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lunedì 12 gennaio 2015

Enofeste a tappe (aka neuroni festivi)

di Niccolò Desenzani

Il periodo delle feste di fine anno generalmente regala momenti enoici significativi. Ci prepariamo al meglio per godere i vari fasti colla speranza che siano sempre il meglio del piacere.
Non sempre le bottiglie sono all’altezza, qualche volta invece ci concediamo qualcosa fuori dall’ordinario, e veniamo ripagati.
Nel mio caso sono state svariate le bottiglie stappate, complici i vari ponti che hanno trasformato il periodo in una vera e propria vacanza.

Nei giorni precedenti le feste, ho avuto un bisogno fisiologico di Langhe, che però ha trovato solo limitata soddisfazione:
una discreta
Freisa Toetto 2010 Mascarello Giuseppe
seguita da una ben impostata
Barbera 2009 Cappellano
che però poi rimane immobile e non esplode, come dovrebbe fare una buona barbera dialogando con l’aria.
Va peggio ancora il
Nebiolo 2009 Cappellano
con qualcosa di fisso e irrisolto che ne pregiudica la beva. Cavolo io ricordo la 2006 come un vino emozionante…

La sera del 24 due sicurezze non si sono smentite:
Roncaie “sui lieviti” 2013 Menti
in forma smagliante (ma quando non lo è stato?)
e
Pian del Ciampolo 2011 Montevertine
in un periodo di splendore; ogni bottiglia leggermente diversa dall’altra, ma è sbocciato e la sua imprecisione dona momenti di vero piacere. I vini base per me dovrebbero essere come questo: grande beva, freschezza e tanti piccoli squilibri che rendono il vino sempre in movimento, mai stancante e sempre pronto a dare sorprese papillari.





Il giorno di Natale, in trasferta a Masserano, nel biellese, ho giocato in casa. Immancabili
Lessona 2009 Proprietà Sperino
Uvaggio 2011 Proprietà Sperino
sempre grandi vini che non deludono. Anzi sono un manifesto del “nebbiolo State of mind”!
La sera, la cantinetta della campagna regala un
Bramaterra 2000 Tenute Sella
in perfetta forma. Bello, senza fronzoli, senza sconti. Ferroso, sapido, antiruffiano.

Grande delusione, ma credo sia colpa di una cattiva conservazione, per il
Rosso di Montalcino 2010 Paradiso di Manfredi
con un fortissimo sentore di lana bagnata, estremo e fastidioso. Si intuisce la bella materia, ma così  è una bevuta che poco appaga.


Si parte finalmente! La sera del 27 arriviamo in Liguria, dopo un viaggio in mezzo alla pianura innevata. Fa un gran freddo e il vento ne accentua l’effetto. Così decido di aprire
Tenores 2009 Dettori
che coi suoi oltre 17 gradi mi pare in tema.
La carbonica lo pervade e equilibra una leggera tendenza dolcina. Il gusto è una ventata sferzante di macchia e chinotto. Punto d’incontro fra il buon chinotto e un barolo chinato, va giù come fosse il primo e cosa che io trovo inspiegabile l’alcool non si sente nè al sorso nè per i suoi effetti. Misteri di Badde Nigolosu (anche se mi pare Alessandro Dettori qualcosa avesse spiegato su questo miracolo).
Nei giorni seguenti studio i Nero d’Avola gemelli di Gueli:
Calcareus e Erbatino 2009 Gueli
l’uno su suolo appunto calcareo, l’altro su suoli particolari (trubi, sedimenti calcareo marnosi (gesso)). Non è facile discernere le differenze di questi due vini nel bicchiere; di certo il Calcareus, con 13 gradi alcolici, manifesta un carattere goloso al limite del ruffiano, mentre il fratello, con 13,5, ha un contegno appena più austero. Comunque vini impeccabili, che declinano il nero d’Avola in modo a me inedito. Lontano da certe espressioni ipervarietali del sud est siciliano. Davvero una sorpresa. La vinificazione è precisa e restituisce vini di un’integrità rara. Una materia a rischio di debordare, che secondo me darà il meglio con l’invecchiamento. Questa la mia impressione. Serve tempo per trasformare l’energia di quei vini in forme più sottili.

