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lunedì 14 maggio 2012

Prezzo sorgente e vendita diretta: un’ennesima riflessione di Niccolò Desenzani

Ho forse, per il momento, esaurito la carica di idee di decostruzione della teoria della degustazione. In realtà ho tanti abbozzi in mente e ultimamente si è affacciato un collegamento con la mia vita precedente di indagatore di teorie della probabilità, che spero sbocci in qualcosa di articolato. Per ora mi godo quella sensazione che iniziai a provare in tarda adolescenza, quella dell’unità dello spirito: quell’impressione che il nostro intelletto si declini in tutte le sue manifestazioni in coerenza con alcune sue caratteristiche primarie e inevitabili.


Jimmie Savage e Bruno de Finetti, Bressanone 1961

Ma quel che mi sta stupendo maggiormente in questo periodo è il riaffacciarsi di un interesse per la politica, in senso ampio, ché la mia ignoranza sull’attualità è abissale, e i grandi temi dell’ecologia e dell’economia.
Questi due temi trovano nel vino una radice da cui svilupparsi e uno specchio, che stupisce per quanto ne possa suggerire una chiave interpretativa.

Il vino è un laboratorio di idee.

Ne sono testimonianza tanti blog, che sconfinano volentieri verso argomenti i più disparati, ma in particolare questo, dove Luigi Fracchia sta gestando un pensiero molto interessante sulla realtà in cui viviamo, e vivremo.

E’ di qualche settimana fa la pubblicazione di una lettera firmata da un po’ di enoteche milanesi, in cui viene richiesto ai produttori di non vendere il vino a un prezzo dissimile da quello che si realizza in enoteca.
La discussione si è accesa parecchio quando Filippo Ronco ha deciso di pubblicare un post in cui con forza diceva che l’iniziativa era quanto meno anacronistica. La disintermediazione è un fatto dell’oggi e resistere in modo reazionario è un errore. Posizione abbastanza simile a quella espressa da Giampiero Nadali sul suo blog, che lucidamente metteva in evidenza che il cliente reale oggi ha a disposizione un ventaglio di modalità di acquisto del prodotto e un tentativo di uno fra tanti attori del mercato, l’enoteca, di alterare unilateralmente le condizioni di libera concorrenza e di formazione del prezzo, arriva tardivo.
Il dibattito si è sviluppato e fra i favorevoli alla richiesta della lettera si sono schierati anche dei produttori, sostenendo, in buona sostanza, che per loro è molto importante che il prezzo del proprio vino sia ben determinato in funzione della principale filiera attraverso la quale arriva al consumatore finale. Creare delle forti asimmetrie di prezzo su filiere differenti non può che indebolire quella di riferimento, creare un’ambiguità sul valore del vino e confondere il cliente finale.
I consumatori appassionati vorrebbero premiato il loro tempo impiegato per recarsi dai produttori con prezzi quantomeno favorevoli rispetto a quelli sotto casa.
Da notare che esistono enotecari con opinioni diametralmente opposte a quelle espresse nella missiva.
Comunque recapitare una lettera in carta bollata al Cavalier Lino Maga di Broni (all’attivo oltre 50 vendemmie e un passato di battaglie) in cui gli si chiede si vendere in bottega, praticamente a casa sua, al prezzo imposto dalle enoteche milanesi ha quanto meno il sapore del cattivo gusto (vedi questo post).


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Non voglio più che tanto addentrarmi nei termini di questa discussione, ma ricordare (anche a me stesso) che intorno al “prezzo sorgente” si giocano, oltre a contrastanti idee sul commercio, questioni più profonde che riguardano il recupero del rapporto con la terra, la valorizzazione del vino, la “fiducia tra produttori e consumatori”, “l’etica della responsabilità e della cooperazione” (il virgolettato è perché cito testualmente le parole di Luigi Veronelli) e non ultimi due aspetti molto attuali: la trasparenza dell’informazione e le vie di uscita dalla crisi.

Ogni volta che si parla di prezzo sorgente c’è qualcuno che se ne esce con cose del tipo “la definizione di PS è problematica”, “dobbiamo capire cosa si intende” etc etc.


