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lunedì 13 aprile 2015

Le Pergole Torte 1998, Toscana IGT, Montevertine

di Daniele Tincati


Queste sono bottiglie che non passano spesso sulla mia tavola.
Purtroppo.
Purtroppo.
E forse anche sulla maggior parte delle tavole degli appassionati.
Purtroppo.
Invece dovrebbero passarci, ogni tanto.
Anche solo per un assaggio, una volta almeno.
Perchè sono tra gli assaggi che ti cambiano la vita di assaggiatore appassionato.
Degustatore occasionale interessato.
Ti rendi conto che ci sono in giro un sacco di vini costosi che non ci portano nemmeno le scarpe.
Vini monumentali e mastodontici, che ti ci vuole un'era geologica per digerirli.
Questo invece è come la Pietà di Michelangelo nei confronti di Stonhenge.
Una finezza e precisione soffusa, quasi sottotono, ma che ti rimbomba in testa per ore.
Non scoppia, ma allunga e sorprende.
Anche nei profumi, non si potrebbe dire intenso, ma incredibilmente complesso.
Si potrebbe stare per ore col naso sul bicchiere senza stancarsi, e sentire sempre profumi diversi, tonalità soffuse in continua evoluzione.
Una pietra miliare.
Per me uno dei top in Italia.
E forse oltre.
Talmente buono che non si riesce neanche a descrivere e, forse, sarebbe solo tempo perso.
Impossibile, o comunque molto difficile, dargli un’età, ne dimostra sempre molto meno.
Non mi ricordo neppure con cosa l'ho abbinato.
Non importa...
D'ora in avanti, cercherò di farlo passare ancora, magari sperando in qualche occasione, perchè sarebbe un peccato non riassaggiarlo.
Salute.

P.S. non pensate di dover per forza aprire bottiglie datate, lui è già sempre pronto subito, anche se l'evoluzione gli dona più charme.

lunedì 12 gennaio 2015

Enofeste a tappe (aka neuroni festivi)

di Niccolò Desenzani

Il periodo delle feste di fine anno generalmente regala momenti enoici significativi. Ci prepariamo al meglio per godere i vari fasti colla speranza che siano sempre il meglio del piacere.
Non sempre le bottiglie sono all’altezza, qualche volta invece ci concediamo qualcosa fuori dall’ordinario, e veniamo ripagati.
Nel mio caso sono state svariate le bottiglie stappate, complici i vari ponti che hanno trasformato il periodo in una vera e propria vacanza.

Nei giorni precedenti le feste, ho avuto un bisogno fisiologico di Langhe, che però ha trovato solo limitata soddisfazione:
una discreta
Freisa Toetto 2010 Mascarello Giuseppe
seguita da una ben impostata
Barbera 2009 Cappellano
che però poi rimane immobile e non esplode, come dovrebbe fare una buona barbera dialogando con l’aria.
Va peggio ancora il
Nebiolo 2009 Cappellano
con qualcosa di fisso e irrisolto che ne pregiudica la beva. Cavolo io ricordo la 2006 come un vino emozionante…

La sera del 24 due sicurezze non si sono smentite:
Roncaie “sui lieviti” 2013 Menti
in forma smagliante (ma quando non lo è stato?)
e
Pian del Ciampolo 2011 Montevertine
in un periodo di splendore; ogni bottiglia leggermente diversa dall’altra, ma è sbocciato e la sua imprecisione dona momenti di vero piacere. I vini base per me dovrebbero essere come questo: grande beva, freschezza e tanti piccoli squilibri che rendono il vino sempre in movimento, mai stancante e sempre pronto a dare sorprese papillari.





Il giorno di Natale, in trasferta a Masserano, nel biellese, ho giocato in casa. Immancabili
Lessona 2009 Proprietà Sperino
Uvaggio 2011 Proprietà Sperino
sempre grandi vini che non deludono. Anzi sono un manifesto del “nebbiolo State of mind”!
La sera, la cantinetta della campagna regala un
Bramaterra 2000 Tenute Sella
in perfetta forma. Bello, senza fronzoli, senza sconti. Ferroso, sapido, antiruffiano.

Grande delusione, ma credo sia colpa di una cattiva conservazione, per il
Rosso di Montalcino 2010 Paradiso di Manfredi
con un fortissimo sentore di lana bagnata, estremo e fastidioso. Si intuisce la bella materia, ma così  è una bevuta che poco appaga.


