Era
un po’ che guardavo da lontano con distacco per defatigarmi dagli eccessi
precedenti i libri di Sir Howard, dei coniugi Bourguignon, di Giovanni
Hausmann, di Vincenzini, gli articoli di Giusto Giovannetti, di Cingolani.
Ero
un po’ stanco di blaterare di vitalità del terreno, di eterozigosi, di Dna, di
lieviti.
Fino
a che in un pomeriggio finalmente assolato ho raggiunto la casa di LorenzoCorino.
Ci
conoscevamo già da tempo, un tempo ormai remoto nel quale io, folle e
sognatore, volevo diventare vigneron in quel di Casorzo (AT) e lui era a capo
dell’Ispervit di Asti ed io lo avevo contattato per una consulenza.
Poi
il caso ha voluto che io demordessi dai miei intenti e che vigne e terreni
venissero venduti.
Però
la memoria della nobiltà contadina che Corino emanava, la tranquillità con cui
parlava dei tempi lenti della biologia vegetale erano ancora lì nella mia
mente.
Avevo
saputo che produceva vino da vecchi vigneti finchè Francesco Maule ne ha parlato, a quel punto è diventata una
priorità conoscere anche i suoi vini.
Che
ho finalmente assaggiato ma solo dopo tre ore di lectio magistralis sulla
viticoltura.
Inchiodato
alla Thonet impagliata in una stanza precipitata sino ad oggi intatta
dall’ottocento, ho ascoltato mentre parlava di pratiche agricole del buon
senso.
“l’agricoltura
è una anomalia dell’ambiente vegetale, è quindi normale che sia fragile,
squilibrato, però noi dobbiamo fornirgli agronomicamente gran parte degli
strumenti endogeni per proteggersi da solo”
“Per
un grappolo d’uva facciamo un casino di guai” ha detto ad un certo punto ed io
sobbalzavo sulla Thonet (che a stento reggeva il mio peso).
“quest’anno
qui e in langa hanno trattato 4/5 volte, io mai! perché la peronospora non
sporificava, solo adesso farò un trattamento perché le temperature sono
critiche”
“la
peronospora la si limita con pratiche agricole adeguate, lo stesso vale per i
fitoplasmi”
“nei
miei vigneti non entro con mezzi meccanici da trenta anni per evitare il
compattamento del terreno e non sfalcio il filare da più di trenta anni
(effetto foresta ndr) per permettere al suolo di produrre autonomamente l’humus
necessario” poi siamo andati a vedere e a sgattare nella lettiera che profumava
di humus.
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| attacco di peronospora |
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| Niente spore! |
La peronospora, le cui spore sono per lo più a terra in attesa delle condizioni
climatiche per riattivarsi, la si limita, secondo Corino, inerbendo i filari,
evitando di smuovere la terra con sfalci, fresature del terreno, insomma tutte
quelle pratiche che possono sollevare la terra e farla depositare sulle foglie
della vite portandosi dietro le spore.
Poi
quando si verificano le condizioni ottimali per il fungo allora fa i trattamenti e lo fa con attrezzature
spalleggiate, a mano e le ore lavoro per ettaro, sostiene Corino, non sono
molte, soprattutto se si sono precedentemente evitate lavorazioni inutili, se
non si usano trattori (costosi ed energivori).
E
tutto mi sembra semplice ascoltandolo, aspettare, osservare, capire prima di
agire.
La
calma che ha gli deriva, però, da anni di studi sul campo, dall’esperienza e
dalla pratica.
“non
ho mai avuto un caso di flavescenza dorata” continua ed io a quel punto non
credo alle mie orecchie, siamo nell’epicentro d’azione più virulenta di questo
fitoplasma, molti vignaioli stanno togliendo ettari di piante malate (per lo
più barbera, la più fragile).
“siamo
a ormai 14 anni di trattamenti obbligatori per la flavescenza, lei vede
miglioramenti (ovviamente no ndr)? Però nel frattempo abbiamo intossicato
l’ambiente con gli insetticidi, quando con pochi interventi colturali potremmo
risolvere questo problema” dopo di che non vuole più parlare di fitoplasmi è
sempre stato una Cassandra su questo argomento e nessuno lo ha mai ascoltato.
Poi
ha iniziato a parlare di barbatelle e di selezione clonale ma non facevo a
tempo a seguirlo con gli appunti e col pensiero, mi vorticavano decine di
informazioni, riferimenti, un tourbillon lisergico.
“dai
vivai arrivano barbatelle con 20/25 cm di radice, stremate e aliene al luogo
dove verranno piantate, è normale che cresceranno delle piante deboli, da
assistere continuamente, incapaci di farcela da sole a sopravvivere,
bisognerebbe piantare l’americano con almeno 60 cm di radice, lasciarlo
attecchire e poi al secondo o terzo anno innestarlo con piante selezionate in
loco, ci sono vigneti fatti così che vivono bene da novanta anni (il suo ad
esempio ndr)”
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| arenarie con intrusioni di cristali di calcio nel vigneto a nebbiolo |
Poi
abbiamo parlato di suoli: quelli sabbiosi, quelli composti da argille meno
nobili (paleosuoli), quelli composti di marne e dell’attenzione che il
viticultore dovrebbe dedicare alla loro protezione e alla tutela dell’humus,
fondamentale per rendere disponibile alle piante l’acqua “perché è l’acqua la
ricchezza di un suolo e la sua capacità ad immagazzinarla e a trattenerla,
terreni sabbiosi, come il Roero, se scoperti si lisciviano e muoiono e con essi
le piante, una volta l’azienda policolturale compensava le perdite di humus con
il concime organico
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| lettiera formatasi in trenta anni di inerbimento |
proveniente dalle stalle, lo stesso succede nei paleosuoli
(tipici del monferrato nord ndr) che contengono poca montmorillonite (una sorta
di spugna naturale che intrappola e trattiene l’acqua ndr) quindi si idratano
rapidamente e altrettanto rapidamente si asciugano, si salvano solo le marne,
per ora”
“è
il terreno che comanda” .
Poi
siamo andati in cantina ad assaggiare la barbera 2012 e il nebbiolo 2011 e
l’uvalino passito.
Ah!
Non chiedete a Lorenzo Corino se il vino ha fatto la malolattica, potrebbe
innervosirsi.
Vendemmia
tardi a ottobre mediamente, poi lascia che l’uva segua il suo corso per lo più
in legno, senza solforosa, con un travaso l’anno fino a al quarto anno in cui
imbottiglia, il vino stesso trova una sua stabilità (a suo dire).
La
barbera vigneto Barla sarà presentata in degustazione a Genova alla #ddb "eroidel barbera" così potremmo discutere sui profumi e sulla sua piacevolezza, vi
aspetto.
Sappiate
che è stato veramente difficile averla in degustazione ci ho lavorato mesi per
convincere Lorenzo Corino a darci il suo vino.
Kempè
Luigi