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lunedì 5 maggio 2014

A proposito di vini pop

di Niccolò Desenzani

Vino pop dovrebbe essere un vino prodotto in numero non troppo esiguo di bottiglie e dal prezzo relativamente accessibile.
Giusto pochi giorni fa il Rosso di Valtellina di Arpepe si aggiudicava un premio di miglior vino pop in cima ad una corposa classifica di 50 vini stilata da Gazzagolosa (non chiedetemi oltre perché ignoro di cosa si tratti).
I top pop non possono che essere il miglior connubio fra prezzo e bontà, e con un certo livello di reperibilità. E mi trovo abbastanza d’accordo che statisticamente questo ottimo si aggira fra i 10-15 euro in enoteca*.
Proprio pochi giorni prima bevevo le annate 2010 e 2011 (la vincitrice) del Rosso di Valtellina con grande soddisfazione e godimento.
Poi nei giorni successivi mi son capitate altre due perle pop. Uno, il Foradori rosso 2008, forse un po’ datato per esser considerato reperibile, ma dal punto di vista dei numeri (90000 bottiglie) direi pienamente a cavallo fra artigianale e, diciamo, diffondibile.
L’altro, con le 25000 bottiglie, forse appena dentro ad un concetto di serialità pop, è il Pithos 2010 di Cos.





Il Pithos, vino simbolo dell’azienda di Occhipinti, cui si può ascrivere senza troppe remore un certo ruolo rivoluzionario nel contesto vitivinicolo dell’estremo sud est siciliano, è un blend di frappato e nero d’avola che ormai da tante annate nasce e matura in anfora.
Credo di averne bevute almeno tre annate e c’è senza dubbio uno stile e un filo conduttore nettissimo. Mi piace anche definire il Pithos un vino nordico, una sorta di terza via fra il Pinot Nero (Alsaziano?) e il Nebbiolo (Alto Piemonte?) prendendo a prestito dal primo l’acidità e sentori selvatici e un'idea di carne e pellame, dal secondo un sottile tannino dissetante e una bella freschezza elegante. Da entrambi il medio corpo. Un vino che ho sempre trovato buono, ma forse un po’ semplice, non esattamente tridimensionale.
Il 2010 parte a due dimensioni su un livello di acidità molto marcata. E il timore è che resti così, come un tratto calcato nel quadro gustativo. E invece inizia presto a lavorare in profondità, costruendo una vera e propria struttura dove troveranno appiglio le caratteristiche più saporose del vino. Infine si avrà un bel sorso appagante e si rischierà la beva compulsiva.
Aggiungo che è un vino che coniuga bene una notevole precisione con alcuni sentori più selvatici che una mano gentile e poco invasiva lascia parlare apertamente.






Del Foradori che dire?
Vino da uve teroldego, fatto rivedibile, non so perché. Trovo nel bicchiere una materia scura e di buona consistenza. Naso molto compatto di fruttini e tabacchi, idea bordolese; ben risolto. In bocca succede quel che non mi aspettavo. Acidità perfetta su un corpo rotondo ben bilanciato. Sorso piacevolissimo e avvolgente. Leggermente balsamico e a tratti pizzicante. Il sapore dà una soddisfazione completa, lasciando che siano i sensi a dedicarsi a recepire il vino, senza pensieri.


*Esistono vini straordinari a cifre molto inferiori, ma il ragionamento è statistico. E da un vino pop mi aspetto un certo livello di visibilità.

7 commenti:

  1. Son 2 vini che mi piacciono moltissimo. Il Foradori si trova facilmente in tutte le bottiglierie ed enoteche e, molto spesso, come unica referenza dell'azienda.
    Una sera, tornando dal lavoro, mi venne la voglia di teroldego. Avevo almeno 5 produttori in testa, tra cui Foradori. Degli altri 4 non trovai traccia quindi fu scelta obbligata ma molto piacevole (come sempre con i vini di Elisabetta).
    Due belle bevute Niccolò!

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    1. Sono perle enoiche in grado di colmare la distanza tra vino "naturale" e vino "convenzionale". Foradori non ho idea se sia reperibile bene ovunque; mi sono basato sulla produzione che è abbondante. Di sicuro i vini di Occhipinti ancorché non con grandi numeri, sono molto riconoscibili e mi pare ben distribuiti; e ognuna delle etichette parla di territorio in modo comprensibile e mai banale.

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    2. Splendida giornata ieri proprio in cantina Foradori con verticale delle 5 annate dello Sgarzon fermentato su anfore.
      Nel discorso a ruota libera di Elisabetta è emerso che proprio Occhipinti l'ha "convinta" a partire con le anfore.
      Sicuramente 2 aziende che si spingono "oltre l'ostacolo" per caratterizzare i loro vini.

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  2. Concordo al 100% sia su Arpepe che su Cos... due cantine che apprezzo molto - di Foradori attendo di poter provare qualcosa.

    vedi: http://www.gastrodelirio.it/fabio-riccio/sassella-stella-retica-riserva-2006-arpepe/2014/02/

    Saluti ad un sito "fratello" (colpevolmente da poco scoperto...)

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    1. Ho parlato del Rosso di Arpepe in queste pagine di recente, del millesimo 2010, e sono molto d'accordo con il tuo post. Bevuto e goduto l'altra sera anche il Rocca de Piro dello stesso anno. Bello l'aneddoto su Francesco che invita a bere Arpepe!

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  3. Emanuele Annibali5 maggio 2014 20:41

    Giovedì scorso ho aperto una bottiglia di Pithos 2010, mentre a Marzodurante la vacanza in Sicilia, ho bevuto il Cerasuolo di Vittoria 2008, il fratello del pithos che non fa passaggio in anfora. Devo dire che la tridimensionalità di cui si parla nel post l'ho trovata nel secondo (al netto di due anni di invecchiamento in più) che mi è piaciuto davvero tantissimo, mentre al primo è mancato quel qualcosa che me lo facesse apprezzare appieno.

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    1. Capisco quello che dici. Il Pithos è sempre un filo stentato, timido. Però è anche un vino vivo che un po' alla volta nel bicchiere progredisce e, seppur rimanendo a voce bassa, tira fuori sempre qualcosa. Il Cerasuolo è un vino più pronto e sicuramente parla più chiaro e luminoso, anche se è un po' che non lo bevo. Come dicevo tutti i vini di Cos dicono un pezzo di quella Sicilia. Grazie Emanuele, è un piacere che tu sia passato al bar!

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