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martedì 28 ottobre 2014

Ricordi d'Abruzzo, ricordi di Feudo d'Ugni, ricordi di Cristiana Galasso

di Vittorio Rusinà



E' che stasera ho letto sul profilo di Facebook di Francesco Maule le lodi del suo Lama Bianco, è che stasera ha smesso di far caldo, è che mi manca il suo vino e la sua tavola open air davanti alla cantina, è che mi sono commosso ai ricordi: Cristiana Galasso, eccola qui con olive, pane, olio, formaggi e uva pressata, era d'estate.



Io penso che il suo papà sarebbe felice di saperla lì a difendere una piccola vigna di uva tedesca, circondata da boschi, gatti, cani, fiori, farfalle, api, nuvole e stelle del cielo.
E mi piacerebbe che i suoi compaesani credessero di più in lei, giovane donna di vigna, e affidassero alle sue cure le loro uve.
Ho assaggiato tutti suoi vini e tutti mi hanno sorpreso, per sempre.



Verrà l'inverno, verrà il freddo vento dal margine della collina lassù in alto, verrà la solitudine più solitudine della neve, verrà il tempo di scaldare il cuore con un calice di vino, di ricordare che Cristiana possiede una bacchetta di rame, magica.

Cristiana Galasso, Feudo d'Ugni, San Valentino Citeriore

giovedì 22 maggio 2014

La degustazione lenta

di Niccolò Desenzani




Ci concentriamo per lo più nel descrivere le sensazioni percettive che ci danno i vini quando li stiamo bevendo. Cerchiamo di quantificare la qualità, di incasellare il risultato in una tipologia, di stabilire il livello di sviluppo, la definizione aromatica, l’armonia, e persino di predire il futuro di un sorso che per lo più è ineffabile e momentaneo e caduco. Se non avessimo aperto la bottiglia cosa sarebbe stato? Se l’avessimo aperta tra una settimana, un mese, un anno?

Con un’analogia che mi è cara e di cui abuso, la degustazione si riduce spesso a una misurazione di uno stato di una materia complessa e vitale che è in continuo movimento.


C’è poi una degustazione lenta, che può durare nella memoria anche anni. A me è capitato. Assaggi che al momento sono semplicemente piaciuti, come tanti, e che invece hanno iniziato un paziente lavoro di tessitura fra i neuroni, conquistando un po’ alla volta numerose zone del cervello, quelle che conservano memoria delle sensazioni complesse, così come quelle in cui lavora l’archiviazione culturale e poi quelle del ricordo emozionale.


Mi è successo con i vini di Giuseppe Ratti, che ho dovuto attendere più di un anno dal primo assaggio e che poi ho ricercato accanitamente, perché il mio cervello mi spingeva a farlo con urgenza.

A volte questa degustazione lenta lavora sul fronte delle categorie plasmando nuove stanze, nuovi cassetti in cui inaspettatamente si ritrovano vini all’apparenza lontani.

Mi è successo di recente dopo aver bevuto un inatteso bicchiere di rosato Sant'Isidoro 2010 di Maria Pia Castelli e qualche giorno dopo il Sialis Grigio 2009 di Franco Terpin. Li ho ritrovati qualche tempo dopo che si davano la mano in un appuntamento di beva rosso-ambrata, eleganze arcaiche.

Verso un’estate adulta di rosantico struggente*.



credits to Vinoir
* Mi rendo conto solo dopo che questo post ha più di un'affinità con quello di Luigi.