Si parte finalmente! La sera del 27 arriviamo in Liguria, dopo un viaggio in mezzo alla pianura innevata. Fa un gran freddo e il vento ne accentua l’effetto. Così decido di aprire
Tenores 2009 Dettori
che coi suoi oltre 17 gradi mi pare in tema.
La carbonica lo pervade e equilibra una leggera tendenza dolcina. Il gusto è una ventata sferzante di macchia e chinotto. Punto d’incontro fra il buon chinotto e un barolo chinato, va giù come fosse il primo e cosa che io trovo inspiegabile l’alcool non si sente nè al sorso nè per i suoi effetti. Misteri di Badde Nigolosu (anche se mi pare Alessandro Dettori qualcosa avesse spiegato su questo miracolo).
Nei giorni seguenti studio i Nero d’Avola gemelli di Gueli:
Calcareus e Erbatino 2009 Gueli
l’uno su suolo appunto calcareo, l’altro su suoli particolari (trubi, sedimenti calcareo marnosi (gesso)). Non è facile discernere le differenze di questi due vini nel bicchiere; di certo il Calcareus, con 13 gradi alcolici, manifesta un carattere goloso al limite del ruffiano, mentre il fratello, con 13,5, ha un contegno appena più austero. Comunque vini impeccabili, che declinano il nero d’Avola in modo a me inedito. Lontano da certe espressioni ipervarietali del sud est siciliano. Davvero una sorpresa. La vinificazione è precisa e restituisce vini di un’integrità rara. Una materia a rischio di debordare, che secondo me darà il meglio con l’invecchiamento. Questa la mia impressione. Serve tempo per trasformare l’energia di quei vini in forme più sottili.

Con gioia sono tornato da Noberasco in quel di Cisano sul Neva. L’ultima volta ero stato due anni fa e il produttore usciva da una brutta malattia. L’ho trovato meglio, per fortuna. All’assaggio dalle vasche mi si conferma sempre qualcosa di vocato. E stupisce l’incredibile finezza ed equilibrio del suo
Rossese 2014 Noberasco
In poco più di tre mesi una trasformazione da uva a bevanda incredibilmente elegante.
Gentilmente mi riempie qualche bottiglia al momento. Questo rossese, che dice essere della varietà di Campochiesa, che matura solo in quel della piana di Albenga grazie alle caratteristiche pedoclimatiche particolarissime, con un saldo di petit syrah, verrà tracannato qualche giorno dopo durante un barbeque di carni bianche. Un colpo al cuore.




La sera dell’ultimo dell’anno siamo nell'Alta Langa, a Niella Belbo, da amici.
Io porto una magnum di
Prosecco 2013 Casa Coste Piane
Sempre buonissimo; universale della piacevolezza, alla faccia degli Ziliani che col Prosecco devono sempre essere astiosi.
La cena prevede pesce (e io che avevo previsto una magnum di Sangiovese Massavecchia!), così riparo con due annate di
Barbarossa 2011 e 2012 Punta Crena.
Rosato dal vitigno  omonimo autoctono della zona di Finale Ligure; dimostra un carattere molto particolare, coniugando una certa quasi dolcezza con una acidità infiltrante.
Lo
Spumante “Varigotti” Punta Crena
è abbastanza anonimo, ma rifugge da sentori bananosi e preserva in parte la freschezza della lumassina, vitigno dal quale proviene, sebbene penalizzata da un dosaggio appena troppo dolce per i miei gusti. Per 10 euro comunque una promozione meritatissima.
Buono, ma infine forse un po’ poco incisivo il
Piedirosso 2012 I Cacciagalli
Vinificazione in anfora e tutte le cure per questi vini che hanno una bellissima impostazione. La mente corre verso qualche cab franc della Loira, in zona vin de soif.





Infine l’ultimo giorno di Liguria, in astinenza da visite in cantine, chiamo Cascina delle Terre Rosse, che mi riceve con cortesia immensa e finalmente vedo dove nascono questi vini. Il posto è incantevole e la cura in vigneto è impressionante. Si lavora in regime non chimico, con inerbimenti scelti fra favino e senape e quel che serve di anno in anno. Lo sfalciato poi diverrà parte integrante del terreno. I tre vini più noti della cantina, Vermentino, Pigato e Pigato Apogeo, sono il risultato di una cura maniacale anche in cantina, ma sono prodotti che cercano consenso sul territorio, e non necessariamente fra gli enostrippati. Quindi l’obiettivo è stabilità, pulizia, limpidezza a tutti i costi; per di più con la scelta di non fare malolattica. Quindi filtrazioni spinte e solfiti intorno ai 100 mg/l. In bottiglia la qualità dell’uva è percepibile, ma siamo molto lontani dal mio gusto. Viceversa un assaggio da barrique del bianco selezione “Le Banche”, da uve vermentino e pigato, opalescente dei suoi lieviti (ancorché selezionati), fa capire quanto potenziale ci sia da queste parti. Purtroppo il Solitario, da uve granaccia e rossese, non l’ho potuto assaggiare e la bottiglia esce sui 40 €.
La sera stappo
L’Acerbina 2013 Cascina delle Terre Rosse
da uve lumassina. Conferma di qualità impeccabile, ma siamo in zona bibita. Ah, la prossima volta che sento la storia della solforosa che fa venire il mal di testa, sbrocco. È un bufala che continua a circolare.


