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martedì 15 aprile 2014

#vinivecchi Barolo Fontanafredda 1957


Ho scoperto un piccolo giacimento di bottiglie del 1957 e 1959 in una cantina quasi perfetta in una casa che aveva visto il me settenne giocare con i miei compagni di scuola come se non ci fosse un domani (ed in effetti il domani è stato molto meno appagante della gioventù e delle previsioni che in gioventù ci eravamo fatti).
Nelle segrete della casa dalle mille stanze e dei mille misteri, c’erano già allora (circa quaranta anni fa) le bottiglie che oggi ho imparato ad apprezzare. Un grumo di casualità e causalità che mi fa vedere il concetto di fato con occhi diversi.

Il proprietario delle bottiglie era perplesso sulla qualità del contenuto, io con l’arroganza di chi millanta una conoscenza che non ha, sostenevo il contrario.
Appuntamento al bar alle 18,00 per l’assaggio.
Il bar non è un bar qualunque ma è quello  dove è nato questo blog e le persone coinvolte nella degustazione, tranne Dario Voltolini scomparso nei meandri delle sue narrazioni e ormai sordo alle nostre, sono le stesse di cinque anni fa.

Tutti presenti alle 18,00, compaiono delle focacce e altri amuse bouche, io passo dall’altro lato del bancone e comincio ad aprire la bottiglia di Barolo, il tappo è corto (come usavano un tempo) ma ha tenuto benissimo.
Sento subito un leggero sentore di brodo e di madeira (il termine brodo ha sollevato un coro di sfottò dal pubblico) ma solo per il tempo necessario che l’ossigeno facesse il suo corso risvegliando il cinquantasettenne dal suo sonno anaerobico.
Il colore è incredibilmente concentrato senza derive mattonate e pochissime precipitazioni sul fondo bottiglia!
Dopo di chè il naso è delicatamente terroso e di cuoio, di erbe secche, leggera arancia sanguinella, forse caffè in polvere.
Non è esplosivo come il Massolino ma considerando gli anni che ha è in forma eccellente e, incredibilmente, piace a tutti (nessuno dei convenuti è enostrippato come il sottoscritto e devo dire che è stato un bene), lo bevono con piacere e ad ogni sorso sale il volume delle conversazioni.
In bocca è un filino opaco e polveroso, con una bella freschezza ma un po’ di alcol in eccesso, leggermente bruciante.
Mantiene una mineralità salata interessante e il sorso è semplice e disteso.
Profumi e sapori tengono nel tempo della degustazione forse un po’ fissi ma con grande coerenza.
Bisognerebbe aprirne un'altra perché nel bar aleggia una atmosfera magica e vorrei che continuasse ancora e ancora.
Kempè

Ringrazio Gianandrea Grivetto (proprietario della bottiglia e mio compagno delle elementari), Mario Sandri (secondo noi lavoro al Sismi ma lui nega!), Enzo Caltagirone (proprietario del Bar Arcadia).

Luigi


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