un po' troppo opulento, presto si snellisce e benché il naso resti un po' sull'aromatico, in bocca riesce a esprimere una ricchezza gustativa abbastanza impressionante, pur avendo l'amaricante del vitigno.
Acidità, opulenza, aromaticità, piccantezza, resine, sasso, mare... In bocca non c'è che dire parla forbito.
Persistenza in minuti, però col vitigno aromatico è più facile. Rimane un tocco caramellato, fresco, molto bello.


19:27
Evoluzione brillante!
Molto fresco e fatidicamente minerale (mi mando a cagare da solo!)
Citron vert


19:32
Sta perdendo anche il fastidioso lato aromatico...
Rimane un filino vinoso, tiè!


19:46
Insomma fresco il vino è leggermente aromatico, resinoso, pungente e che fa salivare a lungo, >90 è certo!


19:59
Definitivamente naso nobile caramelloso, ma austero, bocca ricca che sa di uva e di tanto. Persino l'amertume va dipanandosi.
Grande vino tocca ammetterlo...


20:35
Gran sostanza e freschezza. Super. Bonissimo. Piccante rimane lunghissimo sulle mucose.

Ne ho ancora una bottiglia che custodisco abbastanza religiosamente, ma credo che presto l’irresistibilità avrà la meglio sulla mia flebile fede.

venerdì 30 agosto 2013

Vediamoci chiaro di Andrea Della Casa


Serata di caldo afoso padano.
Trovo un ristorante con una carta dei vini che si avvicina alle mie esigenze.
La disfida è tra una Malvasia frizzante di Denny Bini e un Fiano di Zampaglione. Vince il secondo per curiosità. I vini di Denny mi sono felicemente noti.
In più i vini di Guido Zampaglione (quelli di Tenuta Grillo nel Monferrato) sono un punto fermo tra le mie circonvoluzioni cerebrali.
E poi quell'indicazione "non filtrato" sulla carta mi alletta parecchio.
Il vino è pulito, carnoso, con aurea agrumata ed un ritorno finale di miele. Discreto.
Ma alla vista non mi pare così torbido. Anzi.
Trasparente e limpido. Provo ad agitarlo un pò ma nessuna particella, nessuna velatura mi si presenta nel bicchiere. Niente. Manco una particella di sodio che ulula nel vuoto.
In effetti sulla bottiglia non mi pare ci fosse la dicitura "non filtrato".
Il giorno dopo a casa vado a verificare online la metodologia produttiva e la ricerca mi conferma che il vino non viene filtrato.
Quindi i casi sono 2: o l'annata (2010) ha costretto alla filtrazione oppure travasi e decantazioni intense danno un risultato analogo.
Ma il dubbio rimane...

mercoledì 5 giugno 2013

Il senso del vino sfuso. Anche a Crocizia sopravvive la tradizione di Andrea Della Casa