Al mio ritorno a Milano ho convertito un bonus con l’enoteca di fiducia in una bottiglia di
Rosato 2007 Massa Vecchia
Cercavo la 2010, ma mi è capitata questa annata mitica. Peccato perché il vino, forse per la conservazione non ottimale, era ben poco integro. All’aspetto verso il marrone, manteneva ancora un po’ della sua forza in bocca, ma non era nemmeno parente del vino che ricordo nettamente dagli assaggi precedenti e piuttosto recenti. L’enotecario non è stato d’accordo con la mia valutazione e mi ha concesso un cambio con la 2010, dovendo però aggiungere metà del prezzo. Speriamo che sia buona, perché a sto punto è la bottiglia più cara che io abbia comprato da un bel pezzo!

lunedì 8 settembre 2014

#cartoline da Cortona: DoDo 1010, Taverna Pane e Vino

da Riccardo Avenia.



Quindici agosto 2014.

Capita di essere sul lago Trasimeno - in Umbria - a pochi chilometri dal confine con la Toscana, solo per vedere un meraviglioso tramonto sul lago.



Tornando in territorio toscano, capita di arrivare in un'affollatissima Cortona durante la famosa "Sagra della Bistecca" e rimanere meravigliati dalla grandezza della gratella (14 metri di lunghezza), dove vengono cotte le "bistecche alla fiorentina", rigorosamente al sangue come da tradizione. Capita di andare oltre, passeggiando per le medievali strade del centro - da vero turista tra i turisti - dirigendosi decisi in un locale ormai famigliare: la Taverna Pane e Vino.


Sediamo e ordiniamo. Davanti alla ricca carta dei vini, non perdo tempo e vado sicuro sul vino della casa, il DoDo 2010 di Arnaldo Rossi - titolare della Taverna - assaggiato recentemente in questa occasione.

Sangiovese 100% allevato ad alberello, a pochi chilometri da Cortona. Viene vinificato in acciaio, assieme ad una selezione dei propri raspi, ed affinato in piccole botti di rovere, per un massimo di 800 esemplari, in formato da un litro.

Nel calice è proprio come me lo ricordavo: snello, dinamico nei profumi, perfettamente centrato sulle tonalità e le caratteristiche del vitigno, tra frutta viva, balsamicità, sfaccettature spezziate e terrose. In più, la vinificazione a contatto con i raspi - a mio parere - dona al vino una ruvidità decisa ma ben integrata, che amplifica i profumi ed il gusto, che appare succoso, ricco e nervoso. E che sicuramente, lo porterà molto avanti negli anni.

Insomma, una gran bella espressione di Sangiovese cortonese, una bottiglia da tenere presente anche nelle grandi occasioni.



In quattro, la bottiglia finisce in fretta ed il tempo vola. Mezzanotte è ormai passata da un po'.

Sedici agosto 2014

Saluti a tutti da Cortona!

venerdì 25 luglio 2014

Il Paradiso? Il Brunello di Montalcino 1999 di Manfredi.

di Riccardo Avenia


Please click play

L'euforia, l'adrenalina, la gioia, sono sensazioni che provo solo grazie ad alcune determinate situazioni. Come ad esempio la compagnia di persone per me speciali, praticando alcuni sport, dopo aver fatto un ottimo lavoro, oppure grazie a della buona musica. A volte, anche per merito di una bottiglia di vino.

Devo ammettere che difficilmente stappo etichette del genere senza pensarci bene, senza un'occasione idonea. Ho molto rispetto per il prodotto, per il suo valore e per l'occasione in sé. Quella giusta per questa bottiglia, è capitata poche sere fa, durante la cena che solitamente organizzo con gli amici di sempre, per un saluto prima delle le vacanze estive. Seratacce.