lunedì 10 marzo 2014

Lusignolo 2010, Vino Rosato, Feudo d'Ugni

di Niccolò Desenzani




I vini di Cristiana Galasso sono presenti nei miei pensieri da un bel po’ di tempo, ma sono sempre stati al confine dell’irrealtà. Stiamo parlando di montepulciano e trebbiano in posti giusti, di una vignaiola che si narra viva quasi eremita su una collina ai piedi del massiccio della Maiella curando le vigne con affetto e vinificando con estrema naturalità e ridottissimo interventismo.
Quest’autunno finalmente ho avuto prove tangibili dell’esistenza dei vini della Galasso, nella forma di due coppie di bottiglie, una da uve trebbiano e una da uve montepulciano vinificato in rosa.
Quest’ultimo bevuto qualche mese fa, mi aveva lasciato un po’ perplesso, per l’acidità moderata, la sensazione d’essere troppo slavato al limite della soglia di percezione degli aromi e sapori tipici.
L’ho ritrovato qualche giorno fa (qualche volta prender due bottiglie è una cosa saggia) ancora molto molto delicato, ma finalmente godibilissimo. In attenuato, un naso gourmand che in modo netto dice vitigno, (luogo?) e vino. In bocca parla un filo di acidità tanto esile quanto incisivo e percorre i sapori tipici del Cerasuolo, in particolare quel bellissimo e necessario aroma di caffé.
Un vino che, certo, sta in una specialità non competitiva, quella dei vini sussurrati, sul confine dell’evanescenza, ma in questo caso si resta in equilibrio su quel confine ed è un vino che si ricorda.
Qualcuno diceva che forse la caratteristica più importante di un buon vino sia la memorabilità.



venerdì 13 settembre 2013

DIAL 'M' FOR MONTEPULCIANO (MARCHE GALORE)

Yo ✌
Nel 1989 un simpatico gruppo noise/punk/garage/blues di Washington chiamato Pussy Galore (che cercavo un modo carino per tradurlo e Wikipedia mi ha messo su un piatto d'argento un prosaico "F**a ¹ a volontà") pubblicò il suo secondo album intitolandolo "Dial 'M' For Motherfucker ²". Quello che graffiava (letteralmente) e picchiava sulla chitarra fino ad ottenerne una roba abrasiva tipo spugnetta-di-ferro-contro-una-lavagna e cantava in un Aaaarrghhh primordiale e gutturale era il leader, Mr. Jon Spencer. La ricetta del gruppo era, ve la metto breve, tornare alla visceralità primigenia del blues e scarnificarla ancora di più, aggiungere un paio di etti di punk e di industrial e una spolverata di rap, registrare ad cazzium³ e sfornare live a fuoco mooolto alto.
Ah, e tanto sesso e droga.
Poi Jon Spencer è cresciuto, ha messo su altre band, a volte ripulendo il suono, raffinandolo, rendendolo più po[p]tabile, ha provato altre cose per curiosità o, forse, per piacere di più ai di più. Forse voleva guadagnare qualche soldo, non c'è niente di male. Ma nonostante tutti gli annacquamenti possibili, anche negli ensemble più improbabili, pure nelle ruffianate glamour, nelle press release dove era tutto ripulito e infiocchettato e Armanizzato e Pradizzato, pure in periodi di album così così, se Mr. Spencer viene sbattuto su quella macchina della verità che è un palco, rimane e rimarrà sempre un rock'n'roll animal che ha sentito l'urlo della bestia/blues e non se l'è levato più dalla testa. 

Ecco. Mettiamo che il Montepulciano sia uno spartito, uno dei più grandi spartiti nell'orbe terraqueo  , un concept album cosmogonico più che un singolo mordi-e-fuggi, un concept che sfiora solo la psicadelia e viaggia dritto verso il prewar folk. E mettiamo che, come sempre accade, questo spartito/vino possa essere suonato e interpretato in anta modi diversi. Puoi imbastardirlo, puoi ingentilirlo, puoi remixarlo, puoi sgrezzarlo o ingrezzarlo ancora di più, puoi solcare i mari tranquilli della tradizione o avventurarti in interpretazioni tutte tue e metterlo in una luce diversa. Puoi quasi riscriverlo. 
Puoi farci un sacco di cose. Puoi anche (cercare di) raffinarlo e mettergli la giacca della domenica. Ma resta il fatto che il Montepulciano è un fottimamma che colpisce duro e poi ti accarezza, ti fa piangere e poi ridere. E' una sventagliata di emozioni, un gigante affetto da disturbo bipolare che prima ti prende a schiaffi e poi ti abbraccia 5. E' un'uva tanta, tanta ancora di più se curata in un certo modo.
E nelle Marche in tanti la curano e bene, le Marche che spaccano di brutto brutto brutto (Marche, ti lovvo ♥), con quel grande gruppo indie che è I Piceni Invisibili e con tanti altri più o meno visibili. Marche che producono robe simili a quelle che sto per descrivervi anche nell'annata del Signore 2002 (una specie di stagione dei monsoni durata 6 mesi).