Luigi Veronelli (da artestampaweb.it)

Veronelli nella sua proposta programmatica lo definiva in questo modo: ”E’ il costo al quale il produttore vende la sua pasta, il riso, il vino, l’olio, qualsiasi alimento, sia naturale, sia manufatto, con l’indicazione, sulla confezione, del prezzo al quale è disponibile a venderli al consumo diretto.”
Quindi il PS di Veronelli era sia un valore monetario attribuito a un prodotto venduto direttamente al cliente finale sia la scelta di apporlo sulla confezione. Una definizione dunque, la sua, che conteneva già un’azione. Potremmo definirla sovversiva, e il senno di poi ce lo confermerebbe. Perché da quel lontano 2004 qualcuno ha provato a seguire il programma veronelliano, ma infine ha desistito, forzato evidentemente dagli altri attori della filiera.

La definizione del prezzo “come quello a cui è disponibile a vendere al consumo diretto” lascia la libertà al produttore, e quindi potrà di volta in volta coincidere con un prezzo più affettivo che razionale se si tratta di un vignaiolo artigianale con una distribuzione ridotta. Il prezzo che nel suo intimo, con la sua esperienza, con i suoi valori il contadino vuole ricevere per la sua opera di alto artigianato. Un produttore di grandi dimensioni difficilmente potrà esprimere un prezzo in modo così soggettivo e libero come invece può permettersi un artigiano. Semplicemente perché oltre certe dimensioni prevale la logica del bene dell’azienda sopra ogni altra. E se il prodotto nasce in modo industriale, allora il prezzo seguirà delle logiche di mercato. Analogamente se il prodotto nasce già in vista del mercato.
Un’ambiguità di questa definizione è che dà per scontato che il produttore abbia un unico prezzo di vendita. Ciò non è sempre vero ed è qui che il discorso si riallaccia con quello del prezzo da applicare nella vendita diretta ai privati.

Sull’opportunità di renderlo pubblico forse oggi basterebbe che lo sia sul web. Dal momento che il prezzo può variare in funzione di tantissimi parametri, metterlo in etichetta comporterebbe dei problemi pratici non indifferenti (vedi questo “storico” intervento di Gian Paolo Paglia).



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Quindi infine mi concentro su due questioni, che appaiono legate fra loro: se rendere pubblico un prezzo sorgente, inteso come primo prezzo, unico e ben definito, se applicarlo nella vendita diretta in cantina, rendendolo verificabile da chiunque.

La lettera degli enotecari, oltre ad avere un intento di autoprotezione, vorrebbe da una parte consolidare un prezzo di riferimento (quale? Visto che fra le enoteche ci sono spesso grosse differenze), dall’altra nascondere l’informazione e nello stesso tempo negare una dignità alla vendita diretta a prezzo scevro dei costi vivi aggiunti dalla filiera a valle.

Nascondere l’informazione sui prezzi delle cose è vantaggioso solo per chi quei prezzi li conosce.

Una delle argomentazioni contro l’introduzione del prezzo sorgente alla Veronelli, che all’inizio sembra quasi convincente, ma poi se uno ci pensa su si accorge che è terrificante, è quella che poi il cliente finale confrontando il prezzo pagato con quello sorgente giudicherebbe l’onestà del venditore sulla base di opinioni soggettive, cioè se per lui il ricarico è troppo esoso. E allora ognuno avrebbe il proprio criterio e quindi verrebbe ingiustamente messa in discussione la reputazione del venditore. Analogamente farebbe arrabbiare tutti gli intermediari i cui ricarichi trasparirebbero.
Questo è un ragionamento che fa comodo solo a chi vuole arricchirsi indebitamente, perché a ben vedere se fossimo abituati a una trasparenza dei prezzi, avremmo la capacità di capire il peso e l’importanza dei vari passaggi della filiera e daremmo per scontato che imballare e sballare, trasportare, cercare, scegliere, promuovere, raccontare, immagazzinare, mescere, vendere un vino sono tutte cose che hanno un costo.

Se fossimo abituati alla trasparenza, volendo fare un’analogia con l’attualità, saremmo in grado di capire che far politica ha dei costi che in realtà sono pubblici e si possono consultare. E non ridurremmo la questione del finanziamento a un confronto ideologico ignorante i costi che ci sono, ci devono essere e in altri paesi, dove la classe politica gode di buona reputazione, sono anche molto più elevati dei nostri. Vedi questo post di Sergio Boccadutri.

Una filiera del vino senza vendita diretta a prezzo sorgente dovrebbe rafforzare le filiere indirette, ma in realtà non aiuta a rendere apprezzabile il lavoro di intermediazione e indebolisce il legame fra produttore e consumatore.

