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lunedì 7 ottobre 2013

Primofiore 2001, Quintarelli. Di Niccolò



Alla scoperta di uno stile, poi si scopre il terroir.

Attacco morbido. E l'apice della maturità sembra già trascorso da un po', ma era una vetta di tutto rispetto. Il legno è scomparso fra le pieghe di uve e luoghi che nel bicchiere arrivano, da giovani, con livelli di vinosità insopportabili, ma poi nel tempo conservano l'integrità dell'uva pigiata. Le morbidezze si riscattano nella salinità e in un tenore acido che, seppur un po' sottotono, risponde all'appello. Ci leggo un anno un po' caldo, ci vedo luoghi immaginati, colgo uno stile alchemico del far vino, comune ai grandi. Fresco, infine, nonostante questi imbrigli, si beve fra cenni ancor verdi, zic di peperoni e quel che di dolcino che nella sua misura trova il metro della tecnica. Terra e radici quasi di liquirizia accompagnano un sorso confortevole, generoso, che parla di terra e tradizione oltre che di maestria e vocazione. Alcool accogliente e fresco. Erbe medicinali.
Il profumo è tutt'uno col sorso, e se l'obiettivo era scoprire per la prima volta Quintarelli, la sensazione è di aver scoperto un paesaggio.

3 commenti:

  1. Gran bel post.
    Non ho ancora osato provare una bottiglia di Quintarelli, ma penso sia giunto il momento.
    Tu hai il dono di dare la precisa sensazione di quello che ci si può aspettare da un vino.
    E non è semplice.

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    1. Grazie Daniele, questo complimento scritto da te mi riempie di contentezza.

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