Il Nero Di Vite (che è si Montepulciano ma con aggiunte variabili di Sangiovese, che è un fratellino minore e, immagino, lo si aggiunga per annacquarlo e/o dargli acidità) de Le Caniette è un vino con cui ho fatto a testate per anni. Mi metteva sempre di buonumore una consistenza come poche incontrate (un'analisi sull'estratto secco darebbe risultati inquietantemente alti). Leggevo 15° ed ero felice. Me ne parlavano bene in tanti. E naturalmente c'era il frutto Montepulciano. Epperò spesso, troppo spesso, a questo equipaggiamento deluxe si univa un equilibrio tutto da trovare, una tannicità esasperata e un frutto passato al Lato Oscuro. Mi dicev[o]evano che magari bisognava aspettare, berlo con qualche anno sulle spalle. Alla teoria del bisogna-aspettare-perché-ora-non-è-pronto ho sempre mentalmente risposto Sarà mai pronto? Cioè, una cosa nata male diventa bene o un po' meno male? Ma siamo qui per dubitare di tutto. Beviamo, raccogliamo dati e riformuliamo teorie pronte ad essere smantellate alla prossima bevuta. E' questa la struttura delle rivoluzioni eno-scientifiche. E il Nero Di Vite 2002 qualche dubbio l'ha messo. Perché all'uscita era un vedi sopra: massiccio e sgraziato. E adesso è massiccio e aggraziato (abbastanza aggraziato). Non una ballerina classica, non può esserlo strutturalmente. Ma dopo tutti i pesi e i bilancieri, si è messo a fare allungamenti e stretching, ha acquistato in agilità. C'è stato una strana unione di forze dentro la bottiglia che ha portato il frutto (un frutto ancora integro, appena decadente) ad allungarsi con l'acidità, il tannino ad integrarsi meglio con la dolcezza. Con ancora tutta la consistenza a pieno regime. Non siamo dalle parti di una beva magistrale, ma di un vino che impegna ma ripaga. Ora i Nero Di Vite 2002 suonano insieme dopo anni di prove. Non saranno leggenda ma un gruppo onesto, sincero, viscerale da ascoltare quando hai voglia di quella roba là. 87/100.



L'enigma di Esther Hauser. Una signora svizzera che (evidentemente) si è persa per ritrovarsi a Staffolo nel '93 con un ettaro di vigna e ha iniziato a fare vini rossi spiantando i bianchi nel cuore del Verdicchio Classico e che parevano proprio veri in epoca di pochi vini veri e addirittura con un vero enologo che era Giancarlo Soverchia per poi cambiarlo con un altro enologo, Aroldo Belelli, e rischiarando l'enigma tirando fuori Il Cupo e passando sotto l'altalenante radar della critica dalla metà degli anni '90 per poi sparire o, perlomeno, diradarsi e poi riapparire sotto i cieli della Slow Wine. 
2600 bottiglie di questo Montepulciano, 8 mesi in barrique usate (e il legno è una componente davvero secondaria in questo vino), un anno di bottiglia. Un vino ciccio ma non ciccione, artigianale nella percezione ma con 0 eventuali difetti, che all'uscita porta sempre un frutto croccante e un sottofondo animale, una beva vigorosa e dolce ma con 0 mollezze, un equilibrio che sorprende con parametri simili. Ma mancava la prova del 9 o, diciamo, la curiosità di vederlo in evoluzione. Ecco la 2002, 13 anni sul groppone. Butti in bocca, lo fai girare, lo mandi giù. Ancora. E ancora. Una sensazione quasi polverosa al tatto, una seta che scorre cruda rilasciando frutti maturi e humus e spezie dosate col bilancino. La decadenza ancora alle porte, la maturità al suo fulgore, ovvero equilibrio e mostrarsi agli altri per quello che si è, naturalmente. Le sinapsi si uniscono e ritorni ai grandi Montepulciano della vita sino quasi a sfiorare Valentini. Che Il Cupo guarda ancora dal basso. Ma non così in basso. Perché Il Cupo's got the blues: 92/100.