Con gioia sono tornato da Noberasco in quel di Cisano sul Neva. L’ultima volta ero stato due anni fa e il produttore usciva da una brutta malattia. L’ho trovato meglio, per fortuna. All’assaggio dalle vasche mi si conferma sempre qualcosa di vocato. E stupisce l’incredibile finezza ed equilibrio del suo
Rossese 2014 Noberasco
In poco più di tre mesi una trasformazione da uva a bevanda incredibilmente elegante.
Gentilmente mi riempie qualche bottiglia al momento. Questo rossese, che dice essere della varietà di Campochiesa, che matura solo in quel della piana di Albenga grazie alle caratteristiche pedoclimatiche particolarissime, con un saldo di petit syrah, verrà tracannato qualche giorno dopo durante un barbeque di carni bianche. Un colpo al cuore.




La sera dell’ultimo dell’anno siamo nell'Alta Langa, a Niella Belbo, da amici.
Io porto una magnum di
Prosecco 2013 Casa Coste Piane
Sempre buonissimo; universale della piacevolezza, alla faccia degli Ziliani che col Prosecco devono sempre essere astiosi.
La cena prevede pesce (e io che avevo previsto una magnum di Sangiovese Massavecchia!), così riparo con due annate di
Barbarossa 2011 e 2012 Punta Crena.
Rosato dal vitigno  omonimo autoctono della zona di Finale Ligure; dimostra un carattere molto particolare, coniugando una certa quasi dolcezza con una acidità infiltrante.
Lo
Spumante “Varigotti” Punta Crena
è abbastanza anonimo, ma rifugge da sentori bananosi e preserva in parte la freschezza della lumassina, vitigno dal quale proviene, sebbene penalizzata da un dosaggio appena troppo dolce per i miei gusti. Per 10 euro comunque una promozione meritatissima.
Buono, ma infine forse un po’ poco incisivo il
Piedirosso 2012 I Cacciagalli
Vinificazione in anfora e tutte le cure per questi vini che hanno una bellissima impostazione. La mente corre verso qualche cab franc della Loira, in zona vin de soif.





Infine l’ultimo giorno di Liguria, in astinenza da visite in cantine, chiamo Cascina delle Terre Rosse, che mi riceve con cortesia immensa e finalmente vedo dove nascono questi vini. Il posto è incantevole e la cura in vigneto è impressionante. Si lavora in regime non chimico, con inerbimenti scelti fra favino e senape e quel che serve di anno in anno. Lo sfalciato poi diverrà parte integrante del terreno. I tre vini più noti della cantina, Vermentino, Pigato e Pigato Apogeo, sono il risultato di una cura maniacale anche in cantina, ma sono prodotti che cercano consenso sul territorio, e non necessariamente fra gli enostrippati. Quindi l’obiettivo è stabilità, pulizia, limpidezza a tutti i costi; per di più con la scelta di non fare malolattica. Quindi filtrazioni spinte e solfiti intorno ai 100 mg/l. In bottiglia la qualità dell’uva è percepibile, ma siamo molto lontani dal mio gusto. Viceversa un assaggio da barrique del bianco selezione “Le Banche”, da uve vermentino e pigato, opalescente dei suoi lieviti (ancorché selezionati), fa capire quanto potenziale ci sia da queste parti. Purtroppo il Solitario, da uve granaccia e rossese, non l’ho potuto assaggiare e la bottiglia esce sui 40 €.
La sera stappo
L’Acerbina 2013 Cascina delle Terre Rosse
da uve lumassina. Conferma di qualità impeccabile, ma siamo in zona bibita. Ah, la prossima volta che sento la storia della solforosa che fa venire il mal di testa, sbrocco. È un bufala che continua a circolare.


