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mercoledì 10 luglio 2013

Prosecco Gatti. Così è (anche se non vi pare).


La calura estiva è ormai arrivata e m'invoglia sempre a stappare qualche bollicina fresca.
L'altro giorno è toccato perdere il tappo ad un prosecco di cui ho spesso sentito vociferare nel marasma del web. E mi vien da pensare che potrebbe dividere facilmente le masse.
Prosecco surlie/colfòndo che l'autolisi dei lieviti indigeni non sboccata presenta nel calice opaco, poi velato, poi torbido, in questo crescendo di poca trasparenza che ti fa malinconicamente capire che la bottiglia volge al termine.
Già questa visione potrebbe far vacillare qualcuno e lasciare sguardi diffidenti.
A me la torbidità attrae perché mi dà l'idea di materia, di sostanza.
E' però il naso la barriera preconcettuale più ostica da superare. Una piccola dose di acidità volatile miscelata ad una leggera riduzione propone odori non proprio da serata di gala. Mentre la nota di zolfo sparisce in uno sniff con un minimo di areazione la volatile è più duratura, finché da sotto riescono comunque ad emergere note floreali, di agrumi, di pera.
La bocca lo rivela schietto, teso, vibrante, vivo, e quell'acidità che svolazzava prima ne corrobora la beva accrescendone la freschezza. Materico, succoso, con un pizzico di amarognolo d'agrume. Umanisticamente parlando è un vino di carattere, di grande personalità. Non si vende a pratiche ruffiane, non si piega al volere ed alle mode, non cerca consensi, questo vino è così, sincero, genuino, piace o non piace.
La mia bottiglia è finita in una sera e se potessi la tornerei a riempire. Sicuramente io apprezzo certe tipologie, ma....provatelo anche voi, poi mi dite. ;)

venerdì 11 maggio 2012

prosecco gatti 2010

Azienda Agricola Gatti, Prosecco 2010.



Il prosecco nel 99% dei casi deve il suo frizzo tanto gradito ai consumatori, alla tecnologia enologica ed alimentare.
Vasche inox termocondizionate, impianti isobarici, nutrici, impianti frigoriferi, filtri brillantanti.
Lieviti secchi e filtrazioni e chiarifiche.
Tutti impianti costosi e energivori.
Tutte tecniche di cantina piuttosto invasive.
Faccio fatica a far rientrare vini così nella categoria dei vini di territorio.
Problema mio, di sicuro, lo sapete sono stolido e reazionario.



Ebbene questo Prosecco, invece, è figlio della terra e dei vignaioli che lo producono.
E’, a suo modo etico, perché viene prodotto in vasche di cemento senza controllo delle temperature, senza inoculo di lieviti secchi selezionati, non viene chiarificato né filtrato e la rifermentazione avviene in bottiglia.
I lieviti della seconda fermentazioni sono lasciati dentro, “sur lie” appunto.
Sorrido pensando all’energia incontenibile e iconoclasta di Carolina Gatti e i suoi, adorabili, comportamenti anticonvenzionali e il suo esercizio quotidiano della coerenza e della sincerità.
Ama il suo lavoro, i suoi vini e la sua terra.
E nei vini si sente questa forza.

Carolina Gatti

Ben fresco di frigo versatelo in calici ampi, quelli da rossi van bene.
Oppure proverei a scaraffare piano piano per non sgasarlo.
E poi un leggero sulfureo diventerà un gradevole fumè.
Arrembanti profumi vegeto-linfatici e citrici diventeranno sempre più pompelmosi e avvolgenti.
Bucce di agrumi amari su un corpo fresco e dritto.
Salgemma in bocca e limone.
Secchissimo senza residui zuccherini.
Buono, molto lungo, saporito, da sgargarozzarsi in compagnia.
Ottimo anche il 2008 da Magnum, segno che c'è materia anche per gestirne l'evoluzione.

Molto buono anche il Raboso 2009, vino da lardo come dice Carolina, secchissimo, profumato, di un’acidità graffiante e ammaliante.

Incredibile il blend di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, campione da vasca servito da una bottiglia di plastica, il contrasto fra il trash del contenitore, l’incontenibile parlata di Carolina e la bontà celestiale del vino mi ha condotto ad un passo dalla sindrome di Stendhall.
Vittorio Rusinà ed io soffochiamo di risate al solo ripensarci.
Bonne degustation

Luigi



sabato 27 novembre 2010

franciacortadocgsatenchardonnayenricogattierbuscobrescia

Carissimi
Dopo la cena a base di Champagne e Foie Gras ho avuto delle derive scioviniste, quindi sono sceso in cantina e ho lungamente spulciato tra le riserve spumantistiche (ahimè sempre più scarne) tricolori.
Ho prelevato con un certo imbarazzo e dispiacere l’ultima bottiglia di Franciacorta docg Satén 2004 di Enrico Gatti, Erbusco (BS).