Ci sono usanze e tradizioni che non si perdono nel tempo, anzi spesso si rafforzano. Come il consumo del vino sfuso qui da noi in Emilia-Romagna.
Anche all’Azienda Agricola Biologica Crocizia, sui colli parmensi, questa tradizione dalle profonde radici è pienamente consolidata. Marco Rizzardi ha infatti i suoi clienti storici ormai da vent'anni cioè dalle origini della cantina quando, nella metà degli anni '90, vendeva praticamente solo vino sfuso in damigiana (oggi anche i Gruppi d'Acquisto Solidale occupano una piccola fetta di questo di tipo di mercato).
Marco destina allo sfuso circa 30-40 q di rosso (da uve barbera, croatina, lambrusco maestri e tracce di ancellotta) e 10-15 q di bianco (malvasia e sauvignon) derivanti da 1,5 ha di vigneti che coltiva presso la Badia di Torrechiara. Si tratta di vigne vecchie con rese basse dove i valore aggiunto è dato dalla qualità dei grappoli.
Mi sono sempre chiesto cosa spingesse la gente ad acquistare vino da imbottigliare anziché preferire la più comoda, pratica e già pronta bottiglia.
Sicuramente il ruolo primario lo detiene l'aspetto economico: da Crocizia per esempio il prezzo è di 1,50 €/l. Ma sono convinto che non è solo questo, penso ci sia radicato nell'animo qualcosa di più profondo del mero contesto finanziario. Forse il voler rimanere attaccati ai ricordi, ad un tempo che è passato (non riesco mai a trattenere il mio ego tradizional-romantico) o a quell'idea di genuinità che ti dà il vino imbottigliandolo tra le mura sicure di casa tua.
Oppure, come mi fa giustamente notare Marco, perché alla fine il vino che acquisti ed imbottigli nella tua cantina diventa il TUO vino. Perché in ogni cantina ci sono temperature diverse che fanno lavorare i lieviti e fermentare il vino in modo diverso, temperature più o meno alte regaleranno al liquido sfumature odorose e un senso gustativo differenti che conferiranno unicità a quelle bottiglie.
Quest'anno anche io ho preso questa direzione, stanco di sopportare quella brodaglia alcolica che mi propinava mio padre (pure lui non esente dalla passione per l'autoimbottigliamento) ai pranzi domenicali l'ho sequestrato e condotto sulla retta via che porta ai colli parmensi per acquistare un vino degno di tale nome, ed ora sono in attesa, trepidante, di dar libero godimento alle mie papille.
Ma è ancora presto. Come consiglia il suo creatore bisogna attendere….
Prima abbisogna del caldo estivo per poter rifermentare, del freddo invernale per stabilizzarsi, e solo in primavera il liquido avrà trovato un suo equilibrio e una sua identità.

E per il produttore è conveniente vendere vino sfuso piuttosto che in bottiglia? Per una realtà piccola come la sua assolutamente no, afferma sicuro Marco, il margine di guadagno è decisamente inferiore rispetto a quello che si potrebbe avere vendendolo già imbottigliato.
A questo punto la mia domanda sorge spontanea: allora perché? E altrettanto pronta e spontanea è la sua risposta: "...perché sono vent'anni che porto a casa di queste persone le damigiane di vino e proprio non me la sento di negare loro questo. Il lato economico è fondamentale, ma lo è anche il rapporto umano con la gente...è di quello che si vive oggi....che ti fa apprezzare davvero il tuo lavoro".

venerdì 7 dicembre 2012

Besiosa, vino frizzante, Crocizia


A Fornovo mi sono avvicinato incuriosito al banco di Crocizia perché Niccolò Desenzani sostiene che i loro vini abbiano un chè.
Ed effettivamente sono molto intriganti e nervosi, sarà per il fatto che sono a cinquecento metri di altezza in mezzo ai boschi, e precisi.
La precisione intesa come pulizia olfattiva, nei rifermentati in bottiglia è una virtù che non sempre si trova al cento per cento.
Nei vini dei fratelli Rizzardi si.
Puliti e freschi, delicati, quasi sottotraccia a parte la Besiosa che unisce all’eleganza una certa potenza pur rimanendo con i suoi undici gradi e mezzo alcol volume, nel campo esaltante dei vin de soif.
Una certa morbidezza residua inibisce l’amaritudine della malvasia di candia e la traghetta verso l’iperuranio della beva a catinelle.
Floreale e agrumosa, nitida e gentile in bocca, con acidità tonificante, da bere e ribere.

Voi non potete sapere quanto mi pento di averne acquistata una bottiglia sola!
Bonne degustation

Luigi 

lunedì 29 ottobre 2012

znèstra, Malvasia secca 2010, IGT Emilia, Crocizia. Di N. Desenzani



I vini di Crocizia hanno un che...
Questo znèstra potrebbe sembrare solo un’ottima classica malvasia secca rifermentata. Poi mentre lo bevi ti accorgi che i movimenti naso bicchiere, bocca bicchiere sono insolitamente numerosi.
Perché lo annusi e c'è un che...