Al mio ritorno a Milano ho convertito un bonus con l’enoteca di fiducia in una bottiglia di
Rosato 2007 Massa Vecchia
Cercavo la 2010, ma mi è capitata questa annata mitica. Peccato perché il vino, forse per la conservazione non ottimale, era ben poco integro. All’aspetto verso il marrone, manteneva ancora un po’ della sua forza in bocca, ma non era nemmeno parente del vino che ricordo nettamente dagli assaggi precedenti e piuttosto recenti. L’enotecario non è stato d’accordo con la mia valutazione e mi ha concesso un cambio con la 2010, dovendo però aggiungere metà del prezzo. Speriamo che sia buona, perché a sto punto è la bottiglia più cara che io abbia comprato da un bel pezzo!

martedì 5 agosto 2014

Renosu Rosso L.MARTU2014, Tenute Dettori

di Daniele Tincati



I vini di Tenute Dettori mi hanno sempre intrigato, chi non lo è, ma sono da considerare sempre per amanti del genere, palati allenati o aficionados.
Questo Renosu Rosso lo si può mettere invece nella categoria #VINOPERDEFICIENTI, termine coniato da Eugenio Bucci qualche tempo fa, nel senso che ha tutto quel che ci vuole per essere capito ed apprezzato da tutti.
In primis, il titolo alcolometrico del 13%, abbondantemente al di sotto dei 15-17% di media dei rossi aziendali.
Poi non ha quelle estremità classiche dettoriane.
C’è un po’ di tutto, soprattutto vegetale e macchia mediterranea, mirto, olive, origano, ma c’è anche una bella marasca e un po’ di pietra.
In bocca è morbido, con tannino leggero, una bella tensione acido-sapida ed una chiusura asciutta.
Un leggero, forse non tanto, residuo zuccherino si fa sentire all’aumento della temperatura e all’aerazione del vino.
Il consiglio è di tenerlo bello fresco, con la calura estiva, ed accompagnarlo ad una grigliata di carne, preferibilmente agnello.
L’unico problema potrebbe essere, alla fine, riuscire ad alzarsi dalla sedia.
E’ un’ipotetico entry level aziendale, per far ricredere anche gli scettici, o avvicinare nuovi clienti, ma con molto di quello che si può trovare nei mostri sacri di casa.
Una delle migliori versioni di sempre.
Azzeccata la scelta di mettere un numero di lotto di riferimento, in modo da poter identificare l'annata di imbottigliamento.

venerdì 14 marzo 2014

Barrosu Rosato Lotto 05/07/2012, Giovanni Montisci

Di Niccolò Desenzani



Poi capita che una sera con amici a cena io decida di cucinare dei filetti di merluzzo con verdure in una preparazione delicata e molto bagnata, in modo da sposarsi con un basmati pilaf.
Siamo abituati a porci la domanda “rosso o bianco?” per prima e solo qualche volta arriva l’illuminazione di considerare il tertium non datur, il rosato.
Poi se c’è un pesce come questo, che comunque soupporta bene anche un vino di una certa struttura, ecco che il rosato sembra essere la scelta giusta. Così come un rosso leggero ma intenso (che so un Passetoutgrains (per fare il figo)) o un bianco-sicurezza tipo un Trebbiano di Pepe. Alla fine metto in frigo due bottiglie: il Trebbiano 2011 di Pepe e il Barrosu Rosato di Montisci. Come dire il classico e il freak.
E poi faccio scegliere all’ospite.
Il Barrosu devo dire che un po’ mi inqueta; è un vino tanto, a volte tendente al dolcino, insomma un grosso rischio. Epperò campeggia quel "N° 572 di 700 bottiglie" che mi attiva praticamente mezza corteccia cerebrale.
L’ospite sull’etichetta non ha dubbi, Pepe vince senza partita. Ma le mie due parole per metterlo in guardia dal freak e la sua conoscenza della parola sarda alla fine hanno la meglio.
È deciso e stappo.
Cardiopalma nel versare, shock: frizza, frizza il freak!
Per me è un’epifania, la soluzione totale. Il colore nel bicchiere è stupendo, rosso slavato fino al limite del rosa, il contorno di bolle ravviva ancor più e il profumo inebria. Il sorso è in perfetto disequilibrio, in movimento per aggiustarsi con l’aria e trovare la stabilità.
Cosa che farà nell’arco della sera, smagrendo il leggero abboccato e esplodendo in una quintessenza di cannonau, che ha quella caratteristica di nascondere un cuore leggiadro dietro a un corpo imponente.
Perfetto col cibo e ammaliante. Scrutavo i miei ospiti, non particolarmente appassionati di vino, e vedevo la ricerca del bicchiere. Il naso che tirava su.
Uno dei vini più emozionanti da tanto tempo.
E pensare che un paio di settimane fa ero rimasto molto perplesso dal Barrosu Riserva 2010.