La porto in tavola a sorpresa, a serata inoltrata e tutti esultano in preda all'euforia. La stappo ancora fresca da cantina (tappo integro) e la verso: scende il silenzio.

Nel calice, il liquido granato ruota ordinato e leggiadro. I profumi sono quelli evoluti, eleganti e nobili - senza espedienti - che solo i grandi vini a base sangiovese possono avere. Fermentazioni spontanee,  lunga permanenza in vasche di cemento e non meno di 36 mesi in grandi botti di rovere, per una complessità decifrabile in arance mature, in prugne, a quel fantastico cocomero, ad erbe in infusione, a quella leggera ruggine, all'incenso e quel sottile ventaglio cromatico-olfattivo, da sottofondo. C'è omogeneità, una determinata linea di odori che fa salire a tutti l'adrenalina fino alle stelle.

In sorso rasenta quasi la perfezione gustativa, flessuoso come una melodia armoniosa. Come un prezioso velluto per il tatto. Le vibrazioni sensuali di un rapporto. Tannino, acidità, morbidezze, tutto in perfetta simmetria. Un crescere, non in volume, non in potenza, ma in eleganza.

La gioia è tale, che resta poco da esprimere, c'è solo da ascoltare, gustare e goderne. Poi, a bottiglia finita, ci si guarda in faccia speranzosi di poter provare almeno per un'altra volta un'esperienza simile.


P.s. Ora che ci penso, quella sera avevo gli amici, della buona musica di sottofondo ed una grande bottiglia di vino. Cos'altro chiedere.

Piccola nota a lato: da un Brunello di Montalcino del 1999, mi sarei aspettavo un qualcosa di più fresco, invece il vino era sì, il massimo, ma questa sua evoluzione me la sarei aspettata tra alcuni anni. Come se invece di camminare questa bottiglia avesse corso, arrivando solamente prima al traguardo. Chiaramente, in questi casi, è anche una questione di conservazione della medesima.

giovedì 22 maggio 2014

La degustazione lenta

di Niccolò Desenzani




Ci concentriamo per lo più nel descrivere le sensazioni percettive che ci danno i vini quando li stiamo bevendo. Cerchiamo di quantificare la qualità, di incasellare il risultato in una tipologia, di stabilire il livello di sviluppo, la definizione aromatica, l’armonia, e persino di predire il futuro di un sorso che per lo più è ineffabile e momentaneo e caduco. Se non avessimo aperto la bottiglia cosa sarebbe stato? Se l’avessimo aperta tra una settimana, un mese, un anno?

Con un’analogia che mi è cara e di cui abuso, la degustazione si riduce spesso a una misurazione di uno stato di una materia complessa e vitale che è in continuo movimento.


C’è poi una degustazione lenta, che può durare nella memoria anche anni. A me è capitato. Assaggi che al momento sono semplicemente piaciuti, come tanti, e che invece hanno iniziato un paziente lavoro di tessitura fra i neuroni, conquistando un po’ alla volta numerose zone del cervello, quelle che conservano memoria delle sensazioni complesse, così come quelle in cui lavora l’archiviazione culturale e poi quelle del ricordo emozionale.


Mi è successo con i vini di Giuseppe Ratti, che ho dovuto attendere più di un anno dal primo assaggio e che poi ho ricercato accanitamente, perché il mio cervello mi spingeva a farlo con urgenza.

A volte questa degustazione lenta lavora sul fronte delle categorie plasmando nuove stanze, nuovi cassetti in cui inaspettatamente si ritrovano vini all’apparenza lontani.

Mi è successo di recente dopo aver bevuto un inatteso bicchiere di rosato Sant'Isidoro 2010 di Maria Pia Castelli e qualche giorno dopo il Sialis Grigio 2009 di Franco Terpin. Li ho ritrovati qualche tempo dopo che si davano la mano in un appuntamento di beva rosso-ambrata, eleganze arcaiche.

Verso un’estate adulta di rosantico struggente*.



credits to Vinoir
* Mi rendo conto solo dopo che questo post ha più di un'affinità con quello di Luigi.

venerdì 28 febbraio 2014

Fabbrica di San Martino rosso 2009

di Andrea Della Casa



Il mio rapporto con i vini toscani non è sempre stato idilliaco, anzi.
Tanti, troppi assaggi sbagliati mi hanno un po’ bruciato e fatto nascere in me rigetti pregiudizievoli. Legno a volontà, alcol in eccesso e tanta pesantezza nella beva hanno creato nel mio immaginario mentale una sorta di stereotipo errato. Per questo prima di ogni evento enoico, durante la scelta sulla carta dei papabili futuri assaggi, guardo sempre la Toscana con una certa riluttanza, con distacco, precludendomi così la possibilità di sfatare i miei tabù.
Poi un giorno, durante l’ultimo Fornovo, incontro l’amico Mauro Cecchi che mi incita a provare i vini di Fabbrica San Martino, azienda agricola in lucchesia.
E finalmente si apre una breccia nel muro di difesa che mi ero costruito e inizia a filtrare un raggio di luce.

Anche questo 2009 è un dono di Mauro (che vivamente ringrazio).


Il bicchiere sprigiona un turbinio di profumi variegati che si alternano, si abbracciano. Ricordi di prugne secche, funghi, olive e, sul finale, un accenno di grafite.
E' un sorso caldo, materico, quasi masticabile, una sostanza che ricorda la polposità dell'uva. Il tannino levigato non fa paura, conferisce una certa rotondità (ma non vera morbidezza) e un leggero ritorno amarognolo finale. Acidità non imponente che comunque non esclude una beva snella e scorrevole.
E dopo questo assaggio un riavvicinamento ai vini di questa terra è quanto mai doveroso.

mercoledì 29 gennaio 2014

Chianti classico Caparsino Riserva 2006 - Caparsa

di Riccardo Avenia

Ogni volta che stappo un vino di Paolo Cianferoni, ritorno mentalmente alla splendida giornata trascorsa in cantina da lui. Ho un ricordo fantastico del territorio di Radda in Chianti, nel cuore del Chianti Classico: le montagne dolci, gli immensi boschi ed i vigneti disposti a macchie ordinate. C'è poca agricoltura intensiva qui, sembra di tornare indietro di alcuni decenni. Ma soprattutto ho ancora in testa il suono della campagna, degli uccelli, del vento e delle poche foglie che ancora cercavano di rimanere ancorate alla vitae. E noi intrusi, a romperne l'armonia. Ricordo l'energia e l'entusiasmo di Paolo mentre ci raccontava la sua terra, le sue vigne e le sue ideologie. Mi è bastato questo per capire in quale realtà agricola mi trovavo e quale vino sarei andato a bere.




Certificato biologico da anni (prima di molti in zona), si approccia all'agricoltura in modo artigianale, con pieno rispetto delle lavorazioni e della storica tradizione vitivinicola locale. Niente chimica in vigna, nessuna alchimia in cantina. Coltiva esclusivamente vitigni autoctoni. In questo caso: Sangiovese per il 95%, Canaiolo, Colorino e Malvasia nera per il restante 5%. Fermentazioni spontanee in cemento, nessuna filtrazione, ed un adeguato affinamento in legni di diverso formato. Vini autentici, longevi, da aspettare.

"il Chiantino nobile contadino di Caparsino cultore del buon vino!"


Il Chianti Classico Caparsino 2006 ha un colore scuro, rubino in unghia. Dopo avergli dato il tempo di aprirsi, si mostra prevalentemente sulle note più evolute della tipologia: frutta in confettura, chiodi di garofano, alcune spezie, un accenno tartufato, fungino, alcune erbe aromatiche e quel singolare profumo fresco-verde. Chiantigiano al cento per cento. Eleganza, pulizia, tipicità. Si apre ulteriormente - bello seguirne l'evoluzione - con il tabacco dolce, la china ed il rabarbaro. E la soddisfazione viaggia ad alti livelli.

Il sorso ti avvolge tra sapidità ed un tannino ancora penetrante e, allo stesso tempo, necessario. Ha comunque equilibrio, gusto, piacevolezza e una certa rotondità. Mai scomposto, un vino di carattere deciso, sincero, di beva schietta e compulsiva. Mi piacerebbe sentirne l'evoluzione tra 5 anni, probabilmente solo allora raggiungerà il suo apice.

Come scrivevo sopra, questo calice ti catapulta direttamente sulle alte colline di Radda in Chianti. Un vino rappresentativo. Io lo metto nello scaffale dei vini della vita.


Il giorno dopo, a sommarsi sono profumi generalmente vegetali, balsamici, di caffè e lievemente cioccolatosi. Il sorso si distende ulteriormente, risultando di un'avvolgente carezza setosa.

mercoledì 22 gennaio 2014

Una nonvisita a Castell'in Villa

di Niccolò Desenzani




Sei giorni in Toscana, base a Foiano della Chiana. Le escursioni a carattere enoico devono essere rubate al tempo famigliare, escogitate in maniera subdola, con espedienti astuti e abilmente sottaciute fino al momento opportuno in cui, come per coincidenza, sembrino inevitabili.
Cioè io mi faccio tutto sto trip, ma probabilmente la mia metà sa già tutto e per gentilezza finge di cascarci.

Comunque dopo una giornata alle terme di Rapolano, è ancora relativamente presto e uscendo esprimo il desiderio di fare un giretto in macchina prima di rincasare, giusto per vedere coi miei occhi la zona di Castelnuovo Berardenga.

Proseguo oltre il paese seguendo un chiaro e premonitore cartello “Castell’in Villa”.
La strada si inerpica e a un certo punto decido di invertire e tornare indietro… ops poche centinaia di metri e c’è la Deviazione. E’ già chiaro che prendere quella piccola strada allontanerà tanto dalla via del ritorno.
Le bimbe dormono.
Imbocco la variante, sapendo che costerà probabilmente qualche discussione, ma chissà, magari non troverò alcuno e tornerò con le cosiddette pive nel sacco.

La mia visita a Castell’in Villa, fondamentalmente si rivela un’attesa di circa mezz’ora, aspettando che la principessa sbrighi le faccende organizzative per la cena del giorno dopo, il 31 dicembre. Frattanto ho modo di scorgere il Poggio delle Rose, il
cru di sangiovese che dà il nome al gran vino della casa, vedere da lontano Siena e intravvedere qualche vigna qua e là, in un paesaggio che mi ha stupito perché molto selvaggio. Vigne e boschi. Selle, poggi, vallette, e fondi bui e freddi.
Non certo le infinite distese di filari lungo dolci declivi collinari.
Il tempo stringe e le bimbe si svegliano. Posso solo fare i miei pochi ossequi alla nobil dama e comprare tre bottiglie. Di più sembra troppo oneroso.


Poggio delle Rose 2003
Mi son preso il rischio, a fronte di un discreto risparmio, di prendere l’annata pecora nera del millenio. La principessa non mi ha sconsigliato e io mi son detto “siamo ad altitudini di tutto rispetto, il cru è famoso e non sarà un’annata torrida a snaturarne il frutto”.
Aperto la sera stessa è stato una rivelazione. Un Sangiovese cui non ero abituato, vinificato in modo che mi è apparso
tradizionale old style al cubo. Sentori di vecchia legna e cantina fanno da leggerissima impalcatura per un golosissimo sorso, fresco ed equilibrato, dove si legge l’annata calda, ma si mantiene un profilo stilistico chiaro e soprattutto alcuni sapori rari e di estrema piacevolezza, che credo siano il quid che rende questi vini eccezionali. Il naso per la verità non era al meglio, evidenziando un sentore fievolissimo di similtappo, che talvolta random si ritrova. Chi lo conosce capirà cosa intendo, altrimenti penserete che rovinasse il vino. Assolutamente non è stato così, l’ossigenazione lo ha fatto quasi svanire e l’evoluzione del vino è stata viva e godibile durante l’intera serata. Ma di certo è la bocca di questo vino che mi ha fatto innamorare.


Chianti Classico Riserva 2005
Questa è l’altra bottiglia importante che mi sono concesso. Bevuta consecutivamente nei giorni successivi al Poggio, ho ritrovato alcuni elementi dello stile che mi hanno confermato l’elezione della zona. Forse un filo meno fascinoso, ma indubbiamente di maggiore integrità, questo 2005 mi ha fatto pensare al concetto di linearità della bevuta. Dove però c’è anche tensione e un costante livello di godimento, che traghettano verso la fine della bottiglia, senza mai alcun cedimento. Appagante, bello. Lo diceva la principessa: “la 2005, in questo periodo, si beve bene”.

Chianti Classico 2009
Già tornato a Milano, non ho resistito e ho deciso di esaurire la mia scorta di Castell’in Villa. Se dev’essere un raro lusso bere questi vini, concediamocelo immediatamente e non pensiamoci più. Ho trovato un vino non del tutto a posto. Segni riconducibili all’età, troppo verde, un qualcosa di fermentativo ancora sfuocato, code di sbisciolante dolcinità. Solo dopo un giorno dall’apertura si intuisce che forse anche questo base 09 troverà la sua strada. Perché se in parte è stata una delusione, è anche vero che ho avuto l’impressione di un vino coi difetti “giusti”: di uno stile di vinificazione senza forzature che talvolta, per le millemila variabili in gioco, esprime il suolo in maniera un po’ meno aggraziata. La sostanza è comunque di tutto rispetto, e credo si possa confidare nel tempo.