Si può obiettare che il produttore attraverso il web ha la possibilità comunque di mantenere un rapporto diretto con il consumatore. Questo è innegabile. Tuttavia poter comprare, quando ne abbiamo il tempo e la possibilità, direttamente all’origine, a un prezzo sorgente vantaggioso rispetto alle altre filiere, è un’opportunità da un lato per rafforzare la fiducia e il legame con i produttori, per conoscere la nostra terra, le persone che se ne prendono cura, e tornare a un senso più originario del commercio, dall’altro per dare consapevolmente il nostro apprezzamento (economico e non) a chi, col suo spirito imprenditoriale, la sua esperienza e la sua capacità di selezionare, permette che i buoni prodotti siano reperibili a un palmo di naso.

In generale quindi il commercio diretto è uno strumento per un’economia più partecipata.

E se riscoprissimo che in ultima istanza è dalla terra che traiamo il nostro sostentamento ricominceremmo a capire che è da un rapporto diretto con essa che forse si deve ripartire per superare questa crisi che ci affligge.

Niccolò


Giuseppe Ratti (da italiastraordinaria.it)

21 commenti:

  1. Riabituarsi alla trasparenza è un atto non solo etico ma nell' attuale situazione economica anche politico.
    L'avidità e il suo modo arrogante e cieco di operare che è stata faro per molte realtà economiche ci ha portato di fronte ad un baratro, proseguire sarebbe da folli.
    Questo post è un contributo di valore su cui iniziare a riflettere, arroccarsi e difendere "vecchi" privilegi è un atto anti-economico se il proprio "sguardo" è rivolto al futuro.

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  2. La questione della vendita diretta é un pensiero costante per me in questi giorni: non solo e non tanto per il ruolo di mediatore che dovrò svolgere a Genova durante il "ring" dedicato a questo argomento in occasione della Vinix Unplugged Unconference.
    Non solo e non tanto per il mestiere che mi porta a essere attore della filiera, spesso giudicato da ignari come costo da abbattere.
    Soprattutto come consumatore e cittadino critico nei confronti di leggi di mercato che mortificano il lavoro di molti per la paura di perdere privilegi di alcuni.

    Sono molto d'accordo con quanto scrivi, spero di incontrarti a Genova per meglio dibattere il tutto.
    A presto.

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  3. @Vittorio Tu sai quanta fatica mi sia costato tenere insieme la razionalità e un pensiero sulla situazione e le scelte da tentare per uscirne. In definitiva qualche debolezza nel ragionamento resta, ma almeno spostiamo un po' il baricentro verso questioni meno battute in questo contesto. O almeno lo spero.

    @Giuliano Grazie: avere un conforto da te mi rincuora sul fatto di non aver detto troppe stupidaggini. La lunga elaborazione del post, che arriva dopo numerosi confronti, vuole lasciare una traccia di un'idea praticabile, più che di un ideale utopistico.
    Capisco come la questione possa diventare ossessionante, perchè io stesso, pur non avendo cambiato radicalmente il mio pensiero, ho trovato arricchimento di volta in volta dai ragionamenti coi quali ero in disaccordo.
    Penso che il "ring" genovese possa essere davvero un'occasione per approfondire ulteriormente. Grandi persone da entrambe le posizioni e un mediatore che è una delle menti più aperte del vinoweb!

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  4. Veronelli proponeva una azione giustissima, quella di indicare il prezzo alla fonte. Io trovo giusto sapere nel momento in cui acquisto un bene, quanto pago per un servizio. Io credo che il tema prezzi sia più legato alla transparenza che non alla filiera corta. Non è detto che la disintermediazione sia per forza un vantaggio perché spesso un produttore non sa e non può fare, far conoscere e vendere il suo prodotto. Ritengo però giustissimo sapere quanto pago i vari passi che portano il vino ( ma anche gli altri prodotti) fino alla mia tavola (mia o quella di un ristorante) perché ho il diritto di sapere e di decidere se davvero il servizio che mi offrono quei soldi li vale (oltre ovviamente a decidere se il prodotto li vale)

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  5. Oltre ad essere pienamente d'accordo sulla trasparenza dei vari passaggi della filiera, credo che anche eticamente non sia giusto che il produttore guadagni su costi che non sono stati sostenuti, quando vende alla sorgente. Segno di rispetto verso il cliente

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  6. il futuro è condivisione. a ciascuno secondo i suoi "impegni", per quanto estese possano essere le filiere. a ciascuno la sua redditività. va bene, l'ho detto. adesso possiamo almeno sorridere.