Quando incontri un vino del genere ecco che i milioni di parole che si sprecano sul “naturale” vengono spazzate via da un sorso. Un vino così vitale da scegliere la propria strada in bottiglia, con un risultato così sorprendente, credo che non potrà mai provenire da una vinificazione “convenzionale”. 

venerdì 6 settembre 2013

33 TUDERI 2003 TUTTI E 33 TROTTERELLANDO Di Eugenio Bucci

Sono in un ristorante circondato da teste e corpi.
Al centro della visuale una bottiglia Modello Bordolese sormontata da una figura a 3/4. La figura infila nel collo della Bordolese un tira-fuori-i-tappi e tira fuori il tappo e se lo porta al naso e non dice niente e fissa un punto alle mie spalle. La figura mi viene vicina e ora è tutta intera e versa un dito di vino e mi rassicura che effettivamente è il vino che ho scelto alzandomi la bottiglia all'altezza del naso e leggo Badde Nigolosu che probabilmente è una forma di insulto in sardo e Google Translate mi riporta Fatti I Cazzi Tuoi. Dico Ok e ci sono ora 4 figure a mezzo busto e una intera che mi fissano e capisco che è il mio turno e mi do un tono grattandomi il naso e agito il bicchiere per 3, 4 secondi e butto il naso dentro e ricomincio ad agitare il bicchiere e resto col naso dentro, agito e naso, e deve essere trascorso un po' di tempo perché il 1° mezzobusto a destra mi chiede che cazzo sto facendo e io rispondo che mi alleno per quando avrò il Parkinson e... 

e intanto respiro e qualche schizzo di Romangia Rosso Tuderi 2003 delle Tenute Dettori mi finisce sul naso, questo perché l'ho quasi letteralmente infilato (il naso) nel bicchiere suppongo per un singolare desiderio inconscio di entrare nel bicchiere che è, come si dice, una metafora ma in questo caso è più una necessità derivata dalla botta di odori che arrivano e