Lo metti in bocca e c'è un che...
Lo deglutisci e c'è un che...
Infine lo pensi e pensi che ha un che...
Al naso ha qualcosa di sfizioso, aromi ammaliatori sottili che catturano, In bocca è preciso, equilibratissimo, ma poi ti sorprende con una venuzza di acidità appena sopra le righe, che ti fa fremere e salivare e ricercare soddisfazione. Un tocco amarostico che ti porta col pensiero al pompelmo e alla sua buccia. E nello stesso tempo c'è l'aromaticità che tiene viva l'immagine floreale.
E tra un che  e un altro, ti ritrovi a pensare al fascino sottile del vino.
All'eleganza sussurrata, agli elementi originali...
E non puoi che concludere che questo vino ha un che!



lunedì 4 giugno 2012

south of nowhere








Torino.
Metti una sera nella sede di una blasonata associazione enoica, una degustazione, un relatore, un’affermazione perentoria che mi ha lasciato senza fiato.Tema della serata gli (la) Champagne raccontata ad un uditorio di neofiti.
Banalità assortite e alcune imprecisioni sciorinate con molta non chalance, sino al momento in cui compare una cartina dell’Europa con le temperature medie.


Il relatore a quel punto dice con grande prosopopea che secondo gli estensori della cartina e lui medesimo il vino nei territori in giallo (tutto il Portogallo, Spagna, il sud della Francia, l’Italia del centro sud) non sono veri Vini, perché, a suo dire, solo il freddo e la conseguente maggior difficoltà di maturazione influenza in maniera  decisiva la composizione chimico-qualitativa dei mosti.
Così al volo, con il cervello in stand by e con un rigurgito campanilista, si potrebbe essere tentati di dargli ragione.


Però ripensando che il parallelo freddo e vite è una semplificazione che rasenta l’idiozia, è montato in me un profondo risentimento e fastidio nei confronti di chi per statuto dovrebbe promuovere la conoscenza, il consumo del vino e delle pratiche agricole ad esso legate lavorando sulla formazione di nuovi appassionati e professionisti.
Ignorare che nell’equazione pedologia-altimetria-esposizione-vitigno-uomo-clima le variabili sono tantissime e banalizzare con clima-vitigno è un comportamento altezzoso e criminale.
Sentire sempre il mesto rintocco delle proprie campane di paese e guardarsi l’ombelico come fosse il centro del creato, poi, è segno di un pensiero meschino, chiuso e reazionario.


Il relatore avrà voluto arringare le folle impreparate con facili battute ad effetto però l’amaro in bocca mi è rimasto.
Il mio pensiero è andato alla cristallina espressione di certi Verdicchio, al Vermentino Toscano, Ligure e Sardo, al Fiano d’Avellino, al Greco di Tufo, all’Aglianico, al Cirò, ai Nerelli Etnei e di Faro, ai Cannonau e la lista potrebbe continuare molto più lunga.
Ignorare l’adattamento delle cultivar autoctone al calore, alla luce, all’aridità combinata con altimetrie, esposizioni e l’influenza di climi molto variabili nel nostro paese lo trovo prossimo al delirio e molto poco pedagogico.


Per risciacquarmi la bocca dall’amaro ho preso dalla cantina un vino della Sicilia insulare, vigneti di Malvasia delle Lipari, Rucignola, Minnilottina su basalti vulcanici sferzati dai venti salmastri e asfissiati dal volano termico del mare.
Léne 2009 Igt Salina Bianco di Salvatore d’Amico.
Bevuto come contrappasso alle sciocchezze poco prima sentite e che come lama mi erano penetrate in profondità.
Alcool 12,5% Vol (così per sfatare i miti dei vinoni alcoolici).
Colore vivace e tutt’altro che decadente.
Con profumi sulfurei e affumicati e minerali.
Vino marino e orizzontale con puntate saline e lieve rasposità.
Non cercate il varietale.
Cercate la terra, il mare, l’uomo.
Figlio del salmastro.
In bocca è snello con amandorlato.
Vino esile ed elegante.
Glu glu è andato giù
Per ricordare che ci sono molti vini  “a sud di nessun nord” (cit Jacopo Cossater)


Luigi


Da bere ascoltando:


Vinicio Capossela “le Sirene” dall’album “Marinai Profeti e Balene”

giovedì 29 marzo 2012

despina malvasia emilia igp quarticello

Despina, Malvasia Emilia Igp, Quarticello, Montecchio (RE).

Certe volte abbandono per molti mesi, sullo scaffale, dei vini che mi sono piaciuti molto alle fiere.
Però.
Ho paura.
Di aver sbagliato.
Di averli sopravvalutati.
Di essermi sopravvalutato, come degustatore seriale (serial drinker).
Il coraggio del secondo assaggio.
Latita.
Il vino langue abbandonato.
Poi un giorno l’azzardo o l’esaltazione sconsiderata (del tutto inappropriata) del mio ego mi porta ad afferrare il collo della bottiglia e a riesumarla dal suo loculo.
E soprattutto a berla.
Con leggera fibrillazione ventricolare e sudorazione fredda.
Ma ormai è fatta.
Questa volta ho vinto (vinto facile perché io adoro la Malvasia secca e frizzante).
Però una componente di indeterminatezza c’era.
Io non amo sempre le rifermentazioni sedimentose dei vini mangia e bevi.
Anzi.
Se posso me ne tengo alla larga.
Un limite mio, ovviamente.
Trovo che esprimano spesso effluvi non proprio esaltanti.
E la ricerca del torbido, per me, non deve essere una crociata alla quale non ci può esimere per non essere considerati reazionari.
Ho già le idee torbide, per cui certe volte un po’ di limpidezza mi aiuta, tanto più che l’alcool mi riporta alla mia naturale opacità intellettiva.
Questa Malvasia mi è piaciuta tanto.
Potente e scontrosa.
Officinale.
Amarognola ma indulgente, saporita (non so come spiegare questa sensione di amaro masticabile e piacevole, come certi radicchi o cardi).
Sapidità di salina.
Profumi di salvia.
Da berne a secchiate.
Alcool moderato e godimento assicurato.
Purtroppo ne avevo comprata una sola.
Bonne degustation



Luigi





giovedì 28 luglio 2011

biancopomice09lipari_malvasiacarricantemoscatogiallo

Bianco Pomice 2009.



Bianco Igt Sicilia.
Lipari (ME).
Terreni vulcanici neri di ossidiana o bianchi di pomice.
Monemvasia come vitigno simbolo e incarnazione vegetale di antichi commerci e legami con la Grecia.
Dal blend fra Malvasia delle Lipari, Carricante e Moscato giallo.
Allevate ad alberello egeo con tutore in castagno.
Densità di 9.000 ceppi ettaro o giu di lì.
Forse anche per la natura sub acida dei terreni che esalta la finezza dei vini.
Nasce un bianco fresco, delicatamente varietale, garbatamente vegetale, blandamente alcolico.
12,5% vol.



Da bere, in una calda giornata, freddissimo all’ombra di un cannicciato di uno “chalet” (così li chiamano in Sicilia) sulla spiaggia.
Con lo sguardo da intellettuale sofferente, perso nel immenso blu del mare e nel biancore abbacinante della luce.
Un vin de soif.
Un produttore da sorvegliare anche per il Nero Ossidiana a base Corinto e Nero d’Avola.
Bonne degustation

Luigi

venerdì 6 maggio 2011

a-iuto un arneis in monferrato!

a-iuto! Vdt s.a., 13,5% vol, a base di arneis, chardonnay, malvasia.


Volevo assaggiare un bianco di Ezio Trinchero.
Primo perché adoro i bianchi.
Secondo perché ho scoperto, colpevolmente, i vini di Ezio Trinchero da pochissimo tempo.
Volevo fare ammenda di questa mancanza.
A mia parziale discolpa il fatto che è stranamente escluso dalle eno-guidone, di cui supinamente mi pascio.
Terzo perché sono stato colpito dal suo Rosso del Noce un uppercut che mi ha stordito e ammutolito.
Ne devo bere un altro per ritrovare la parola e non c’è ne è stata ancora occasione.
Per cui mi sono aperto un “a-iuto!” che al di là del nome per lo meno bizzarro è un vino bianco.

Orange wine per dirla da enostrippato cool con ondeggiamenti anglofoni.
Quarto perché adoro la malvasia aromatica secca e lui ce la mette in uvaggio.
Quinto perché cerco pervicacemente un bianco piemontese che mi emozioni.  
Ezio Trinchero, lo dico agli unici due lettori oltre mè che non lo conoscono, è ad Agliano Terme (AT).
Patria della Barbera d’Asti docg sottozona Nizza.
Il Sancta Sanctorum delle Barbere.
Il Basso Monferrato delle colline comprese tra la valle del Tanaro e la valle Belbo con scivolamenti geografici nelle langhe anche astigiane e il moscato che scavalca e embrica le province di Asti e Cuneo.

Base arneis al sessanta percento e poi malvasia e chardonnay entrambe al venti percento.
Scelta ampelografica non tipicissima.
Arancione intenso tendente all’ocra delle terre senesi.
Malgrado la macerazione sulle bucce di un decina di giorni c’è della glicerina nel bicchiere.
Sono salvo! certe volte l’urticante scontrosità accentuata da volatili border line dei macerati mi mette a dura prova.
Profumi lievi ma profondi di tuberosa e fiori di acacia e leggero varietale della malvasia.
Morbido il giusto, quasi grasso, lieve velo tannico, acidità delicata e rinfrescante, molto buono anche da bere solo senza cibo.
Finito molto rapidamente.
Bonne degustation

Luigi



 
PS
Il Rosso del Noce è un vdt ottenuto dal blend di barbere di quattro millesimi differenti provenienti dalla vigna del noce, il 97+98+99+01.
Ha una freschezza acida tumultuosa anche al naso con una mineralità ferrosa, terrosa, con lontanissimi cenni erbacei, ammicammenti balsamici, complessa, territoriale nel senso di una profonda integrazione fra terroir e vitigno che in questa parcella, da vecchie viti dà vini corposi ma freschi, acidi quasi all’eccesso e incredibilmente salati con profumi ancestrali di “Barbera”.

lunedì 18 aprile 2011

monemvasiacasalonelumonferratomalvasiasecca

Monemvasia Vdt, 13% vol,  Casalone, Lu Monferrato (AL).


Dicono che le Malvasie nel basso monferrato sino ai Colli Piacentini fossero, in epoca prefillosserica, molto diffuse.

Le Malvasie di Casorzo e Castelnuovo Don Bosco sono una probabile memoria storica, figlie di mutazioni genetiche spontanee.
A differenza dei Colli Piacentini e dell’Emilia in cui si vinificano in secco anche con l’aggiunta di moscato e varietà non aromatiche, pochi nel basso Monferrato hanno intrapreso questa via di interpretazione storico-filologica delle varietà presenti sul territorio e di fatto si negano la possibilità di produrre dei vini bianchi (qui rarissimi e mediocri) di personalità.
Ci provano con il Cortese ma senza risultati significativi.


Invece i Casalone in quel di Lu Monferrato (AL) ci hanno creduto e ottengono un vino secco gradevolissimo di personalità, bevibilissimo.
Profumi nitidi varietali e fruttati e floreali.
Intensa al naso ma non stucchevole, leggero vegetale che stimola e rinfresca, poi litchees, pesca bianca matura, mandorla e miele di mandorla, fiori di pruno e zagare e melone bianco.
Molto morbida, forse un po’ troppo, calda in bocca, delicatamente varietale, fruttata, sensazioni dolci contrastate dal leggero ammandorlato.
Proposta in cantina a prezzi commoventi circa 7,00 euro.
Bonne degustation

Luigi



Le Malvasie sono vitigni arcaici che riportano ai vini mitici della Grecia.

martedì 11 gennaio 2011

ageno2005malvasiaortrugotrebbianolastoppacollipiacentini

Ageno 2005 igt emilia.
Az. Vitivinicola La Stoppa di Elena Pantaleoni. Rivergaro (PC).
Malvasia di candia, ortrugo e trebbiano.