Au revoir Castell’in Villa, au revoir principessa.

martedì 15 ottobre 2013

Fattoria di Bacchereto, Terre a mano, Carmignano 2009


Fino a quaranta anni fa Carmignano con il cabernet sauvignon e l’enclave di Focara col pinot nero erano gli unici vini italiani (forse non proprio gli unici ma sicuramente quelli con più ufficialità e storicità), a sud del Po per i quali era “tradizione” avere dell’”uva francesca” (francese) nella composizione.
Storie di ubbie di Regine di Francia (Caterina De Medici) nell’epoca rinascimentale per Carmignano e di occupazioni napoleoniche per Focara.
Piccola intro for dummies che mi permette di parlare di Cabernet Sauvignon (in taglio con Sangiovese e Canaiolo) senza sentirmi in colpa per le mie fascinazioni verso questo vitigno, d’altronde se già nel ‘500 piaceva a Caterina De Medici chi siamo noi per opporci!
Chissà se qualche pezzo di elica del dna di questo cabernet odierno, arriva da quello Rinascimentale?
Mi piace pensare che qualche traccia ci sia.
Ma credo di no. Troppe fillossere, troppi vivaisti, troppa scienza è passata sotto i ponti dal 1500 a oggi.

Alla Fattoria Bacchereto si sono fatti affascinare dalle esperienze “franzose” sulla densità dei vigneti e leggo nelle info aziendali un incremento di fittezza d’impianto nei vigneti più giovani (senza però le forzature di 10.000 ceppi per ettaro) che sono stati piantai a 5.500 c/ha, quasi il doppio dei vigneti vecchi.

Il discorso, molto in auge una dozzina di anni fa, sulla densità di impianto mi pare essersi spento nella attuale diatriba fra lieviti indigeni vs secchi, naturale vs convenzionale, quindi con un semplice sillogismo fra dieci anni saremo qua a parlare di altre cose (chissa quali?).
In realtà questi ragionamenti sul numero di piante per ettaro mi ha sempre molto interessato, i coniugi Bourguignon sostengono che in epoca prefillosserica con fittezze impressionanti, 14.000 c/ha, nella Champagne si produceva un pinot noir molto colorato.
Marcell Deiss ha sperimentato i 20.000 c/ha miscelando anche le cultivar, valori simili anche a Bordeaux e in altri posti qua e là in Francia.
Di sicuro la fillossera e la conseguente dipendenza dai vivaisti hanno molto rarefatto la presenza di piante in vigneto ma questo cosa ha significato dal punto di vista qualitativo? E che risultati hanno ottenuto chi ha di nuovo provato a infittire il vigneto? Non è dato sapersi oppure è passato un po’ in secondo piano in questi anni litigiosi.

Comunque sia il Carmignano 2009 a me è piaciuto parecchio, credo piacerebbe anche a Riccardo e Eugenio perché è un vino “robusto” (molto d’antan il termine vero? Quasi quanto “di corpo” che userò nel prossimo post, promesso) al limite del masticabile con attacco dolce e piacevoli speziature, tannini rotondi dei sangiovese del caldo, il colore intenso urla densità ma i riflessi cangianti annunciano vivacità.
Scivola in bocca parlando di seta e pizzica con leggera memoria vegetale.
Ho parecchio goduto di questa intensità.
Kampai


Luigi


martedì 17 settembre 2013

Fabbrica di San Martino di Mauro Cecchi

Prefazione
Oggi al bar c’è Mauro che racconta la sua storia, un pezzo, non tutta subito, come si fa al bar per tenersi sempre un argomento per il giorno dopo, per la settimana dopo o per quei momenti in cui gli avventori, magari i più caciaroni, un po’ afflitti lasciano stagnare le conversazioni.
Oggi, appunto, Mauro Cecchi avventore affezionato, amico, anche lui sufficientemente indisciplinato per poter accedere alla truppa dei riottosi avventori con licenza di scrivere, ci racconta una sua avventura, spero la prima di una lunga serie, in Lucchesia da Giuseppe Ferrua a bere vini con i “tannini ignoranti”.
Mi riempie di piacere che abbia deciso di scrivere della Fabbrica di San Martino e il motivo è uno e mi lacera il cuore con forza e mi lascia quel fondo di tristezza e gioia, lacrime e risate.
Ho conosciuto Giuseppe Ferrua circa un anno fa, me lo presentò Simone Morosi, li fotografai insieme.
Simone si propose di organizzare un viaggio in lucchesia per provare l’asciugante potenza del tannino del sangiovese di quelle terre, ne parlammo sino pochi giorni prima che Simone morisse.
Io ancora oggi non posso credere che ci abbia lasciati qui da soli senza la forza trascinante del suo umorismo e della sua allegria, penso spesso a Simone, penso spesso ai suoi “tannini ignoranti”.
E sento un raschio di unghie affilate sul cuore.
Kempè Simone
Che tu sia in luogo dove il vino bono scorre a fiumi.
Luigi