e intanto ripenso alla mia storia personale con i vini delle Tenute Dettori, una storia controversa e affascinante (in effetti, le storie lineari risultano generalmente poco affascinanti, perlomeno per scriverci sopra qualcosa). Ci inciampai letteralmente addosso una decina di anni fa. Un amico enotecario era riuscito ad averne qualche bottiglia in un modo che non volete sapere. Era anche abbastanza emozionato (nota 1), finalmente gli pareva di aver trovato qualcosa di interessante dall'Isola e voleva coinvolgere gli amici, avere pareri, capire se avesse preso un abbaglio o preso una botta in testa che gli aveva precluso ogni analisi sensoriale. Perché li aveva assaggiati al volo e gli erano piaciuti e gli erano sembrati diversi dal solito. Perché, è bene ricordarlo, allora in Continente arrivavano robette tipo il Vermentino Aragosta o robone tipo Turriga e Marchese di Villamarina. L'Isola era più un'ideale che una realtà nel bicchiere.
I vini però non emozionarono. Piacquero mediamente molto ma senza che scattasse la scintilla. Di sicuro piacque molto il progetto, l'idea dietro quei vini, l'orgoglio isolano (universale) di trasmettere la verità (nota 2) del frutto unito alla propria terra. Un'idea selvaggia e anche i vini parevano selvaggi, spesso squilibrati e brucianti (nota 3), come rinchiusi dentro una detonazione perenne. Ma qualcosa in sottofondo avvertivi. 
La prima scintilla fu il Chimbanta 2004. L'energia grezza veniva incanalata e l'uva Monica prendeva la scena. Frutto e morbidezza, speziatura e rotondità, il Rodano in Sardegna (Rayas-style).
E intanto l'Isola stava diventando Dei Famosi (n.b.: si ammette che è uno schifo di gioco di parole), nel senso che stavano venendo fuori robe sensazionali tipo Panevino, Montisci, Sedilesu, etc etc., e intanto aspettavo ancora la bottiglia Dettori che scaldasse il cuore, che infiammasse l'animo. Era come vedere un grande saltatore in alto, un atleta dalle enormi potenzialità che mancava sempre di scavalcare l'asticella per poco, ad un niente dal record.
Salta, ragazzo, salta, pensavo.
Se sono qui è naturalmente per un lieto fine. Perché l'asticella è stata superata. Tuderi 2003, ora, in pieno 2013, è quel campione che aspettavo. 3 anni fa (un'era geologica nella vita di un degustatore) scrivevo così a proposito del Dettori Rosso 2007: "Un vino che picchia duro[...] Un punker che vorrebbe fregarsene delle convenzioni e delle mode ma che forse dovrà tornare ad ascoltare del folk per fare la sua incisione migliore. Dopo l'elettricità, aspettiamo l'unplugged."
Ed eccolo l'unplugged. Eccoci diretti al cuore della musica vino. Heart Of Brightness. Così lo intitolerei. Il Cannonau che torna a casa dopo un giro intorno al mondo. E da questo giro si è portato a casa tante cose: la polvere che ne intorbidisce l'aspetto; le spezie dall'Oriente; la freschezza e il rigore nordico; il mare. E' cambiato ma non si è snaturato. Il frutto è maturato ma non decaduto. L'alcool (14,5° in etichetta, quasi un'inezia per un Dettori) mai così amalgamato e trascinatore di dolcezza e forza. E la bocca che tondeggia, velluta, scivola lasciando un Barnum di sapori, un tannino leggero, quasi fibroso, che innerva il sorso e 

e tutto questo è solo smontare un giocattolo. E' come spiegare perché quel giocattolo è così divertente. E io bevo e torno bambino e voglio solo starmene a giocare senza pensare a niente. Sono sul diretto Romagna-Romangia. E sono felice.

Nota 1: tocca ammettere che un parametro come l'Emozione è intrinsicamente non paradigmizzabile. Limitiamoci a dire che un degustatore di una certa esperienza prova tale fitta al cuore (o coup de coeur) in un numero sempre più ristretto di volte man mano che gli anni passano e il numero di bottiglie assaggiate tende a . Questo non significa che da un certo punto in poi si diventi cinici e impermeabili agli stimoli e rigidi come un baccalà, diciamo che si tende ad esaurire il numero di Prime Volte (es. la prima volta che si assaggia un nebbiolo tradizionale, la prima volta di un Bordeaux, la prima volta di quel grande vino di quel produttore, etc etc) e, certamente, a diventare più obbiettivi e sereni nel giudicare qualcosa, chiamatelo bagaglio d'esperienze o come diavolo vi pare. E l'intrigo di fattori che portano a riprovare una, appunto, Emozione è una specie di Babele fenomenologica di certo non riassumibile in poche righe di commento; quello che un degustatore/divulgatore può fare, al limite, è tentare di descriverla e renderci partecipi di quella emozione in una specie di gioco di distanziamento e immersione totale, di descrizione il più possibile oggettiva sui parametri e le sensazioni olfattive e di empatizzante trasposizione della vertigine provata. Non sembra una cosa facile.
Nota 2: questo termine è scottante come un 7 agosto 2013. Per cautela si intende sostituire l'articolo determinativo la con l'indeterminativo una.
Nota 3: beh, si era anche in pieno periodo Vinone Morbidone.



martedì 12 giugno 2012

Perda Rubia rosso classico 2002





Canonau in purezza ottenuto da vigneti a piede franco nella regione dell’Ogliastra.
In realtà il piede franco in Sardegna non è una rarità e permangono moltissime vigne prefillosseriche.
Solo che per gli impianti nuovi, i vignaioli non si fidano e utilizzano barbatelle innestate.
Invece nell’azienda Perda Rubia, visti i trascorsi da vivaisti, continuano a propagare le loro piante facendo selezione massale dai vigneti di proprietà e ostinatamente le piantano senza piede americano.

