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mercoledì 6 febbraio 2013

Fraoch Heather Ale, Williams Bros Brewing Co., Scotland



E’una Scottish Heather Ale prodotta con una antica ricetta scozzese.
La Scozia, scopro adesso, produce birra da circa quattromila anni e gli scozzesi per ragioni di reperibilità hanno usato come aromatizzante, antiossidante dei bouquet garni di erbe, in particolare l’erica che cresce spontanea nelle campagne invece del luppolo che fu reso obbligatorio per legge nel diciottesimo secolo.
Questa birra è prodotta con malti d’orzo e di frumento, il mosto caldo viene infuso nei fiori di erica sino a  raffreddamento e successivamente fermentato in vasche di rame.
Nel tentativo di alleggerire e impreziosire il dolce dei malti con l’acidulo e il fruttato invece che con il suo opposto, l’amaro.

Il risultato è una birra segnata dai malti in cui è prediletta la rotondità, la morbidezza, l’aromaticità fine delicata, la speziatura.
Erba sfalciata, linfa, fieni odorosi, camomilla, orzo e fiori e poi in bocca leggero caramello rinfrescato dal vegetale molto delicato e un po’ di amaro, ma molto poco.
Freschissima e glu glu.
Trascinante, fragrante, delicata ma complessa lontana anni luce dagli eccessi amarostici, quasi tannici delle luppolature molto generose.
Kampai

Luigi

lunedì 4 febbraio 2013

Munjebel rosso 8




Munjebel rosso 8
Un vino alla Cornelissen?
O un vino dell’Etna?
Da sempre mi divido su Cornelissen, anche se gli si deve l’onore di avere portato l’Etna all’attenzione di molti.
E adesso molti ci marciano su questa visibilità acquisita e su questa immagine di vino di montagna (i vigneti veramente scoscesi sono pochi e sono sopra i 700 m slm, la maggior parte sono su pendenze molto basse se non quasi pianeggianti).
Il vino del produttore alchimista istrionico e affabulatore, più che della terra e della vite mi ha sempre lasciato perplesso.
L’Etna poi è un mondo che non contempla l’uomo (sempre troppo piccolo e fragile per poter competere con il vulcano) al centro del territorio, la presenza umana è sempre precaria, transitoria in questo paesaggio antracite, col pennacchio di fumi là in cima a ricordare la fragilità umana.
Pensieri i miei che sono svaniti all’apertura del Munjebel 8.
Posso parlare, glassare di concetti, di interpretazioni il mondo ma sarà sempre il mondo, la vita a sorprendermi e mettere in crisi le mie metanarrazioni.
Questo nerello mascalese ha una forza ed espressività che mi ha colpito e mi unisco con Gil Grigliatti che lo ha definito come uno dei migliori vini Italiani.
Mentre Gil parlava,Vittorio ed io versavamo e bevevamo il sangue di Vulcano.
Kampai

Luigi 


domenica 3 febbraio 2013

Di miniblogging e piccoli produttori. di N.Desenzani


Negli ultimi giorni riflettevo su due fatti, apparentemente lontani fra loro e mi son tornate in mente due discussioni del web dei mesi scorsi, che potrebbe sembrare non c’entrino una beata fava.

1) Dopo circa un anno e mezzo da quando ho bevuto i vini di un produttore di Cisano sul Neva, Noberasco, di cui avevo scritto una recensione della Granaccia su Vinix, sono andato a trovarlo. Alla fine della visita, dopo che avevo già pagato, ho accennato al fatto di aver scritto quella recensione
, peraltro l’unica del web di questa bella realtà, e il signor Walter si è illuminato, mi ha detto che la figlia glielo aveva riferito e ringraziandomi di cuore ci ha tenuto a regalarmi una delle tre bottiglie rimaste del vino recensito.
2) Francesco Brezza di Tenuta Migliavacca ha finito il vino 2011 L !
3) In un paio di post, come sempre da un punto di vista di sana indipendenza, Enofaber si interrogava sull’influenza (circa nulla) che possono esercitare i blogger con le loro recensioni (vedi questo e questo).
4) Con Chiara Giovoni si dibattè, mi pare su Twitter, sulla differenza di parlare e scrivere di vini noti al grande pubblico rispetto a farlo di vini di produttori di nicchia.

In merito al primo punto, oltre a una chiara soddisfazione personale, credo che il mio piccolo racconto di quella Granaccia abbia valorizzato il lavoro del vignaiolo, non solo agli occhi dei miei pochi lettori, di cui ancor meno, se non nessuno, avrà reperito quel vino, ma proprio ai suoi, di piccolo produttore onesto e appassionato, ma, per scelta, senza una distribuzione.
Di Brezza abbiamo parlato tanto negli ultimi mesi, di quell’annata 2011, strepitosa, che Luigi ha “scoperto”.
Non che Francesco Brezza avesse problemi a vendere il proprio vino, e forse ogni anno a gennaio svuota la propria cantina, ma quel che è certo è che abbiamo contribuito a rendere i suoi vini imprescindibili.
In generale credo che la nostra influenza di mini e microblogger, sia sì prossima a zero, ma proprio per questo possa essere decisiva solo per le piccolissime realtà.
E’ quindi una questione relativa.

Inoltre per un principio di collaborazione spontanea (il famoso passaparola?), spesso più realtà minibloggarole posano la propria attenzione sugli stessi vini e produttori, non solo per moda, ma perché fra indipendenti e piccoli si creano rapporti di stima reciproca e buone reputazioni. Il miniblogger ascolta di più i suoi omologhi, perché li sa indipendenti, senza veli, espliciti e disinteressati. Li può facilmente contattare, scambiarci opinioni, conoscerne i gusti. In questo senso è molto azzeccata l’espressione  #ddb degustazione dal basso coniata da Filippo Ronco e c’è un fil rouge con eventi seriali organizzati tramite twitter, come i #barbera-n.
Insomma credo che la realtà del mini e microblogging enoico, sposata alla causa della scoperta dei territori e dei piccoli produttori, rappresenti una rete autorganizzata dal potenziale virtuoso.
Se a ciò aggiungiamo che la reperibilità di questi produttori è ormai alta, attraverso forme di commercio che usano il web, ecco che in qualche modo il cerchio va chiudendosi.
A mettere il suggello  infine il fatto dei prezzi: tendiamo a parlare di bottiglie accessibili per chiunque, e questo è fondamentale.
Magnificare un Ch Pétrus o un Dom Pérignon Oenothèque*, è versare una goccia in un oceano di reputazione, e mediamente chi legge non potrà mai comprarne una bottiglia.
E’ chiaro quindi che si sta giocando a un altro gioco.

* Avrei voluto linkare la poetica descrizione dell'annata 1996 scritta da Chiara Giovoni e letta qualche mese fa su Appuntidigola, ma non ho trovato più il link attivo.

venerdì 1 febbraio 2013

Pasènsja 2010, Crocizia di N.Desenzani


Una bottiglia di vino rosso.
In compagnia di un amico che non vedevo da tanto.
Seduti al tavolo della cucina.
Come si è sempre fatto nella sua vecchia casa.
Che era sempre aperta.
Anche quando non c’era nessuno.
A Milano.
Eravamo al liceo.

Mi ha stupito il Pasènsja di Crocizia, da uve croatina, unico vino fermo che producono. E’ un vino che coniuga davvero bene una vinosità da salumi, con tanti strati da interpretare. Vino anche ruvido, ma con un tocco di abboccato quasi impercettibile. Di discreta freschezza, franco, di beva semplice. Ma anche arcaico ed evocativo.
Mi è piaciuto. Ha dato il suo supporto a un bel momento.
Che poi dovrebbe essere quello il mestiere di un vino.

PS 

Per una strana coincidenza è già la seconda volta che un vino di Crocizia mi accompagna in un momento particolarmente felice.