Di ritorno da Verona (Vinitaly e altre fiere
offsalone) mi risuonavano nella testa le indicazioni dei produttori sui suoli nei
quali le vigne affondano le radici, argille, argille calcaree, marne bianche,
marne blu, scisti, ciottoli alluvionali, basalti, terreni vulcanici, sabbie,
arenarie calcaree, tufo.
Un esempio lampante sono i Riesling di Clemens
Busch vinificati per singola parcella caratterizzata da terreni differenti.
Sicuramente ne dimentico qualcuno, la varietà dei terreni è
elevatissima ma non è mai un banale rapporto di causa ed effetto che
caratterizza un vino in base al suolo su cui poggia il vigneto.
I produttori non accennano mai al fatto che le
piante non hanno possibilità di acquisire oligoelementi con il solo apparato
radicale.
1) Quindi le piante non reagiscono al suolo ma
solo ai livelli di umidità presenti in esso, infatti è possibile allevare
piante in sola acqua senza supporto del terreno.
2) Quindi è abbastanza inutile parlare di suolo
che è una sostanza inerte.
3) A meno che non si parli di humus presente il quel
suolo, di quanto è ricco il consorzio microbico presente nel terreno, di quanti
funghi simbionti ci siano e di quanto essi
espandano la capacità assorbente delle radici e di quanti microbi ci sono in
ogni metro cubo di terra, i quali chelano i metalli rendendoli disponibili
alla pianta. Il consorzio microbico è anche un grande esaltatore di unicità
territoriali in quanto la composizione dello stesso varia molto anche a poca
distanza fra un vigneto e l’altro e la loro azione sul Dna non ricombinante dei vegetali ha un effetto di potenziamento della
variabilità dei vini in base al territorio.
4) L’alchimia del terroir, quindi, non è data dal
solo dato oggettivo della composizione chimico fisica del terreno ma dalla vitalità,
dalla qualità del suo consorzio microbico.
Vini prodotti su marne blu (uno dei suoli
migliori per la vite) con l’ausilio di diserbanti, antiparassitari,
concimazioni chimiche, compattamento del suolo, lavorazioni del suolo saranno sicuramente peggiori di altri prodotti
su “banali” argille rosse inerbite, in cui si limiti la quantità di rame usato,
in cui la massa per ettaro di consorzio microbico sia alta e di qualità.
5) Per cui se si fa della viticoltura
convenzionale non smenatecela con il suolo, ormai è un substrato inerte e senza
qualità.
La biodinamica parla della centralità dell’humus
anche se parlando di humus antropico compie, a mio avviso un errore, in quanto
ogni azione agricola umana (che non sia la semina del sovescio) tende ad impoverire
l’humus del terreno che ha la sua massima ricchezza e variabilità genetica nei
prati perpetui montani e nelle foreste.
Dovremmo trovare per la nostra agricoltura dei modelli
che siano i più vicini possibile all’effetto foresta, ossia modelli in cui l’uomo
e la sua azione siano molto marginali rispetto alla capacità autorigenerante
della natura.
Quindi se non ci dite tutto ciò e altro ancora, oppure
se siete dei gran consumatori di diserbanti per favore non parlateci di terreno
e della sua composizione, per favore.
Luigi
*va molto di moda nel web fare post in forma di
elenchi numerati, ho voluto farlo anch’io, però vi avverto che ho numerato a caso.