¹ Si, al posto dei ** ci sono una i e una g.
² Letteralmente Fottimamma e questo fa capire come gli insulti prendano vie strane nei vari idiomi.
³ Cioè, in quella che poi verrà chiamata Estetica Low-Fi tipo registrazioni in cucina con un mangianastri e una chitarra scordata oppure in un mega studio in cui sofisticati software comprimono ed espandono, sporcano e puliscono i suoni sino ad ottenere un raffinato effetto registrato-in-cucina-con-un-mangianastri.
⁴ E' oramai evidente, prima di tutto a me stesso, come l'uva Montepulciano sia statisticamente My Cup Of Tea, qualcosa che mi mette tutto un galore addosso e mi sfrizzola il velupendolo; insomma, se rileggo il diario di tutto ciò che ho bevuto negli ultimi anni, proprio accanto alla cartella clinica con l'anamnesi del mio fegato e una non-proprio-rassicurante ☹ scritta a mano del medico, vedo un sacco di Montepulciani pieni di ☺☺☺☺☺☺☺☺, ma proprio un sacco.
5 Avete presente Cannavacciuolo in Cucine Da Incubo e i suoi incazzosi raid e le famose amichevoli pacche sulle spalle con in regalo una sublussazione?

giovedì 4 luglio 2013

BUD & TERENCE. di Eugenio Bucci

Adesso vanno i vini leggeri.
Leggeri in alcool, in consistenza, magari poco colorati. Alleggeriti e smagriti, disimpegnati e informali. Affusolati e guizzanti, magri e tonici come un'étoile della Scala. I vini glu glu. Con l'acidità che detta i ritmi. I vini da sete, i frizzanti, i vitigni ( o certi cloni di certi vitigni) più efebici.
Sono tanti i motivi. 
Prima di tutto, quando sono buoni, sono vini gorgo. Ti acchiappano e ti tirano giù. Sono gustativamente inarrestabili e concettualmente rilassanti. Attenzione: rilassanti, non inebetenti. 
E poi una certa stanchezza verso quei vini tutta-ciccia-e-brufoli, con l'effetto mappazzone (quella sensazione impastante alla fine del sorso), con una dinamica gustativa ad encefalogramma piatto. 
E poi le leggi anti-alcool e il conseguente crollo di consumi nella ristorazione e un cliente medio che cerca: a) di bere il meno possibile; b) di indirizzarsi verso vini il cui tasso alcoolico non sfiori i 12,5° (cliente medio che non riflette, alla fine, su come la differenza percentuale di alcool assunto in quantitativi ragionevoli, parliamo di 1 o 2 o 3 bicchieri, non di bacinelle, sia sostanzialmente irrisoria che i gradi siano 12 o 15). 
E poi la fase economica da soldi-sotto-il-materasso-e-chiappe-strette serial-drinkers ridotti così a: o diradare le bevute in generale, soluzione risibile e inimmaginabile; o diradare le bottiglie di un certo costo e rifornirsi di una batteria di bottiglie quotidiane eco(nomicamente)sostenibili le quali generalmente (non sempre, è ovvio) saranno prodotti base ottenuti da uve di minor peso (inteso sia geneticamente che a livello di maturazione, nota 1) se non addirittura prodotti sfusi, le famose damigiane e/o bottiglioni da battaglia accaparrate dal vignaiolo di fiducia (nota 2).
E ancora tanti altri motivi che dettano le regole della Stagione Del Bere 2012/13.
Come dice il Saggio, le buone regole dettano i rapporti tra noi e le cose, ma una grande eccezione è spesso una regola migliorata.
Quindi oggi si parla di due eccezioni. Due vinoni. Oni oni. Niente modelli efebici ed emaciati. Niente bobos. Due massicci blockbuster, due bull-dog da degustazione/competizione capaci di mettere sul piatto della bilancia potenza e controllo, masticabilità e beva. Due non-ti-scordar-di-me che colpiscono duro e vanno diretti al sodo. Due italiani che vanno in giro per il mondo a prendere a sberle tutti perché sono grossi e incazzati coi cattivi e gentili coi buoni. Ecco i vostri Bud Spencer & Terence Hill.
"Bud" Mida
A volte il Cabernet serve solo per allungare un po' l'altra uva. Ed è così quando l'uva in questione è il Montepulciano. Che nell'Offida Rosso Mida 2009 di Maria Letizia Allevi è circa il 90%. L'azienda fa parte di quella allegra combriccola chiamata Piceni Invisibili, un gruppo di marchigiani bio-tutto riunitisi attorno a Marco Casolanetti. Il Rosso Mida viaggia dalle parti di Oasi Degli Angeli come impostazione. Un fratellino, se vogliamo. Un Kurnino. Consistenze imponenti. Legno avvertibile, non un 200% di barrique nuove, ma comunque legno. Perché il Montepulciano può reggerlo e trarne giovamento, così ti dicono. E frutto maturo scalpitante sotto. 
4° anno di commercializzazione, quindi un vino in via di connotazione si potrebbe pensare. Ma il 4° anno fa il botto. A Cerea 2013 è stata una sberla in pieno viso. Forse il miglior rosso. E riassaggiato ancora e ancora, e ancora sberle su sberle. Mica è masochismo. E' uno spasso. Mica un Fight Club. Più una scazzottata al bar tra amici. Dopo sei gonfio ma felice, vivo. 
Per il colore da succo di prugna e 'sta roba densa che scivola lenta nel bicchiere. Per il naso di frutta matura e spezie, massiccio e disteso. Per la bocca che schiocca, un tappeto di tannini e dolcezza tenuti su dal filo acido. Perché conti i secondi e poi i minuti e il sapore non se ne va epperò senti la bocca pulita e pronta a ribere. 
Perché Altrimenti ci arrabbiamo e non meno di 93/100.
"Terence" Tinto
Fatemi pensare. Ero a Gusto Nudo e il posto sembrava un enorme secchiello per il ghiaccio, questo me lo ricordo, e una termo-coperta valeva oro e un produttore aveva messo delle candeline accanto alle bottiglie di rosso, così, per guadagnare qualche grado, e allora mi fermo davanti ad un banchetto e vedo tra la nebbia del mio alito l'immagine del Sole e mi si scalda il cuore, solo che non era il Sole ma un Sole e, più precisamente, un Sole di Veronelli. Era la Toscana, era la Maremma, era Capalbio. Era Il Cerchio
Io ero lì per assaggiare, lei era lì per far assaggiare. Intesa perfetta. Parto con una discreta-ma-nulla-di-più Ansonica 2012, poi un Sangiovese 2010 che si, beh, insomma. E poi andiamo verso il Sole (dell'avvenire). Tinto Alicante 2010. Che tutto Alicante non è, ci mettono anche un 15% di Sangiovese, ma non importa. Che il Sole l'ha preso con l'annata 2009, ma non importa. Importa quel bicchiere lì, il 23 marzo 2013 alle 5 del pomeriggio che sarebbero potute essere le 5 del mattino e l'alba (per me) di un nuovo grande vino. Un grande vino anche a 10°C nel bicchiere e fuori quasi la neve. E, nei mesi dopo, un grande vino in qualsiasi condizione. Un vino opaco, scuro, violaceo. Un vino/uva che se ne sbatte dei 16 mesi in tonneaux di rovere e tira fuori il suo caratterino, e certo, ceste di frutta e speziature extra-legno, ma anche note animali non grevi, note che completano e allungano il quadro aromatico, che indirizzano uno spettro aromatico verso la complessità naturale, dalle parti del Rodano, un Cornas di Allemand in versione ultra-sudista. Un vino tannico, maschio, potente. Dinamico, cangiante, nerboruto. In equilibrio dolce/amaro come pochi a queste vette di consistenza. Un Sole, di Veronelli e di tutti, da guardare senza bruciarsi gli occhi. 
Perché, qualche volta, Io sto con gli Ippopotavini: 94/100.

P.S.: Bud & Terence li trovate nei migliori cinema enoteche a meno di 15 €. Viva, come si dice, il nazional-popolare.

Nota 1i vini cosiddetti base che spesso costituiscono la vera fonte di reddito di un'azienda ed anche una sorta di biglietto da visita, quelli in cui concettualmente "Ci si fanno meno seghe mentali" come ebbe a riassumere un produttore tempo fa, vini che altrettanto spesso danno la paghetta alle varie Riserve e Selezioni puntando forte sulle loro armi, l'equilibrio e l'immediatezza, la semplicità non semplicistica.
Nota 2: una tradizione mai morta e che, se avete il naso da tartufo per la qualità, può riservare eccellenti sorprese e produrre un rapporto qualità/prezzo da paura. Una tradizione che agli albori del mio contatto col vino, quel buffo periodo degli assalti alle enoteche e ai ristoranti, sfiorai in una delle cattedrali d'allora, l'Osteria Del Povero Diavolo a Torriana che, allora, era davvero un'osteria e non lo chiccoso ristorante di adesso, dove Fausto, il patron/oste-che-più-oste-non-si-può, mi stappa un Montepulciano D'Abruzzo 1990 di Valentini e me la lascia sul tavolo e dice che prima dovevo assaggiare una cosa sfusa, così, come aperitivo, e mi porta la carraffetta de' coccio e mi versa 'sto bianco e io Cos'è? e lui Bevi, ed è buono buono buono e allora mi dice che è un Trebbiano e io sto per cantare Romagna mia e lui dice che è, ovviamente, il Trebbiano sfuso di Valentini ottenuto attraverso una specie di pellegrinaggio a Loreto Aprutino. Ecco che il concetto di sfuso si illuminò di una luce diversa. 
Ah. Se passate da Faenza e più precisamente da Sarna, fermatevi da Paolo Francesconi, girate le vigne, visitate il garage/cantina, comprate le bottiglie, ma non dimenticatevi di farvi riempire qualche tanica di Albana e Cabernet Sauvignon sfusi. Così, per restare nell'attualità.

venerdì 13 gennaio 2012

poderi sanguineto UNO e DUE montepulciano forsoni

Rosso di montepulciano Doc 2009, Poderi Sanguineto I e II di Dora Forsoni, Montepulciano (SI).
 

Curioso come una scimmia lo apro e
scivola come seta e manda vampate di aromi
come una drogheria di una volta.
Quelle che tenevano la porta aperta davanti alla primavera.
I profumi spingono come ciclisti gregari in fuga
e il vino va avanti sempre più affondato nell’aria.
Ricco, ridondante.
Snello e vivace.
Scende elegante, decolla.
E assapori il soffio di liquerizia, di viola, di ciliegia, di cuoio, di afrore coloniale.
Di frutti così intensi che stordiscono.
Moderno e antico.
Lucido e fluido.
Caldissimo e senti il ventilatore ronzare immenso dal soffitto esausto.
Così buono che ti chiedi cosa potrà mai essere il Nobile e il Nobile riserva.
E non hai il coraggio di aprirli.
E’ un mondo adulto si sbaglia da professionisti.
Bonne degustation


Luigi

*Il testo è ispirato più o meno liberamente a “Boogie” di Paolo Conte.
Bevendo sentivo ossessivamente le note della canzone ritmata, ipnotica, terribilmente agè, così fuori moda da diventare icona.
**cuoio e afrore coloniale sono concessioni poetiche.
***scrivendo poi è comparsa una seconda canzone che mi ha ipnotizzato “Butterflies drowned in wine” di Smog ambienti lunari e dissoluzioni nel nulla esistenziale in salsa boogie.