Degorgement gennaio 2008.
Salgo in casa, i salatini erano pronti, stappo senza botto, bottiglia inclinata, tappo perfetto conferma mia figlia (due anni e mezzo e una esperienza da sommelier scafato), drop stop (io, confermo, sono un pervicace fautore dell’attrezzo in questione).
Verso, spuma non abbondante, perlage fitto, colore intenso giallo paglierino, uno spettacolo, naso di fascino, complesso, non lievitoso ma vino sul serio, minerale, profondo, fresco.
I quasi tre anni di separazione dai lieviti gli hanno giovato e non poco, si è evoluto con sicurezza assumendo colori e profumi adulti.
Per essere un Satén di solito giocati sulle morbidezze a cominciare dalle bollicine (pressione inferiore 4,5 atm), dal vitigno Chardonnay che ha geneticamente dei componenti aromatici che terziarizzano verso profumi vanillo-burrosi e dalla latitudine di produzione era ancora incredibilmente fresco, secco, giovane con una struttura ossuta ma importante giocata su binari paralleli di asperità organolettiche e vaghe promesse di morbidezza.
Minerale, leggermente lievitoso e agrumato in bocca snello, sapido e sgrassante, ricorda la Francia.
Bravo Enrico.
Peccato fosse l’ultimo.





Note di produzione dal sito aziendale:
costo sui 18 euro.
100% Chardonnay
Vinificato al 50% in fusti di legno usati e 50% in acciaio 6 mesi di permanenza sulle fecce.
Presa di spuma dalla primavera dopo la vendemmia per almeno 36 mesi e tre mesi di bottiglia dopo il degorgement.
Nessuna notizia sul dosaggio del liquer d’expedition.


Luigi



mercoledì 10 novembre 2010

c'è post per te

C’è post per te
Se viene a cena una/o che beve solo bianchi d’annata leggeri e secchissimi?
Il giorno prima postatele/gli questo testo, forse non cambierà idea ma probabilmente non lo/a dovrete più invitare, gli “esperti” si seccano ad essere contraddetti.

Carissime,
la mia predilezione è per i vini bianchi, per cui ogni volta che gli amici enotecari mi dicono che fanno fatica a venderli non di annata e che la vendita di splendide e tonificanti bollicine si interrompe a gennaio, rimango perplesso e vagamente contrariato.
Il giusto atteggiamento sarebbe “non bere vini d’annata” (ad esclusione dei novelli e dei frizzanti naturali dolci, anche se certi moscati evolvono positivamente nei due anni successivi) perché:

1) possono essere organoletticamente sbilanciati per non avere ancora smaltito a livello bio-chimico i traumi della produzione e del trasporto.
2) anche chi usa poca solforosa la adopera proprio in fase di imbottigliamento per stabilizzare il  prodotto durante lo stoccaggio, il trasporto e la vendita. La solforosa dà forti emicranie che la permanenza in bottiglia mitiga (attenti ai Sauternès hanno quantità mirabolanti di solforosa).
3) anche vini apparentemente semplici, con un minimo di affinamento in bottiglia accrescono lo spettro aromatico e lo complessificano unendo ai profumi e ai sapori frutto-floreali, degli inizi di terziarizzazione con accenni minerali e/o speziati.
4) negarsi la sorpresa e la gioia di aprire un cotes de Bourdeaux bianco (Sauvignon e Sèmillon) vieilles vigne del 1999 perfettamente integro con acidi e profumi nel posto giusto, fresco e complesso e minerale e dannatamente giovane al punto di credere di aver perpetrato un infanticidio.

Natale sta arrivando e vi consiglio di regalarvi e regalare delle bottiglie o meglio dei Magnum (l’affinamento è migliore se la dimensione del contenitore è grande) di vino bianco che aprirete come minimo il prossimo anno, meglio ancora se le dimenticherete in cantina per un paio di anni o più.
Come scegliere le bottiglie migliori per goderne in futuro? un rapido vademecum.

1) Selezionare vitigni con propensione all’invecchiamento e non sono pochi: Chardonnay, Sauvignon (Loira e Bordolese), Pinot nero e meunier (vinificati in bianco negli Champagne e nei metodi classici), Pinot bianco, Chenin Blanc (Loira), Riesling, Sylvaner, Timorasso, Ribolla, Friulano (Tocai), Garganega (Soave e Gambellara), Lugana, Verdicchio, Pecorino, Trebbiano d’Abruzzo (Bombino), Vernaccia, Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Carricante, Grillo, Moscato d’Alessandria (zibibbo), Moscato Bianco di Canelli.
Sappiate che ne ho dimenticati tanti e che gli stessi sopra elencati concorrono non solo singolarmente ma anche in blend di grande interesse.
2) Se il produttore fa una versione base e una selezione o una riserva… prendetene una per, non è detto che minor costo minor soddisfazione. Le riserve dovrebbero invecchiare meglio anzi quelle di alcuni produttori, spesso sono tanto deludenti nei primi anni, quanto inebrianti durante la maturità.
Alcuni fanno un solo vino e ci liberano dal dubbio.
3) Comprate sempre due o tre bottiglie per seguire l’evoluzione del vino nel tempo e non abbiate paura ad eliminare dalla cantina produttori anche di blasone se non vi piacessero i loro prodotti, beviamo vino non etichette.
4) Non fatevi illudere dai bianchi con passaggi in Barrique spesso sono tutti uguali: miele, vaniglia, dolcezze e glicerina, il retro di una pasticceria. Forse invecchiano ma non evolvono.
5)  Puntate su vitigni, regioni, nazioni emergenti se siete accorti potrete costituirvi una cantina di tutto rispetto con poca spesa, il bello dei vini bianchi è che hanno un rapporto qualità prezzo decisamente sbilanciato a favore della qualità.