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  7. @Robji_M La difficoltà sta proprio nel cercare di mantenere legati i discorsi sul PS, quindi della trasparenza, e la vendita diretta, con la sua portata in termini etici e non. Ciascuna posizione presa separatamente è più facile da trattare. Ma se decidi che pubblicare un prezzo è cosa buona e giusta, devi poi definire quale prezzo. E se non fai una scelta netta e univoca, ti ritrovi con un dato pubblicato che non è più trasparente. Oppure ti affidi a un concetto di prezzo formato nel mercato, però devi essere conscio che non è un mercato perfetto, che non vale necessariamente la legge della domanda/offerta, che la trasparenza si perde e le rendite dovute ad asimmetrie informative sono dietro l'angolo.

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  8. @Andrea Il produttore, l'abbiamo detto tante volte, fa quello che gli pare e a buon diritto. E infatti io parlo di opportunità nella vendita diretta a PS. Se decide di non coglierla avrà i suoi buoni motivi, però la storia dei costi aggiuntivi del sevizio nella vendita diretta che motiverebbero un prezzo da enoteca, non sta in piedi.

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  9. Post magistrale degno della prosecuzione di quell'idea - che poi è un'esigenza - nata nei centri sociali e sposata da Veronelli, pregevole soprattutto il tentativo di parlare della cosa senza entrare nel dettaglio, quasi dall'alto, con una invidiabile visione d'insieme molto lucida e condivisibile.

    Riflettendo a mente fredda sulla cosa, credo tra l'altro che la trasparenza del prezzo alla sorgente potrebbe essere addirittura utile agli intermediari, in un domani spero non troppo remoto, per sottolineare il valore del proprio lavoro.

    Fil.

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  10. @Filippo Già! E' proprio quello che cerco di affermare. E proprio perchè conosco intermediari di altissimo livello professionale ed etico sono convinto che la trasparenza metterebbe il loro lavoro finalmente sotto una luce positiva. Tanto più che sono spesso loro a creare il famoso "valore aggiunto" e che il cliente finale che compra il vino è mediamente piuttosto evoluto.

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  11. @Paolo La condivisione e l'organizzazione dal basso credo che siano una delle poche risposte pratiche e praticabili alla crisi. E guarda caso funzionano anche grazie ai produttori che accettano di vendere verso nuovi soggetti e filiere. Il vino dicono sia bene superfluo, di lusso. Secondo me no. Si può vivere senza, certo; ma si può vivere anche senza i libri se è per questo!

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    1. E' proprio su questo concetto del vino "bene superfluo, di lusso" che alcuni ci giocano alla grande, il vino secondo loro deve avere alti ricarichi e giungere al consumatore finale oberato di "carichi" secondo me superflui ma che certo fanno comodo ai loro "avidi" portafogli.
      Il vino deve tornare ad essere considerato "nutrimento","alimento.

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  12. @Fil
    "(...)credo tra l'altro che la trasparenza del prezzo alla sorgente potrebbe essere addirittura utile agli intermediari, in un domani spero non troppo remoto, per sottolineare il valore del proprio lavoro."

    le stesse parole che ho usato sabato per raccontare a @cascinacarpini la mia posizione al riguardo :-)

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    1. Se non è telepatia questa! :)
      Ciao, Fil.

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  13. @Fil
    "(...)credo tra l'altro che la trasparenza del prezzo alla sorgente potrebbe essere addirittura utile agli intermediari, in un domani spero non troppo remoto, per sottolineare il valore del proprio lavoro."

    le stesse parole che ho usato sabato per raccontare a @cascinacarpini la mia posizione al riguardo :-)

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  14. @Niccolò e Filippo
    molti intermediari sono davvero il valore aggiunto di una bottiglia di vino, ma penso purtroppo, con un filo di pessimismo leopardiano, che sono troppi quegli attori che ci guadagnano ben oltre a ciò che offrono perchè si possa mettere in atto questa trasparenza. Spero vivamente di sbagliarmi.
    Io intendo il vino come "bene di lusso, superfluo" non perchè ritengo plausibili ricarichi esagerati, ma perchè penso che chi lotta per arrivare a fine mese è una cosa a cui, volente o nolente, spesso deve rinunciare. Poi per me rinunciarvi è un pò come mangiare una bistecca insipida, si mangia, ma bisogna vedere se è buona.
    @Vittorio
    Pienamente concorde con te che il vino debba essere considerato un alimento, ma credo anche che non tutti i vini in commercio ne abbiano le qualità.