Giuseppe Ferrua e Simone Morosi





Autunno 2006 seduto ad un tavolo di Cortemanlio  l’amico e oste Bob mi propone un vino della zona di Lucca. 

 L’etichetta recita Bianco Doc Colline Lucchesi . Non ne avevo mai sentito parlare mea culpa sicuramente ma anche la certezza  che alcune realtà interessanti della Toscana vinicola siano spesso  oscurate da Montalcino, Chianti e Bolgheri.
E’ un uvaggio di trebbiano, malvasia e vermentino in parti uguali  che dopo breve macerazione fermenta in tonneaux.
 Ampio spettro olfattivo, buon corpo e un allungo finale stile Saronni mondiale a Goodwood, Bang !

Quindi decisi di provare il Fabbrica Rosso da uve Sangiovese, Canaiolo ,Colorino e Ciliegiolo.
Vinificazione  in acciaio e affinamento di  12 mesi  in botte grande da 1000 Litri e ulteriori  18/20 mesi  in bottiglia.
Si presenta con un bel  frutto e sentori di sottobosco in evidenza, grande ampiezza e tannini importanti che disegnano un lungo finale. La sorpresa però è la notevole evoluzione soprattutto se aperto con largo anticipo o bevuto nei giorni seguenti  (nella prima spedizione uno scritto di Giuseppe mi  invitava a sperimentare un assaggio a 2/3 giorni dall’apertura).
Prima o poi lo propongo in degustazione alla cieca al fianco di qualche blasonato Supertuscan,  così.. per vedere l’effetto che fa.

Insomma tutto molto interessante, ma quel nome… Fabbrica di San Martino mi lascia perplesso, perché Fabbrica ?  Immagino metallo, cinghie, nastri trasportatori, non vigne, non vino.


Tempo dopo, conosco Giuseppe Ferrua che insieme a Giovanna Tronci conduce con grande passione l’azienda e mi spiega che nata nel 1735, sulla base di una villa quattrocentesca,  già a quel tempo produceva olio e vino dando lavoro a decine di persone, di conseguenza veniva chiamata La Fabbrica.



Oggi è un azienda agricola biodinamica di 20 ettari complessivi, tra boschi e ulivi e poco più di due ettari di vigna. Giuseppe ha voluto anche asini e qualche bovino convinto giustamente che la loro presenza arricchisca la biodiversità della zona con ricaduta benefica sulla salute delle proprie vigne che di conseguenza necessitano di pochissimi trattamenti.
Naturalmente  in cantina interviene il meno possibile quindi lieviti indigeni,  solforosa ai minimi e un uso  del  legno che negli anni si è fatto più accorto anche grazie a botti, che non più nuove, rilasciano meno i tipici sentori  permettendo alle uve di esprimersi al meglio.
Risultato, nel  bicchiere troviamo vini di territorio che di più non si può  anche grazie a uve tipiche locali da vigne cinquantenarie.

Questo approccio molto lieve in vigna e in cantina lo si ritrova nei  modi  pacati di Giuseppe Ferrua uomo di rara gentilezza  che negli anni è diventato un punto di riferimento per diverse  realtà locali e non solo. Già vice-presidente di Renaissance des Appellations Italia, dal 2012 è presidente di ViTe l’associazione che promuove Vivit  portando quindi per la prima volta i vini bio, naturali ma soprattutto artigianali all’attenzione del  grande pubblico sul palcoscenico di Vinitaly.

La Fabbrica di San Martino è anche un bed & breakfast e agriturismo autentico nello stile delle case d’epoca e gode di uno sguardo che si allunga sulla piana di Lucca e oltre per diversi chilometri.
Se fosse una canzone ? Just like heaven.

Le altre etichette:
Arcipressi Bianco:  Vermentino  Malvasia e Trebbiano vinificato in  acciaio  
Arcipressi Rosso: Uve da una vigna cinquantenaria di uve tipicamente locali, vinificato  acciaio
Rosaspina:  Rosato da uve di sangiovese
Sangiovese: (formato Magnum)