Premettendo che non sono né agronomo né ampelografo e che quindi la mia non è una analisi scientifica ma solamente pensieri in libertà.

Ebbene, teoricamente, il piede franco dovrebbe riportare le uve e poi il vino alla espressione originaria della vite europea liberata dai problemi di compatibilità vascolare con il portainnesto e ripristina il naturale rapporto fra apparato radicale e fogliare.
Solitamente sono viti più longeve, con minor vigoria, meno produttive, forse meglio integrate con il terreno.
L’apparato radicale europeo, ad esempio, è basofilo e ha buona compatibilità con il calcare anche attivo che si trova solitamente nei terreni della maggior parte dei vigneti europei (con alcune inevitabili eccezioni di terreni a reazione sub acida).

Nel caso di Perda Rubia, l’integrità fisica e la propagazione in situ delle piante ha negli anni, per effetto combinato del consorzio microbico e delle condizioni climatiche locali, determinato dei fenotipi di Canonau unici e fortemente territorializzati.
Inoltre l’allevamento ad alberello dei vigneti, simulando la condizione selvatica, amplifica la “naturalità” della pianta e la porta ad una completa fusione col pedo-clima.

Dagli anni cinquanta le uve sono vinificate in cemento con un procedimento di fermentazione frazionata e poi affinano in botti grandi di quercia per tre anni.
E producono un vino di  terroir perché il terroir è uno spazio geografico delimitato dove una comunità umana ha costruito, nel corso della storia, un sapere intellettuale collettivo di produzione, fondato su un sistema d’interazioni tra un ambiente fisico e biologico ed un insieme di fattori umani, dentro al quale gli itinerari socio-tecnici messi in gioco rivelano un’originalità, conferiscono una tipicità e generano una reputazione, per un prodotto originario di questo terroir.

Il vino vi chiederete, dopo tutte queste parole, com’è?
E’, come deve essere il Canonau, scarico di colore e tendente all’aranciato.
E’ vino di estrema eleganza e potenza controllata.
Terziario e fumè, con la macchia mediterranea che spinge come un ciclista gregario in fuga.
Qualche ricordo di mora matura.
Su un corpo che, malgrado i quindici volumi alcolici, è piacevolmente fluido e scorrevole.
Consigliato.
Bonne degustation

Luigi

giovedì 5 gennaio 2012

e sarò pane e sarò vino gianfranco Manca nurri

Ho inaugurato.



Con il precedente, una serie di post dedicati alla memoria.
Anzi all’oblio.
Di vini che mi sono piaciuti.
Ma che non ho schematizzato.
Perché non ho avuto tempo, voglia, per naturale repulsione alla tassonomia.
Perché credo molto poco allo sciorinare esausto dei profumi.
Tantomeno alla pornografia delle classifiche e dei voti di merito.
Una sera a cena.
Due vini in sequenza.
Un bianco e un rosso.
Buonissimi, caldi e ruvidi.
Esagerati e intimi.
Hanno accompagnato anguilla, cardi e fonduta.
Agnello e rolatine di coniglio con ripieno di trippa di agnello.
Formaggi.
Hanno accompagnato il chiacchierare convulso e ingordo di amici lontani.
Con tante cose da dirsi e troppo poco tempo.
Bevuti prima in sequenza, poi alternati.
Poi altri vini sono comparsi, altre regioni d’Italia.
Però dei primi voglio parlare oggi, così per caso, per sfizio, per sanare un debito di riconoscenza.
Un debito recente e uno della mia infanzia.
Verso la Sardegna che per me è l’isola che non c’è.
Utopia.
Luogo mitico, sede dei miei sogni infantili.
Poi adolescenziali.
Panevino, “ Alvas” bianco isola dei nuraghi igt 2008.
Panevino, “Però. vigne vecchie”  rosso 2008.
Scaldano il cuore.
Come le madeleine portano in superfice memorie.
E intravedo rocce calcaree cotte dal sole e il profumo caldo e ruvido della macchia e della polvere.
Profumo di Pabassinas e Pistoccheddus
e di persone ormai lontane
e di persone vicine.