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  15. Posto il presupposto che il vino è diventato bene di lusso (semplificando molto) per effetto del marketing rivolto, in passato, principalmente verso il mercato statunitense, poi nei roaring '90 questa visione ha colonizzato il continente europeo per mezzo delle denominazioni di maggior risonanza mediatica.
    Ebbene, io penso che il commercio diretto possa riportare il discorso dall'empireo teorico, spersonalizzante del marketing e dalla volgare iconografia enologica delle società di comunicazione alla terra, agli uomini e alla loro fisicità.
    Incontrare un vignaiolo ma anche (e forse ancora di più)un agricoltore, un pastore ci permette di comprendere che la terra è la fonte prima ed unica della nostra vita (sia alimentare sia industriale (non dimentichiamo che dall'editoria alla moda, dalla farmaceutica all'arredamento, moltissime se non la totalità delle materie prime sono di origine vegetale o animale)).
    Per cui è molto importante questo processo di scambio diretto e senza medium fra chi produce e chi consuma, non tanto per eliminare i buoni intermediari (che continueranno ad esserci nell'interesse nostro e dei coltivatori) quanto per operare un doveroso controllo e verifica delle fonti dei nostri alimenti.
    L'opacità produttiva e dei prezzi è sempre sinonimo di scarsa etica e gestioni truffaldine o mendaci.
    Quindi i vignaioli applichino i prezzi che credono alla vendita diretta ma rendano palese e verificabile il prezzo sorgente e visitabili i loro vigneti e cantine.

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  16. Mi piace questo post e avendone seguito la genesi mi era un po’ dispiaciuto quando Niccolò aveva desistito. Niccolò ha il merito di aver messo al centro del post la cenerentola di ogni questione economica e commerciale (e non solo): la trasparenza.
    Le teorie del prezzo nella storia dell’economia hanno fatto litigare e scontrari giganti, da Ricardo a Smith al buon vecchio con la barba. Insomma è una delle categorie più studiate. Per quanto la questione sia attuale e vicina al tema di questo blog basta citare Petty un economista della seconda metà del 1600. Nella sua teoria (assai primitiva guardando ai giorni nostri) Petty sosteneva che il prezzo di una merce dipende prevalentemente da due fattori originari, quantità di terra e lavoro…
    Poi vennero i mercati finanziari, poi arrivò la velocità delle transazioni e oggi ci troviamo con prezzi di beni immateriali che spesso e volentieri fanno a cazzotti con la realtà delle cose… (do you remember “bolle”?). Ma senza dilungarci.
    Credo che Veronelli – e come giustamente Fli ci ricorda, i centri sociali – abbiano avuto il merito di aver individuato (ahi quanto contano i nomi delle cose e quanto conta la comunicazione) un termine efficace e fortemente evocativo. Allo stesso tempo credo che la definizione di Veronelli sia troppo finalistica e non ci dica nulla di come quel prezzo si va a comporre. Saperlo ci è utile, proprio perché il prezzo sorgente, la diffusione della sua “pratica”, può innescare un meccanismo di trasparenza delle transazioni commerciali, e di valorizzazione del lavoro, da quello del produttore a quello della filiera.
    Ci provo, sapendo di poter sbagliare:
    E’ il valore assegnato ad un bene dal produttore contenente il margine di profitto per unità di prodotto.
    Cioè, considerando i costi di produzione, gli investimenti apportati e programmati, i costi commerciali etc .. (non mi dilungo) qual è l’aspettativa di remunerazione del proprio lavoro? Qui semplifico, ma si tratta di trovare un modello applicabile indipendentemente dalla dimensione aziendale. Ovviamente quella definizione di prezzo non può essere azzardata, anche perché il produttore se esagera si assume il rischio di non incontrare la domanda, di fare scorte con tutto ciò che ne consegue..
    Così definito quindi il prezzo sorgente è il prezzo che il produttore vende a qualunque operatore economico il suo bene. In teoria quella definizione ha in sé un rischio intrinseco, quello che il profitto potrebbe essere marginalmente scalfito dall’invenduto. Anche qui il produttore potrebbe decidere un prezzo sorgente per unità di prodotto e uno (minore) per quantità superiori, ma comunque sempre indipendente dall’acquirente.
    A questo punto sta alla sua organizzazione, alla sua volontà decidere se vendere in cantina, o anche su internet o affidarsi anche a un intermediario etc.. Ogni canale ha i suoi pro e i suoi contro. Ogni consumatore ha la libertà - in un sistema trasparente - di spendere quei x euro in più in enoteca, o fare un pieno e andare direttamente dal produttore e comprare una cassa di bottiglie ad un prezzo minore.
    Infine quando parliamo di queste cose dobbiamo avere la capacità di guardare anche oltre la nostra esperienza diretta e il nostro comportamento di “consumatori consapevoli”, quali presumo siano gli avventori di questo bar… In Italia, dati alla mano ( vedi qui http://www.inumeridelvino.it/2012/04/i-canali-di-vendita-del-vino-in-italia-nel-2011-indagine-mediobanca.html#more-9765 ), nel 2011 la GDO ha assorbito quasi il 43% (sebbene in calo sul 2010) nella penetrazione tra i canali di vendita, percentuali che si ribaltano a favore dell’Horeca e delle enoteche sui vini superiori a 25 euro… ma questa è un’altra storia, o forse no.