Non fatevi mancare uno Jerez Manzanilla Fino.
Non fatevi mancare uno Champagne Blanc de Noir.
Non fatevi mancare un Marsala superiore.
Non fatevi mancare i bianchi Friulani della novelle vague, sembrano immortali.
Non fatevi mancare  un Riesling Alsaziano, uno Tedesco (Rheingau o Nahe) sono immortali.

L’unica certezza è che raramente rimpiangerete di aver aperto una bottiglia troppo tardi, sarà sempre il contrario.

L’unico avvertimento che mi sento di dare è che in questi ultimissimi anni alcuni produttori sono ritornati ad una vinificazione dei bianchi con macerazioni a temperatura ambiente, anche prolungate, fermentazioni con lieviti indigeni, sosta sulle fecce; tecniche da vini rossi ma mentre in questi gli effetti di eventuali esasperazioni sono compensati da una naturale robustezza dei mosti-vini, molto ricchi di antiossidanti naturali e tannini. I vini bianchi (direi gialli quelli che nascono da queste tecniche) più fragili hanno capacità intriseche minori di resistenza, per cui la sensibilità del produttore è fondamentale, bisogna interrompere le macerazioni al tempo giusto, valutare e seguire le temperature di fermentazione (molti volutamente non le controllano), travasare nei tempi giusti.
Altrimenti il rischio (in realtà duplice perché in questa fase i produttori lavorano per affinare le tecniche, noi consumatori per affinare il gusto e adattarlo ai nuovi vini) è di avere nel bicchiere liquidi con colori forti dal giallo paglierino carico all’ambra, con profumi intensi ma scontrosi, marcati dalla volatile (acido acetico) e dai profumi ossidativi, rudi anche in bocca, tannici (con tannini amari e persistenti mutuati dalle botti).
Quindi anche nell’ipotesi che siate voi quelli sbagliati (quantomeno in ritardo di preparazione), assaggiate e valutate ogni vino, in particolare quelli più “naturali” soprattutto se ne volete comprarne una cassetta.
Vi dovete sicuramente abituare a profumi e sapori un po’ diversi, meno freschi e più “cimiteriali”, fiori appassiti e secchi, frutta molto matura in particolare scorza di agrumi amari, erbe officinali, macchia e pineta mediterranea con sentori di resine e spezie, fieno ed erba secca. Vini che possono reggere l’abbinamento con carni bianche e formaggi non troppo stagionati.

Produttori di bianchi della nouvelle vague di cui ho assaggiato i vini:
Nino Barraco grande il Grillo e lo Zibibbo, Marsala (TP);
Salvo Foti  con il vinu Jancu, Randazzo (CT);
Frank Cornelissen con il Munjebel, la Solicchiata (CT);
Skerk con la Malvasia Istriana e il Sauvignon buonissimi, Duino Aurisina (TS);
Ronco Severo con il Ronco Severo bianco, Prepotto (UD);
Camillo Donati con il suo Sauvignon frizzante, Arola (PR).

Produttori di bianchi tradizionali che mi hanno dissetato in questi anni:
Piero Cane con il Marcalberto, S. Stefano Belbo (CN);
Enrico Gatti con i suoi Franciacorta, Erbusco (BS);
Collestefano con il Verdicchio di Matelica, Castelraimondo (MC);
Fattoria San Lorenzo con il Verdicchio dei Castelli di Jesi Vigna delle Oche, Montecarotto (AN);
Monte Tondo con i suoi Soave, Soave(VR);
Torricino con i suoi Fiano di Avellino e Greco di Tufo, Tufo (AV);
Pietracupa con i Fiano di Avellino e Greco di Tufo, Montefredane (AV).


Abbinamenti consigliati: Tonno di coniglio con crostini caldi e un metodo classico Marcalberto di P.Cane.
Un classico sotto Natale il bloc de Foie gras e un passito tipo il Sauternes, il Caluso, il Grillo di Barraco.
Per gli amanti delle ostriche provate l’abbinamento con un Jerez Manzanilla Fino.
Un Sauvignon di Skerk e caprini semistagionati.





Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi