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mercoledì 10 aprile 2013

Castelperso 2009, Podere Luisa di Andrea Della Casa



La mia curiosità spesso mi indirizza anche nelle scelte dei vini. Per questo a volte mi piace acquistare bottiglie di cui non ho mai sentito parlare e di cui non conosco assolutamente il produttore. In tal modo mi nego ogni aspettativa sulla bevuta. Senza contare che ciò accresce l'interesse per l'assaggio.
La scelta di questa bottiglia di Podere Luisa è proprio dovuta al suo essermi totalmente ignota a parte quelle poche notizie estrapolate dalla rete.
Il Castelperso deriva da uve sangiovese, colorino e canaiolo che nascono da vigneti di 40 anni. In vigna vengono utilizzati preparati biodinamici per fertilizzare il terreno, solo rame e zolfo contro i patogeni, niente chimica in cantina e nessuna filtrazione prima dell'imbottigliamento.
Stappata qualche giorno fa dopo vari mesi di riposo in cantina e non terminata nell'arco della serata.
Il giorno successivo le sensazioni nel calice erano mutate notevolmente.

Giorno 1
Si presenta con colore rubino orientato verso il granato, con leggera velatura.
Il primo impatto mi lascia perplesso. Al naso arrivano odori salini, pungenti e penetranti. Salamoia, olive, solo in lontananza una parvenza di ciliegia. Anche in bocca la salinità è un po’ soverchiante, tanto che il ricordo va verso vini di mare, etnei in particolare. Non riesco a trovarci il nesso territoriale.
Col passare del tempo, lentamente, si iniziano a percepire da sotto questa coltre sapida timidi note fruttate che tentano di vedere la luce.

Giorno 2
Ed ecco che a 24 ore dall'apertura ritrovo quella "toscanità" smarrita. Profumi al naso di marasche, viola, cannella, una nota balsamica e brevi accenni terziari. Sorso deciso che gode di acidità tesa e invitante. Slanciato e succoso, esprime la rudezza tipica di un sangiovese ancora relativamente giovane. La salinità fortemente percepita la sera prima rimane, seppur relegata ad un ruolo marginale. Tannino ancora un po’ indisciplinato ma senza arroganza.

Non fatevi spaventare dai tempi. Non credo fossero necessarie 24 ore per far uscire la vera natura di questo vino, bastava semplicemente stapparlo qualche ora prima. Cosa che io non avevo fatto.

mercoledì 9 gennaio 2013

Farneticando di estetica enoica di N. Desenzani



Fra le caratteristiche dei vini che potremmo dire grandi, sicuramente giocano un ruolo fondamentale la  riconoscibilità e l’espressività. Ma talvolta ciò che definitivamente suggella il capolavoro è l’eleganza.
Ciò che trovo interessante delle prime due qualità è che per definizione esse sono in parte contrapposte.
Infatti un estremo della riconoscibilità è l’omologazione. Così chiunque riconoscerebbe la Coca Cola in mezzo a tutte le bibite. Viceversa l’espressività al limite porta a isolare un singolo caso con tutte le sue peculiarità. Ma potrebbe anche virare verso l’eccessiva stranezza, l’anomalia, il difetto macroscopico.
E’ un principio che crea dinamismo quello di stare fra due parziali opposti.
E’ un principio morfologico.
E’ un principio matematico.
Le combinazioni, le sfumature fra le due qualità sono quasi infinite.
La riconoscibilità in questo quadro è spesso ottenuta grazie a condizioni particolari delle vigne insieme a processi e ambienti di vinificazione sui generis. L’eccezionalità del luogo e lo stile del produttore.
Se pensiamo al Trebbiano di Valentini, è facile indovinarlo alla cieca, quasi soltanto infilando il naso nella bottiglia. E’ trebbiano, ma con caratteristiche peculiari, e in cantina il processo, che vede l’uso di grandi e vecchi legni e l’imbottigliamento precoce, marcano uno stile fatto di sentori golosi di torrefazione combinati a esiti fermentativi in bottiglia, puzzette che dinamicamente scoprono profumi e piccoli refoli carbonici che mantengono il liquido vivo e ben conservabile. E ogni anno è differente.
Se pensiamo a Montevertine, ecco che c’è tutta la tensione del blend chiantigiano, ma anche uno stile balsamico tra il piccante e il mentolato come a raffinare la golosità della materia sottostante.
Infine, e qui casca l’asino, il Barolo Brunate Le Coste di Giuseppe Rinaldi. Qui per me c’è sempre qualcosa che sfugge. E’ un vino che le poche volte che l’ho bevuto mi ha sempre messo addosso una fregola, una sete compulsiva, che forse solo il nebbiolo… Una materia dunque di estremo equilibrio. Golosa, ma mai eccessiva. Facile, ma piena di suggerimenti. Multicolore, ma mai sgargiante. Intensa, ma non così tanto. Jacopo Cossater quando parla di questo splendido vino, trae spunto dal
l'annata 2005 lo definisce generoso per parlare della generosità. Io lo capisco, ma a me la parola che viene sempre è venuta in mente le due volte che ho bevuto quell'annata è elegante.
In fondo credo che i due concetti abbiano in comune più di quanto appaia di primo acchito. Perché l’eleganza è proprio la via di mezzo resa speciale. Rifiuto dell’eccesso e dell’appiattimento, stupisce attraverso l’articolazione fine delle componenti, senza mai scadere nel ruffiano. Stile e materia prima.
Ma l’eleganza, mi piace pensare, è anche la capacità di trasmettere il capolavoro, di renderlo comprensibile, di permettere a tutti di toccare la bellezza. L’eleganza è coinvolgente, dà sempre qualcosa a chiunque posi la propria attenzione. Regala un’emozione, senza chiedere nulla in cambio.
L’eleganza è generosa.

Nota: ho introdotto posticce correzioni (cancellato e sottolineato) e il link al post di Jacopo Cossater perché l'avevo citato a memoria in modo impreciso. Infatti la generosità si riferiva proprio all'annata 2005, non al vino in generale. Siccome quella è l'annata che conosco meglio, avendone acquistate due bottiglie l'anno scorso grazie a un premio donato da Vinix, ho sovrapposto le mie impressioni a quelle di Jacopo e ho commesso un errore nel generalizzare.

venerdì 26 ottobre 2012

Rosato frizzante 2010, IGT Toscana, Colombaia. Di N. Desenzani


È fine, elegante, gourmand. Pulito di fruttini e quel tocco di montano che definisce subito la freschezza. Risponde in bocca ordinato, preciso, delizioso, abbastanza intenso e il sangiovese esibisce tutto il suo carattere super goloso. Quel tratto che nei rossi fermi abbisogna del contatto con l'aria per sprigionarsi. Qui è già esploso.
Una bollicina ammaliatrice, irresistibile, seduttiva.
Bolla chiantigiana, idea geniale!
Bono, bono, bono.

Bocca agrumica, medio acida, con amaro di bianco di scorza.
Un day after molto curioso dove si aggiunge una speziatura selvatica (che io ascrivo all’assenza di SO2 aggiunta) che insieme alle bolle funziona e intriga.
Sangiovese, malvasia nera, canaiolo, colorino. Metodo ancestrale, sboccatura 2012.