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    1. Solitamente in questo "bar" si parla di produttori che non possono/vogliono rientrare nei canali GDO, che non vendono via web e spesso essendo piccoli sono snobbati dagli stessi agenti che li rappresentano per cui mi chiedo come mai costoro non applichino prezzi sorgente alle vendite in cantina?
      Perchè come dice Niccolò nell'intervento qua sotto "disaccoppiare il prezzo sorgente dalla scelta di applicarlo ai privati nella vendita diretta è una rinuncia al canale più forte che lega il produttore al bevitore finale."
      La mia esperienza è che grazie a persone come noi (scusate se mi infilo) e i blog che gestiamo che si incrementa il "rumor" e la penetrazione virale di produttori che non potrebbero permettersi grossi investimenti pubblicitari.
      Mortificare i bevitori finali che hanno speso tempo e investito fiducia (spesso aprioristicamente, empaticamente) con prezzi da enoteca, credo sia il peggior investimento che possano fare, tanto quanto snobbare il web.

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  17. @Luigi Il senso etico a cui fai riferimento lo condivido in toto e mi sembrano chiare le motivazioni che lo infondono. E per nulla ideologiche, ma piuttosto scaturenti dalla constatazione della distanza fra noi e il nostro sostentamento materiale e dalle spesso enormi speculazioni che dominano i mercati, dove l'intermediazione diventa un bene essa stessa, un fine, più oneroso e più importante degli stessi beni intermediati (tradendo il suo significato etimologico ;-)).
    Ma disaccoppiare il prezzo sorgente dalla scelta di applicarlo ai privati nella vendita diretta è una rinuncia al canale più forte che lega il produttore al bevitore finale, che resta sempre quello dell'acquisto dell'artefatto.
    E secondo me il comportamento etico va incentivato nella pratica e il prezzo è lo strumento più semplice e nobile per farlo.

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  18. @gastrofanatico La tua definizione non fa una grinza. Il problema è che usando il termine profitto apri un vaso di Pandora. E' molto difficile calcolare i termini dell'equazione per definire il profitto.
    1) A detta di molti produttori è praticamente impossibile capire quanto è il costo unitario della bozza
    2) Il profitto atteso dipende dalla strategia commerciale, dalla filiera preferenziale e quindi il prezzo per realizzare il profitto che ti sei prefissato dipende da come e a chi vendi
    Nella determinazione del prezzo il produttore è costretto ad adottare criteri anche non razionali, magari tradizionali (so da mio padre che sapeva da mio nonno che vendendo a x, festeggerò la fine dell'anno col granaio pieno ;-)).
    Se la dimensione dell'azienda cresce, allora diventano un po' alla volta più chiari i criteri e infine se diventa un'industria i costi diventano quasi certi e il profitto anche.
    Secondo me è difficile eliminare questa progressione e trovare un metodo di quantificazione del "margine di profitto" che funzioni in tutti i casi.
    Una soluzione è fare come un Gravner. Prodotto eccezionale e prezzo sorgente 35 €. Ma non son mica tutti Gravner! Oppure come un Camillo Donati che sa cosa gli serve e quanto gli basta e tiene prezzi commuoventi con vini eccellenti. Ma non sono mica tutti dei Donati!
    Diciamo che nella mia visione vale tutto. Solo dimmi a quanto vendi come primo prezzo e quello sia.

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