Luigi

ps
Se qualche oste illuminato li ha in carta, non perdeteveli.
Grafica molto bella a mio avviso.
Bisognerà organizzare un concorso sull'etichetta più cool.
Al più presto.


mercoledì 1 dicembre 2010

aistorinogrenachegarnachaprioratroussilonrhonesardegna

Carissimi,
Torino alla sede AIS Torino nel solco degli eventi legati alla scoperta dei Vitigni Nobili abbiamo degustato la GRENACHE.



Sinonimi: in Spagna Garnacha Tinta, in Italia Aleatico, Cannonau, Canonau, Granaccia, Tocai rosso, Uva di Spagna, Vernaccia di Serrapetrona.
Vitigno a bacca nera di origine spagnola che è emigrato seguendo le invasioni spagnole sia nel mediterraneo sia nel nuovo mondo.
E’ il secondo vitigno come diffusione mondiale però è nel bacino mediterraneo che si esprime al meglio, in Spagna (usata in blend con il Tempranillo, in purezza nel Priorat e in certi Blanc de Noir e rosè Metodo Classico del Pènedes) nel sud ovest della Francia in Languedoc, nel Roussillon (Banyuls, Rivesaltes, Colliure, famosi i vini fortificati stile Porto e spesso in blend con Syrah e Carignan nei vini secchi), in Provence, nel Rodano del sud (presente in molte denominazioni in particolare: Chateneuf du Pape in blend con Cinsault, Syrah, Picpoul etc., Lirac e Tavel nei rosati. Da segnalare Chateau Rayas che produce Chateneuf du Pape a base 100% Grenache) in Italia in Liguria (pare imperdibile il Cericò di Walter De Battè) ma soprattutto in Sardegna, dove con il nome di Cannonau o Canonau, il terroir estremo ne esalta le caratteristiche di resistenza all’arido, al calore e al vento.
Il sistema di allevamento principale è l’alberello che meglio si adatta ai climi caldi, in Sardegna l’azienda Perda Rubia di Nuoro da anni seleziona cloni resistenti alla fillossera e i suoi vigneti sono tutti a piede franco.
E’ vitigno rustico e adatto ai terreni aridi e sferzati dal vento e il frutto mantiene livelli di acidità e polifenoli tali per cui i vini  risultano freschi e senza sentori di cotto.
Il rilancio internazionale del vitigno è legato principalmente alla lungimiranza di Renè Barbier, impreditore del vino del Penedes che ha di fatto riportato la coltivazione della vite nell’area vitivinicola del Priorat, una piccola enclave vicina a Tarragona, caratterizzata da un territorio collinare/pedemontano aspro, con forti pendenze, roccia madre scistosa affiorante e ne ha fatto un laboratorio sperimentale della Garnacha.
La particolarità del Priorat (motivo per cui è stato di fatto scorporato dalla doc Tarragona per generare una sua doq ) è la composizione geologica dei suoli, è uno dei pochi suoli vitivinicoli mondiali a reazione sub-acida (come da noi in Piemonte a Lessona) caratterizzati dalla presenza di una roccia metamorfica ricca di quarzite e di intrusioni terrose e ferrose chiamata “llicorella” (liquirizia).  Il suolo è povero e molto drenante e obbliga le piante a ricercare l’acqua in profondità penetrando tra le fenditure delle rocce scistose.
I vini del Priorat sono dunque figli di un terroir antico (già i Romani avevano terrazzato le pendici delle colline) ed estremo ma riletto con le tecnologie e le conoscenze agronomiche contemporanee.
In Sardegna e nel Roussillon suoli poveri, rocciosi, aridità e influenze marine riproducono le condizioni ottimali per il vitigno e poi il lavoro dei vignaioli negli anni ha portato a smussare le asperità di vini che tendevano a nascere già ossidati, scarichi di colore, cotti nei profumi e nei sapori. Ad Argiolas produttore di Serdiana (CA) bisogna riconoscere sia il grande lavoro nei campi e in cantina per svecchiare tipologie di vini senza mercato sia la grande capacità di comunicazione del prodotto che in pochi anni è diventato uno dei grandi vini Italiani.
A Dettori bisogna riconoscere una incredibile e salda convinzione nell’inseguire la qualità nella tradizione usando tecniche enologiche “arcaiche” e qualche tempo fà  fuori moda, portando comunque i suoi vini a livelli di assoluta eccellenza.