Nel sequel delle bottiglie che mi sono regalato a dicembre, per provarle con tutta calma in montagna durante le vacanze, compare l’Ageno.
Per procurarmele, non rapino le vecchiette come ho accennato due post fa, però trascuro un po’ il mio lavoro ufficiale che la fortuna (mia e degli esercenti in questione) ha collocato al centro geografico di tre/quattro enoteche e beer shop.

Poveri i miei clienti che si fidano ancora di me.
Gli ho anche rifilato una compilation di Champagne e Franciacorta Docg per le cene natalizie.
Dunque, l’otto gennaio, oramai brasato dall’inedia e dalla sovralimentazione e leggermente tediato dal brutto tempo, scendo in cantina e metto mano a quello che è un vino simbolo del biologico in Italia.
Forse un po’ distratto lo infilo con sicurezza in frigidaire e ivi lo lascio.
Mi dedico alla realizzazione di una focaccia ligure con percentuale di farina integrale per addomesticarla al salmone e al patè de volaille che il buon Auguste di La Salle ci ha regalato in cambio dei fiocchetti di neve di Giunta.
Insomma il vino va in tavola freddo.
Troppo freddo.
Non ho letto in retroetichetta che Elena Pantaleoni si raccomanda di servirlo a 15°C.
Lo stappo, lo verso, mia figlia duenne, che ormai insegna ai corsi di degustazione, dice: “papà uigi pecchè quello cione” (papà Luigi perché quel vino è arancione) “io (as)saggio”.
Leggera  velatura, denso nel bicchiere.
Profumi da subito intensi, al’inizio si sente la malvasia ma è un fuggevole attimo.
Poi si apre verso un floreale intenso anche un po’ appassito e caratterizzato da gelsomini, narcisi, fiori di pitosforo con acuminatezze un po’ vegetali, dolcezze, salinità, agrumi amari e sentori eterei fanno capolino. Un retrobottega del fioraio mentre smalta le scansie.
Assaggio.
Subito  si sentono delle dolcezze poi il morso del tannino un po’ troppo amaro/astringente.
Non è possibile.
E’ un vino simbolo.
Leggo le indicazioni di servizio in retroetichetta “servire a 15°”!
Sbaglio madornale io l’ho servito a non più di 7/8°!
Aspetto.
Quando va in temperatura cambia la solfa.
In bocca è complesso e dolce e sapido e tannico e floreale, un mare di sensazioni per lo più discordanti che un po’ si integrano, un po’ cozzano l’un l’altra.
Ottimo, difficile, appagante, scontroso, inebriante comunque lievemente tannico.
Ne avanzo un po’.
Il giorno dopo è forse migliore (o io sono più educato).
E’ finito troppo presto!
La malvasia è un vitigno storico di queste aree, in realtà M.Gily (che ormai ho deciso essere un poeta con licenza di agronomo) ci fa notare che storicamente nel basso monferrato, nell’oltrepo’ pavese e nei colli piacentini che ne sono il terminale geografico, era molto diffuso e bevendo questo rappresentante posso affermare che le potenzialità le ha e da vendere.
Pochi ci hanno creduto.
Per adesso solo quelli de La Stoppa.
Aridità dalla cantina:
Malvasia 60%, Ortrugo e Trebbiano 40%
Macerazione di 30 gg e lieviti indigeni,  zolfo-free.
Affinamento di 12 mesi metà acciaio metà barrique usate.
No filtrazione
Mon Dieu servire a 15° anche 16°C non meno.
Da bere mangiando mi raccomando.

Luigi