sette vini in degustazione coperta più un fortificato
.
Tenores 2005, Tenute Dettori, Sennori;
vino d’autore sostiene Gallo, vinificato e affinato in cemento ha colore granato scarico, profumi intensi e complessi, corpo possente, alcool sovrabbondante, caldo ma non bruciante, una volatile alta lo smagrisce e lo riporta sulla terra.

Turriga 1999, Argiolas;
con i due Spagnoli è quello più colorato sinonimo di barrique, intenso ma ancora influenzato dal legno, indugia su dolcezze di liquerizia e vaniglia, poi cuoio, tabacco, caldo, lungo, comunque fresco, tannini un po’ ruvidi.

Cote du Rhone 2006, Chateau Fonsalette;
colore leggermente scarico, naso vivace e intenso che apre con toni un po’ umici per assestarsi su spezie, affumicato, tabacco, ciliegie sotto spirito in bocca è snello, setoso come il Clos de Moulin è giocato su una riserva acida significativa e “puntuta” che fluidifica e vivacizza un corpo importante.

Cote du Rhone Clavin 2007, Domaine de la Vieille Julienne;
il più giovane e più semplice dei campioni ancora floreale e legnoso giocato su toni un po’ caramellati e uniformi, bocca semplice, senza asperità calda, morbida.

Colliure Clos de Moulin 2002, Mas Blanc;
altro campione della Francia enoica, colore non cupissimo, ostico al naso con note di riduzione che stentano ad andarsene, memorie di Seitan affumicato, soia, tabacco nero, caffè forte, Lapsang Suchon, ciliegie sottospirito, in bocca caldo, lungo e avvolgente sempre puntellato da acidità e tannini.

Priorato Clos Mogador 1998, Renè Barbier;
il vino del pioniere perfetto, intenso sia nel colore sia nei profumi giocati sul tostato, sulla frutta sottospirito, minerale in bocca morbido, lungo e persistente con tannini sugli scudi e acidità un po’ latitante.

Priorato l’Ermita 2001, Alvaro Palacios;
difficile definirlo il migliore (se il costo è specchio della qualità 350,00 euro) alla mera degustazione, si è presentato in linea con i migliori, palesando una concezione enologica moderna, segnata da note tostate, liquerizia pregevolissime ma riconoscibile, comunque evolvendo ha aggiunto al corredo aromatico spezie, confettura e un finale mineral-terroso, in bocca lungo e intenso.

Rivesaltes 1961, La Collas de Thuir.
Hors categorie un vino fortificato della Languedoc quasi al confine con la Spagna, I vigneti sono terrazzati (fenici di origine, dicono) sulle pendici dei Pirenei che si tuffano nel Mediterraneo, qualche palmo di terra povera torrefatta da un caldo asfissiante anche di notte (effetto volano del mare) portano a maturazione pochi etti di grenache per pianta.
Il mosto in fermentazione viene alcolizzato quando raggiunge i 6/7% vol e si ferma l’attività microbica, segue l’affinamento in legno e poi vetro. Un vino capace di tenere nel tempo.
Mallo di noce quasi masticabile poi agrumi canditi, cioccolato, ciliegie sottospirito, garrigue,  in bocca caldo multiforme, avvolgente, di personalità.



Tutti i vini assaggiati sono risultati vini gastronomici, da abbinamento, godibilissimi e succosi, capaci di evolvere nel bicchiere per tutta la durata della degustazione.
Tranne l’Ermita  a 350,00 euro e il Clavin a 13,00 euro il prezzo medio dei vini è 45/55 euro.

luigi